Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Ha parlato il Papa, la causa è finita: la “letizia dell’amore” spinge ad aprirsi alla Grazia

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Roma locuta, disse una volta icasticamente sant’Agostino, causa finita: ha parlato il Papa, la questione è definita (ed è definitivamente chiusa). Questo è vero e falso nel caso della esortazione apostolica postsinodale Amoris lætitia, che Papa Francesco ha fatto divulgare ieri con una dettagliata e nutrita conferenza stampa: è vero perché il Santo Padre ha messo la parola “fine” su tante chiacchiere girate negli ultimi anni, relative all’autocoscienza della Chiesa, prima e più che alla di lui figura e dottrina; è falso perché ciò che questo documento significa, fin da una prima lettura, è tutt’altro che l’archiviazione del lungo e laborioso percorso del sinodo straordinario e di quello ordinario. Ne è, al contrario, un rilancio.

Gioisce la stampa laicista, con titoli simili a quelli che per divertirci avevamo giocato a pronosticare l’altra sera in redazione, ma lo fa con meno sicumera del solito, ci è parso. Con meno baldanza. Sì, «il Papa apre…», dice il titolista di Repubblica, ma le prime parole di Andrea Gualtieri sono state sulle precauzioni: «Le condizioni sono molto rigide perché “in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio”». Qual è l’argomento così ovvio da poter essere omesso nell’incipit? Ma la comunione ai divorziati risposati, ovviamente! In un documento di 325 paragrafi stesi su 259 pagine la parola “divorziati” compare 10 volte; se si allarga la ricerca a tutto il campo semantico di “divorzio”, includendo le note e i titoli di paragrafo, non si arriva al doppio (sono 19), ma pare che questo sia l’argomento di cui sui giornali si può parlare senza introduzioni di sorta. Di più, questo è l’argomento che detta le aperture delle testate.

Sarebbe bello comprendere da dove sorga l’ansia di vedere sdoganate situazioni che, nella maggior parte dei casi, non riscuotono in chi vi si trova coinvolto una partecipazione di analoga intensità e di qualità comparabile. È possibile che, almeno ai massimi livelli di elaborazione di questa temperie, si collochi la volontà di spezzare lo storico “katechon” che trattiene la deriva dissolutoria del “mysterium iniquitatis”. Ma sarebbe troppa grazia concedere un tanto alto livello di elaborazione a ogni editorialista del gruppo L’Espresso, e difficilmente potremo dare qui, noi, la risposta.

Quel che è sicuro è che – a proposito de “l’argomento” – Papa Francesco è cristallino: «Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture» (AL 307). I casi concreti che si raccolgono sotto alla specie dei “divorziati risposati” sono in realtà di più tipi, e Papa Francesco si premura di esemplificare le differenze umane e spirituali tra chi non resiste alla solitudine dopo aver subito un abbandono e chi abbandona e tradisce, tra chi ha consolidato nel tempo la nuova unione (da cui sono eventualmente nati figli da accudire ed educare) e chi si trova all’indomani della rottura col coniuge: «Dev’essere chiaro che questo non è l’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia. I Padri sinodali hanno affermato che il discernimento dei Pastori deve sempre farsi “distinguendo adeguatamente”, con uno sguardo che discerna bene le situazioni Sappiamo che non esistono “semplici ricette”» (AL 299).

Dunque restano delusi dall’esortazione apostolica tanto i rigoristi dal cuore di pietra quanto i lassisti succubi al relativismo, e Francesco non esita a diffidare (e a raccogliere a sé) entrambi: «La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi. […] Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”» (AL 307-308).

