{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} L’arte di farsi belle da Dio. Con Costanza

Società

di Costanza Miriano

L’arte di farsi belle da Dio. Con Costanza

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Comunque, non sarò certo io a rimproverarvi perché vi preoccupate troppo della vostra bellezza. Io credo che essere belle sia un dovere, innanzitutto per se stesse (per non parlare dei doveri verso lo sposo, ma adesso stiamo parlando di qualcosa di precedente e più profondo), e che sia il primo passo, guarda un po’, per essere sante. Ovviamente non sto dicendo che quella fantastica costosissima crema – dopo c’è solo il chirurgo estetico – avvicini al Paradiso (mi piacerebbe: potrei spendere quella cifra innominabile, e per di più senza sentirmi in colpa). Sto dicendo che amarvi, riconoscere la vostra bellezza, diventare donne forti e ben formate, capaci di dare vita dipenderà tantissimo dallo sguardo che avrete su voi stesse, e che io e il babbo abbiamo su di voi e cerchiamo di insegnarvi (credo che come madre potrò rimproverarmi una lunga lista di cose, ma non di non avervi detto abbastanza che siete bellissimi). La gloria di Dio è l’uomo vivente, dice sant’Ireneo. La prima cosa da fare dunque è ringraziare per come siete: si dice che la santità consista essenzialmente nel ringraziare, che la felicità parta sempre dalla riconoscenza, e che Dio deponga i suoi doni sui tuoi “grazie”. Lo so, è dura. C’è un nemico che ci sussurra sempre nell’orecchio che facciamo un po’ schifo, o che comunque potremmo migliorare (senza quelle paroline sussurrate nelle nostre orecchie, una grossa fetta del commercio mondiale imploderebbe) e che anche la nostra vita alla fine non è questo gran che. Sono parole bugiarde che dobbiamo bloccare prima che passino dall’orecchio e si installino stabilmente nella nostra testa, posizione dalla quale faranno partire il loro jingle ogni volta che ci verrà da gioire e ringraziare. Non per niente sulla vostra porta ho attaccato il cartello “io mi lamento per principio”, e non l’ho messo sulla mia solo perché io faccio finta meglio di voi, ma lamentarmi verrebbe anche a me facilissimo, ringraziare molto meno. Eppure la logica di una donna adulta, che non dà tutto per scontato come fanno i bambini, dovrebbe essere questa, cioè partire dal guardare quello che c’è. “Quanto è in me benedica il suo santo nome” significa, prima di tutto, riconoscere quanto è bello quello che è in me, quanto sono bella io, quanto lo siete voi.

Voi dovete impararlo, io non devo dimenticarlo. E questo discorso spirituale parte esattamente dal corpo. Ecco, ammetto che non sempre i momenti che dedico a me stessa sono animati da una nobile tensione spirituale. C’è anche, sempre, quella voglia di essere guardate di cui vi dico spesso, ed è quello che motiva l’estenuante inutile tentativo di picchettare la frana – colorazione capelli, creme rassodanti, igiene serale della pelle (a sedici anni andavo a dormire truccata, da sveglia una botta di mascara sopra quello vecchio, ed ero come nuova) – per rimandare il cedimento strutturale totale e definitivo (se mi impegno molto dimostro anche due mesi in meno della mia età). Qui magari lascio delle righe in bianco, così una volta che avrò sniffato ci scriverò qualcosa sulla bellezza degli anni che passano, sulle rughe che, come Anna Magnani, ho faticato tanto per farmi venire, sulle smagliature alla pancia da portare come trofei, segno delle gravidanze (e qui non vorrei essere rivendicativa, ma la mia unica smagliatura la devo a voi, che eravate in due e occupavate lo spazio di un grosso tacchino: ricordatevelo quando cercherete l’ospizio nel quale piazzarmi), e sulla bellezza del seno che ha allattato. Nel frattempo, mentre preparo una predica sulla bellezza interiore della maturità, cerco di non uscire mai struccata, perché so che, se lo facessi, incontrerei quello che mi piaceva al liceo, e sarei costretta a nascondermi dietro la copia di Cavalli e segugi che porto sempre con me all’uopo.