E ci potremmo ugualmente mettere a rintracciare temi “conservatori” contro temi “progressisti”, rinunciando a leggere il documento per setacciarlo invece a forza di chiavi di ricerca: ne verrebbe fuori la nostra prestazione nella battaglia di palline di carta che puntualmente infuria ogni volta che un Papa si pronuncia su un tema che l’opinione pubblica tiene in conto. Certamente non mancherebbero gli argomenti: l’esortazione Amoris lætitia parla del calo demografico come del rovescio dell’edonismo individualista in cui siamo immersi in Occidente; parla del grave disagio sociale legato alla casa, che in molte parti del mondo condiziona la vita di famiglia al punto da pregiudicarla; parla di “gravi minacce” che corrodono l’istituto famigliare, e tra queste accosta alla miseria l’eutanasia, l’aborto, le colonizzazioni ideologiche del gender, l’utero in affitto e le altre violenze al corpo della donna, come l’infibulazione. Si parla dei diritti dell’infanzia, violentati e lesi dalla pedofilia alla procreazione assistita e al contempo si ribadisce il diritto nativo dei genitori a educare i proprî figli senza ingerenze stataliste (che spesso rispondono ormai a poteri occulti estranei allo spirito dei popoli), e l’inadeguatezza delle consuete categorie di “destra” e “sinistra”, “conservatorismo” e “progressismo”, di fronte alla posizione di Papa Francesco (che è poi la posizione della Chiesa cattolica) balza agli occhi considerando come ciascuno di questi temi sembra stare in un binomio impossibile da rendere omogeneo rispetto a quelle medesime categorie. Ad esempio, dichiararsi contro l’infibulazione è comandamento onorato da tutti i guru del pensiero liberale, ma fare lo stesso contro l’utero in affitto è recentemente considerata la quintessenza dell’illiberalità – osare accostare le due cose, poi, suona come una sconsiderata provocazione. A proposito della “questione gay”: non se ne parla se non per raccomandare delicatezza e rispetto nelle famiglie in cui un figlio si scopra omosessuale. Di “matrimoni” omosessuali Francesco non fa neppure cenno, se non per ribadire che «“non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”; ed è inaccettabile “che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso”» (AL 251). E se sulla questione arcobaleno la posizione di Papa Francesco poteva non giungere inattesa neppure tra quanti temevano che si esprimesse in tal senso (checché si scriva sui giornali, i giornalisti sanno bene cosa pensi realmente il Pontefice), è risultato decisamente più spiazzante sull’educazione sessuale: il problema, a suo dire, non è che si faccia, ma l’esatto contrario, che si fa male. Che i programmi di educazione sessuale non sono affatto educativi (e neppure sessuali, in senso pieno, bensì – al limite – genitali): «L’educazione sessuale offre informazione, ma senza dimenticare che i bambini e i giovani non hanno raggiunto una maturità piena. L’informazione deve arrivare nel momento appropriato e in un modo adatto alla fase che vivono. Non serve riempirli di dati senza lo sviluppo di un senso critico davanti a una invasione di proposte, davanti alla pornografia senza controllo e al sovraccarico di stimoli che possono mutilare la sessualità. I giovani devono potersi rendere conto che sono bombardati da messaggi che non cercano il loro bene e la loro maturità. Occorre aiutarli a riconoscere e a cercare le influenze positive, nel tempo stesso in cui prendono le distanze da tutto ciò che deforma la loro capacità di amare. […] Un’educazione sessuale che custodisca un sano pudore ha un valore immenso, anche se oggi alcuni ritengono che sia una cosa di altri tempi. È una difesa naturale della persona che protegge la propria interiorità ed evita di trasformarsi in un puro oggetto. Senza il pudore, possiamo ridurre l’affetto e la sessualità a ossessioni che ci concentrano solo sulla genitalità, su morbosità che deformano la nostra capacità di amare e su diverse forme di violenza sessuale che ci portano ad essere trattati in modo inumano o a danneggiare gli altri» (AL 281-282).

Tutto questo si trova in Amoris lætitia, ma fermandoci a ciò saremmo ancora lontanissimi dal comprendere la portata e il senso di questo documento, che testimonia mirabilmente come «una mera, costante e sublime ricapitolazione» della dottrina cristiana produca, da sé stessa, l’incremento e l’approfondimento del depositum fidei. Non ci sarebbe alcuna lætitia nel ribadire una volta di più “cosa si può fare” e “cosa non va bene”, tanto se qualcuno sperava in una conciliante “depenalizzazione” dei peccati (o dello stesso concetto di peccato) la sua smentita è evidente oggi più che mai. Qual è dunque la “bella notizia” di Amoris lætitia?
Ne arriva una fresca ventata già solo sfogliando l’indice: l’alfabeto degli affetti famigliari viene offerto in un breve acquerello d’immagini bibliche nel primo capitolo. Come nel tuffo di inizio gara, alla profonda e raccolta ispirazione poetica segue lo scatto muscolare, e così il secondo capitolo tratteggia con ampiezza concisa “la realtà e le sfide della famiglia”. Il terzo capitolo sintetizza l’apporto qualificante di Gesù alla propria realtà storico-religiosa e il deposito del magistero ecclesiastico. E così – uno potrebbe osservare – tra Scrittura, input dal mondo, storia e Magistero, si è detto quanto si doveva dire. È vero il contrario: col capitolo quarto si squaderna inattesamente una dettagliata esegesi dell’“inno alla carità” di san Paolo (1 Cor 13) con cui si lumeggia l’intero affresco del progetto coniugale cristiano, che trova nella comunione trinitaria la prima immagine e il termine ultimo. La “novità” teologica è tutta raccolta qui: la nettezza con cui si scandiscono le esigenze della vita cristiana risulta straordinariamente empatica, nient’affatto respingente, anzi profondamente invitante. Il nostro amore quotidiano – questo il Leitmotiv già a partire dal titolo dei paragrafi – cresce nella carità coniugale, divenendo amore appassionato e così trasformandosi nel suo fine ultimo, che è l’essenza stessa di Dio.
Doveva riferirsi a questa visione d’insieme il cardinale Christoph Schönborn, quando ieri non riusciva a celare la commozione nel presentare il documento: «Vi traspira la grande tradizione gesuitica», ammetteva con trasporto, per poi aggiungere tra le risate generali: «E lo dico da domenicano!». «Il Papa è un pedagogo», ha ripetuto spesso, e il senso delle sue osservazioni doveva riferirsi soprattutto alla cura che l’esposizione ordinata e integrale del messaggio risultasse incoraggiante ed invitante, così come – secondo l’esperienza di Ignazio di Loyola codificata negli Esercizi Spirituali – «è proprio dello Spirito buono», ossia di Dio. Questo spiega a fondo la freddezza di Papa Francesco verso ogni formulazione dottrinale che risulti respingente: il Vangelo ha il potere sovrumano di chiedere agli uomini “sforzatevi di passare per la porta stretta”, riempiendoli al contempo della “letizia dell’amore” – perché allora giocare al ribasso? Perché rassegnarsi a incupire gli uomini “legando sulle loro spalle fardelli così pesanti che spesso nessuno tocca neanche con un dito”? Questo sembra stare in cima ai pensieri di Papa Francesco quando scrive. E c’è pure da dire che l’afflato ignaziano-gesuitico di Papa Francesco viene strutturalmente innervato di dottrina “tradizionale”: «Questo testo è profondamente tomistico!», ha pure detto Schönborn (al colmo della sua commozione di domenicano felice di elogiare il lavoro di un gesuita). E si deve apprezzare che il Papa abbia puntellato il suo percorso di autorità tomista proprio là dove maggiormente poteva essere accusato di fare una concessione troppo forte al probabiliorismo (storica marca della Compagnia di Gesù in morale): «Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: “Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare”» (AL 304).