Parliamo innanzitutto dello smalto. Fatta eccezione per i dieci anni in cui ho avuto voi quattro piccoli, io mi metto lo smalto quasi tutti i giorni da una vita. Stabilmente, credo, dal quarto ginnasio, perché la mia copia di Latino oggi porta ancora tracce di un tragico fuxia anni Ottanta. Questa storia dello smalto che ogni giorno lo togli, lo rimetti, stai immobile più che puoi, correggi un dettato con la punta della matita, ti gratti la testa con la gamba di una Barbie, e poi quando il terzo strato sembra bello asciutto un figlio dà una gomitata a un bicchiere, e tu istintivamente ti lanci a riacchiapparlo e strisci tre unghie sul maglione rovinandole quasi del tutto, questa storia tragicamente ricorrente deve essere una metafora della vita, immagino che racchiuda un grande insegnamento che però adesso mi sfugge. Di sicuro sarebbe sensato fare a meno delle unghie colorate fino all’età pensionabile, ma c’è qualcosa di irresistibile in quell’attimo fuggente in cui il Rouge Noir brilla impeccabile da sotto uno strato di top coat gel like. Si tratta di un attimo. Poi dovrai allacciare una scarpa, sfilare una chiusura lampo, tirare fuori dal forno l’arrosto o la carta di credito dal portafogli, cioè fare uno degli infiniti gesti che minacciano la superficie dell’unghia, e quaranta minuti di lavoro se ne andranno a lumache. Ma quel momento perfetto, sospeso nell’impossibile, è meraviglioso. C’è addirittura chi sostiene che possa essere il vero, recondito motivo per cui io avrei cominciato a scrivere, e cioè avere la scusa per poter stare ogni tanto seduta a dipingermi le mani. Effettivamente, nelle pause tra uno strato e l’altro, qualche parola si può buttare già, perché dovete sapere, ragazze mie, l’amara verità sullo smalto: non si asciuga mai. Non importa quanto lo paghiate, non importa quanto grande sia la scritta quick dry sulla boccetta, lo smalto ha bisogno di due ore per essere leggermente asciutto, ma per essere proprio veramente resistente a tutto sarebbe meglio stare immobili fino al giorno dopo. Per questo è uno status symbol. Chi di noi è così ricca da non dover neanche sciacquare una tazza per così tanto tempo? Voi lo sapete cosa succede allo smalto se una deve cercare in un mucchio di diciassette quaderni quello tutto fuxia, caricare la lavastoviglie, estrarre dei fuseaux della taglia giusta dal mucchio dei non stirati, e fare tutto ci. con le mani aperte e l’ausilio dei denti, abbracciando figli senza usare le estremità e firmando giustificazioni con la punta delle dita, senza contare che l’impresa non sarà solo non rovinare lo smalto, ma anche trovare un’espressione presentabile da scrivere sul libretto? (Posto che il motivo dell’assenza è la necessità di mettersi in fila prestissimo per comprare l’abbonamento in curva sud, che scrivo? Viaggio culturale con la famiglia? Motivi di salute psichiatrica? Lieve malessere, che poi è sempre la più elegante?) Comunque, ecco, ragazze, l’insegnamento che vorrei lasciarvi in eredità sul tema è innanzitutto che mettere lo smalto è una cosa totalmente insensata nell’economia di gestione del tempo di una madre lavoratrice, ma fa sentire bene, ed è sempre meno costoso che uscire a comprarsi qualcosa. Il secondo insegnamento che vorrei piantarvi in testa prima di morire è che, sì, è vero, mettere la base sarebbe meglio perché si protegge l’unghia, ma poi davvero lo smalto non si asciuga più, e si può fare solo se si vive da sole in un’isba e bisogna aspettare il disgelo sedute per lunghi giorni accanto alla grossa stufa (il calore aiuta). Quindi, addio base. Personalmente non me ne importa molto che l’unghia goda di buona salute, voglio solo che sembri bella. Che è poi il principio che mi guida nella scelta di tutti i cosmetici: anche leggermente tossici, geneticamente modificati o testati come vi pare, basta che mi facciano sembrare più bella, come dico sempre alla commessa che magnifica volenterosa le qualit. naturali dello shampoo (la natura è tendenzialmente ispida e acre, non è mica profumata, liscia, morbida, lucida e setosa come vorrei i miei capelli).
E qui arriviamo al tema capelli. La questione è dolorosa, ma è il momento di affrontarla, non vorrei che lo scopriste da sole, magari da grandi. è cominciata piano piano. Pensavo che ne sarei uscita, pensavo “smetto quando voglio”. D’altra parte è solo qualche ciocca bionda tra i capelli castani. così quei fili bianchi che mi ha lasciato l’allattamento prolungato di Bernardo – ho interrotto quando ha cominciato ad accendersi una Camel dopo la poppata – si confonderanno un po’è Poche ciocche, ma io mi sentivo diversissima con quel tocco di biondo, tanto che mi chiedevo se mio marito al rientro mi avrebbe riconosciuta (non si è accorto di niente). Poi la cosa mi ha preso la mano, me ne sono resa conto quando hanno cominciato a dire, al banco gastronomia del supermercato, “io sono dopo la signora bionda”. Mi giravo, guardavo intorno e non c’era nessuna signora bionda. Poi ho capito che parlavano di me. Insomma, ragazze, è arrivato il momento di dirvelo: io in realtà sarei castana. Anzi. Io ero castana. Adesso ho un sacco di capelli grigi. E le ciocche bionde, incaricate di nasconderli, sono diventate sempre più larghe e fitte: dipendo totalmente dal parrucchiere. Prima ci andavo ogni sei mesi, poi ogni tre. Adesso ogni mese e mezzo. Vado equipaggiata come per un breve viaggio, con due bagagli a mano delle dimensioni a occhio e croce di quelli imbarcabili sulla Ryanair, perché penso sempre che, stando seduta due ore, potrò fare tantissime cose, leggere un libro, scriverne un altro, fare la liturgia delle ore, rivedere, scrivendo il diario, i fondamenti della mia vita. Ma la me stessa reale finisce sempre per leggere i giornali che trova l., i miei bagagli a mano pieni di buoni propositi manco li guarda. Comunque la sintesi è che non so più di che colore siano i miei capelli, e che sono totalmente sfavorevole al tenerli grigi in nome del Rapporto Sereno con la Mia età. Nonostante il tempo e i soldi che devolvo alla causa, ho in testa, come ben sapete, un’informe pelliccia giallo topo. E meno male che li tengo legati, da quando una parrucchiera di Unomattina ha trovato per me la pettinatura perfetta, con coda di cavallo alta e tante mollette a raccogliere le ciocche che cadono qua e là, modello me li sistemo così perché sono una donna indaffarata, ma dovreste vedermi come sono in altre occasioni (in realtà non ci sono altre occasioni, è solo che faccio schifo coi capelli sciolti).
Il problema ulteriore dei capelli è che vanno lavati, soprattutto se, quando si va a correre, si suda come raccoglitori di pomodori. Quindi bisogna procurarsi dello shampoo, e gli autori delle etichette per i flaconi lo sanno, vigliacchi, che ti tengono in pugno. Si divertono a scrivere delle cose difficilissime – la mia forfora, sempre che non siano uova di pidocchi, sar. secca o grassa? i miei capelli sono ribelli o sono io che non sono capace? sono stremati o sfibrati o fragili? hanno perso luminosit. o non l’hanno mai avuta? – in modo che tu, nel dubbio, compri il tipo più costoso. Tanto, qualunque shampoo io compri, sono totalmente incapace di rendere i capelli presentabili asciugandoli da sola. Infatti prima che nasceste voi due, in casa il phon neanche ce lo avevamo. La famiglia era composta da tre maschi coi capelli cortissimi e da una donna totalmente disabile all’asciugatura, e con una certa resistenza ai dolori cervicali. Spero tanto che voi portiate una ventata di normalit. in famiglia.