Non è una citazione superficiale, tanto per dire: anche il cardinal Lorenzo Baldisseri, presentando il testo, ha sottolineato l’insistenza particolare di Papa Francesco per la componente emozionale e (“passionale”) della vita umana. Ecco forse il punto di contatto più solido, radicato nell’esperienza umana fondamentale, tra la lezione tomista e quella ignaziana: «Desideri, sentimenti, emozioni, quello che i classici chiamavano “passioni”, occupano un posto importante nel matrimonio. Si generano quando un “altro” si fa presente e si manifesta nella propria vita. È proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra realtà, e questa tendenza presenta sempre segni affettivi basilari: il piacere o il dolore, la gioia o la pena, la tenerezza o il timore. Sono il presupposto dell’attività psicologica più elementare. L’essere umano è un vivente di questa terra e tutto quello che fa e cerca è carico di passioni» (AL 143). Un’attenzione non priva di scaltrezza “politica”, si dirà, e questo rilievo non potrà che sollecitare il compiacimento per la grandezza del genio ignaziano con cui ogni gesuita lotta ogni giorno. Ma Francesco deve andare avanti, non può fermarsi col martello ora che il ferro del lettore è diventato sfavillante per la bellezza del Vangelo da lui sventagliatogli davanti: nel quinto capitolo si parla così di fecondità e prolificità, della poetica della gravidanza e della specificità dell’attesa per la madre e per il padre (inoculando sapientemente l’anticorpo all’intimismo romanticheggiante da telenovela – AL 185-186). Il sesto capitolo si dedica poi a consigli ed esortazioni per la preparazione al matrimonio (nonché per l’accompagnamento iniziale degli sposini freschi, di cui la Chiesa non dovrebbe disinteressarsi), tocca il delicato argomento delle crisi nel matrimonio e il tema spinoso del “pungiglione della morte”, che da sempre incrina e mina ogni amore umano.

Il settimo capitolo tratteggia la proposta del modello educativo tra genitori e figli (e in questo contesto si apre il sorprendente paragrafo sull’educazione sessuale), improntata ad un paziente realismo e tutta protesa alla trasmissione della fede.

Si capisce che a questo punto l’ottavo capitolo non abbia più il posto centralissimo e quasi esclusivo riservatogli dalla stampa, ma assurga a momento di delicata attenzione di un’operazione molto più vasta, più complessa e più lungimirante. Ospedale da campo, sì, ma di un esercito in battaglia e che non contempla la possibilità di lasciarsi sconfiggere.

Questo progetto, di ambizione umilmente sfrontata, viene tenuto fuori dal campo dell’ideologia dalla compassione verso tutte le fragilità di chi non riesce a conformarsi appieno alla legge della libertà; esso viene pure trattenuto fuori dal non-campo dell’utopia dallo sviluppo di una spiritualità che sostanzia e motiva l’intera proposta etica, proprio come l’anima il corpo. È una “spiritualità della cura, della consolazione e dello stimolo”, che alimenta l’amore esclusivo e libero in una comunione soprannaturale alimentata dalla luce della Pasqua.

Non è sufficiente – sembra il pensiero di Francesco – aprire una via di fuga per chi si è messo in un vicolo cieco: bisogna dilatargli l’anima nel racconto del suo destino, e bisogna infondergli in petto il desiderio di «buttare quel suo cuore enorme / tra le stelle un giorno». Per questo Francesco serra i ranghi, raccoglie le forze, dispone le operazioni essenziali e rilancia la sfida: «Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37).

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09/04/2016
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