Sul tema trucco, la prima cosa da sapere è che un uomo che vi dica “non ti preoccupare, mi piaci tantissimo anche struccata, forse persino di più” o sta mentendo o vi sta guardando le tette. Non è possibile. Il trucco, se fatto bene, vi rende innegabilmente, oggettivamente più belle, e anche se invecchia un po’ secondo me ne vale comunque la pena. Pensate che qualcuno crede addirittura che io abbia gli occhi grandi. Praticamente ogni volta che sono arrivata in ufficio struccata, mi hanno guardata con aria preoccupata, e mi hanno chiesto se me la sentissi di lavorare in quelle condizioni, magari era meglio fare un salto in infermeria… Per molti anni ho risposto “ma no, sto bene, è solo che sono struccata”. Adesso ho deciso che conviene molto di più fare un profondo sospiro, incurvarsi nelle spalle con l’aria di chi porta il peso del mondo, e rispondere “no, grazie, tranquilla. Stringo i denti e ce la faccio”. Dopo un quarto d’ora sono già completamente guarita, e anche se la versione ufficiale sarà che ha fatto effetto il Nimesulide, in realtà il repentino miglioramento della mia salute sarà dovuto a uno sforzo congiunto del primer YSL, insieme al fondo Armani, alla cipria LeClerc, al punto luce Shiseido (per il fard e la matita e il mascara sono pronta per un onesto product placement). Il mio vero problema, rispetto al trucco, è che ne so fare solo uno, che è più o meno sempre lo stesso dalla terza media a oggi, anche se forse da allora sono un po’ migliorata. Diciamo che sono passata dallo stile gita delle medie, con effetto ranocchia (cerchiare troppo gli occhi accentua le occhiaie), a un bedroom eyes quasi decente, anche se molto raramente riesco a riprodurre l’aspetto che vorrei, che potrei definire il tocco mi sono appena alzata dopo una notte d’amore in un albergo parigino e lui fumava delle Gauloises parlando del suo passato nel Mossad. Deve essere il pennello che non sfuma bene.
I miglioramenti, comunque, li devo quasi tutti ai consigli delle amiche, del parrucchiere e, negli ultimi anni, delle truccatrici che lavorano in tv e che spio avidamente quando mi invitano ospite in qualche trasmissione. Consigli che poi adatto alla mia strana faccia asimmetrica, perché alla fine potrete essere solo voi a conoscere il vostro viso e imparare quello che per voi funziona. Ogni volta che qualcuno vi enuncia una regola assoluta in tema di trucco, dubitatene: è tutta questione di come è fatta la tua faccia. Il fard sui pomelli degli zigomi, per dire, a me dà un immediato effetto Heidi, che è sempre sconsigliabile sotto i duemila metri di altitudine.
Comunque, poiché io sarei pur sempre la mamma, e non posso permettermi neanche quando sono al picco di scazzafrulloneria di scendere troppo al di sotto del tasso educativo minimo, vi volevo dire che, anche se il vero motivo per cui cerco di sembrare più bella è la vanità, mi sono inventata un sistema che mi aiuti a rivolgere il cuore a Dio anche quando mi trucco, un modo per mettermi alla sua presenza, prima di tutto ringraziandolo dell’arca della salvezza che mi ha regalato, il mio corpo. Il quale non è esattamente il primo pensiero che mi viene in mente spontaneo quando mi guardo allo specchio struccata, spettinata e senza lenti a contatto, con i miei occhialoni spessi, mentre con la sola forza del pensiero cerco di ricordarmi per quale motivo mi sono alzata. Ho pensato che, anche se la visione allo specchio è comica (che poi è il tragico visto di spalle), posso sempre imparare a guardarmi come mi guarda Dio, cioè come un prodigio ai suoi occhi, con l’amore di una mamma. Avete presente quando guardo ognuno di voi quattro e vi dico “quanto sei bella, quanto sei bello”, svariate volte al giorno? E voi lo sapete che in quel momento sono davvero profondamente stupefatta per essere riuscita a generare figli così stupendi, e che ogni tanto provo anche del rammarico per essermi accaparrata tutta la quota bellezza che c’era in circolazione (sì, lo so, tutte noi mamme pensiamo così, e non è tecnicamente possibile che ogni figlio sia il più bello del mondo). Ecco, moltiplicate questo amore pazzo e spropositato all’infinito, e provate a farvi un’idea di quanto ci adora il Padre.
Per far mio quello sguardo, da qualche tempo ho deciso di imparare a memoria le istruzioni che ci ha dato padre Giovanni ad Assisi, da mettere in atto quando sono in bagno, invece che fare prediche materne del tipo “ma perché gli asciugamani sono sempre in terra”, “questa casa non è un albergo”, “spegnete quei cosi che vi mangiano il cervello” – prediche che declamo quotidianamente con il carisma di un citofono. E poi ripassare le istruzioni di padre Giovanni al mattino è meglio, molto meglio anche dei vaghi propositi di svolte esistenziali che ogni tanto, se ho dormito più di quattro ore e quindi ho energie in eccesso, mi molestano, come “oggi è il primo giorno del resto della mia vita”, “da stasera commenteremo a tavola letture istruttive porgendoci a vicenda piatti di verdure da me pulite e cotte all’alba” e “dirimerò liti filiali con estrema pacatezza”, insomma i patetici consueti pensieri di una madre sull’orlo del cedimento di nervi (sognare una vita ordinata finché non hanno smesso di crescere è come spalare all’inizio della nevicata).
Allora, dicevo, piuttosto che sterili prediche a me o a voi, meglio cercare di trasformare il tempo che sto davanti allo specchio in tempo di gratitudine, riconoscenza, preghiera. Per esempio dicendo il salmo 102: «Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome». Cerco di chiamare a raccolta tutte le parti di me, perché ringrazino per lo stupore di esserci, di funzionare. Sia le parti belle che quelle brutte, tipo il sedere che ancora, nel secondo in cui scrivo, parrebbe opporre una qualche resistenza alla forza di gravità e insieme i denti storti, il mio décolleté piatto (è vero, neanche quello ha ceduto, ma solo perché non c’era niente che potesse cedere, anche volendo) e il collo lungo. Chiamo poi a raccolta pure le parti che funzionano così preziosamente e a cui non penso mai. Insomma, chi ringrazia mai Dio per la cistifellea e la tibia e la cornea e tutte le parti del corpo che fanno il loro dovere? Grazie Signore per il mio esofago e per i bronchi e per le mani e la lingua e i polpacci e la tiroide. Grazie perché, quando morirò, morirò molto usata. Forse potrò dire, come per il maiale, non si butta niente. Grazie perché mi hai fatto la grazia di usare l’utero per generare e il seno per allattare e le mani per togliere pidocchi e scrivere e cucinare e le gambe per andare lassù oltre la siepe dove sembra che il mondo finisca e gli occhi per vedere infinita bellezza e ogni cellula per vivere.
Quando mi strucco, proseguo col salmo. Il versetto da dire col dischetto di cotone in mano è “Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici”. E mentre tolgo le tracce del giorno che è passato (il mio cremone take the day off di Clinique ha un nome dal sapore biblico, “porta via il giorno”) ripenso ai benefici che ho avuto il giorno prima, e anche in quelli più lontani. Come san Francesco, anche noi dobbiamo comporre il cantico della creatura, proprio il tuo, della creatura Livia, della creatura Lavinia. Ringraziare fa venir voglia di ringraziare ancora, così come dormire fa venire sonno e mangiare stimola l’appetito. Il senso deputato al ringraziamento si affina mano a mano che viene usato, e più ringraziamo più vediamo le occasioni per farlo, più riconosciamo le cose che meritano di essere apprezzate e ricordate. Ci sono giorni in cui il ringraziamento è l’ultima delle cose che ci verrebbe spontanea, c’è sempre qualcuno che è stato egoista con noi (dicesi egoista una persona che non pensa a me), qualcosa di incredibilmente faticoso (certe giornate le capisci subito che piega prendono, l’unica speranza che avrai di fermarti sarà essere investita, giorni in cui speri almeno in una chiamata dal call center dell’Enel, almeno è qualcuno che si offre di fare qualcosa per te, anche se a pagamento). È un inganno del nemico, ed è il momento di ricordare tutto il bene ricevuto, a partire dal fatto di essere nate: pensate, tra tutti i bambini possibili dall’incontro tra me e il babbo siete nate proprio voi, esattamente voi, e non una delle altre mille bambine possibili. E, più importante, siete figlie di Dio, battezzate. Io credo che già adesso, in questi pochi anni di vita, se vi metteste a scrivere (cioè, intendo, se trovaste un foglio in quel disastro della vostra scrivania, una penna o una matita, che comunque stanno nella scatola gialla in camera vostra, oppure sul ripiano della pasta, dentro una scarpa da ginnastica di un fratello, e in tutti i luoghi dove non devono essere), trovereste già oggi almeno un centinaio di motivi seri per cui ringraziare, a partire dal fatto che non vi costringo a farlo davvero.
La fase idratante – che, diciamolo, con gli anni si sta facendo sempre più complicata, siero giorno siero notte contorno occhi crema giorno o notte – è la fase del versetto 3 del salmo 102. «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie». E così, mentre nutro la pelle, nutro anche il cuore, ricordandomi che Dio mi ha perdonata. Tutta. Anche per quelle cose orribili del passato che non vi dirà mai. Anche per quelle meschinità di ogni giorno che già vedete. E siccome io sono perdonata, ma tanto tantissimo perdonata, voglio vivere di perdono come Pietro, e non tormentarmi come Giuda. È la fortuna di essere cristiana: noi abbiamo un Padre che prepara le feste per noi dopo che siamo andati in giro a far danni. E guardando al nostro passato possiamo scegliere ogni volta se essere come Pietro o come Giuda, se credere che siamo perdonati oppure continuare ad accusarci. Se ci crediamo, non possiamo che perdonare chi ci fa qualcosa di brutto, chi ce lo ha fatto nel passato. Questo amore davvero guarisce tutte le malattie, le ferite, le mancanze e le carenze di cui abbiamo sofferto, qualcuno di noi anche tanto, e magari persino per opera delle persone più vicine. Qualche cicatrice rimane, ma la gratitudine è una medicina così potente che possiamo arrivare a dire che è proprio grazie a certe cose terribili che sono successe che oggi mi trovo nella verità davanti al Signore. Sono quelle che permettono di dire, come Francesco, “mio Dio mio tutto”, perché è solo quando facciamo fatica da soli che capiamo di avere bisogno di Dio. Nella prosperità l’uomo non comprende, dice la Bibbia. Allora grazie, Signore, per tutto quello che va storto, per tutto quello che è difficile e faticoso, e grazie anche per quello che sbaglio di mia iniziativa, perché tutto il male che faccio tu non lo butti via, ma lo usi per ricordarmi che, facendo le flessioni, con la forza di volontà, non vado da nessuna parte. Quando è così facile dire a Gesù “pensaci tu”, non lo faccio mai.
Poi viene il momento della base, o primer che dir si voglia, cioè – lo dico per voi pellidipesca che ne ignorate l’esistenza e per l’eventuale maschio che ha trovato questo libro in bagno come unica alternativa alla lettura del flacone del Dash appoggiato sulla lavatrice – la crema che uniforma liscia e illumina la pelle del viso. Vi prego di dedicare un momento di seria riflessione al fatto che siete nate in un’epoca di straordinario progresso scientifico, un’età luminosa e fortunata in cui l’uomo può avvalersi, oltre che di cosucce marginali come la penicillina e il wi-fi, di basi liscianti illuminanti che fanno impallidire tutti gli altri progressi della scienza e della tecnica. Il primer, se è buono, cancella dal viso segni, irregolarità, imperfezioni. Quando lo stendo, cerco ancora di pensare al salmo 102, dove promette che il Signore salva dalla fossa la tua vita e ti corona di grazia.

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26/02/2016
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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