{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Così la Manif francese perde il suo ruolo

Politica

di Emiliano Fumaneri

Così la Manif francese perde il suo ruolo

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Chiunque abbia a cuore la lotta contro i falsi miti del progresso farà bene a tenere sempre lo sguardo puntato in direzione della Francia, l’antica “figlia primogenita” della Chiesa. L’esperienza insegna: è nella «Grande Nazione», il paese più simile al nostro per storia, cultura e organizzazione statale, che spesso trovano anticipo tendenze e orientamenti destinati, presto o tardi, a riprodursi anche in Italia.

È dalla Francia infatti che si è originato nel 2013 un vasto moto di protesta contro la legge Taubira, la norma sul «mariage pour tous» che introduceva le nozze gay in Francia. Sono nate così forme di resistenza pacifica come i Veilleurs Debout (VD) e la Manif Pour Tous (MPT) che hanno portato in piazza milioni di francesi contro la rivoluzione arcobaleno imposta dal governo socialista di Hollande.
Sono i modelli a cui si sono ispirati, anche per l’Italia, le Sentinelle in Piedi, l’omonima Manif Pour Tous e, last but not least, i due grandi Family Day di Piazza San Giovanni e del Circo Massimo organizzati dal Comitato Difendiamo i nostri figli.
Non sarà inutile allora rifarsi ancora all’esempio francese e ripercorre le ultime tappe e gli sviluppi della Manif Pour Tous francese, trasformatasi in partito politico nell’aprile del 2015.
Anzitutto occorre aver presente il quadro politico. Il prossimo anno (23 aprile per il primo turno) in Francia sono previste le elezioni presidenziali. Per tentare di far rientrare i temi della famiglia, della vita e dell’educazione nel dibattito presidenziale, la Manif Pour Tous ha convocato un’altra grande manifestazione a Parigi. La data della mobilitazione è stata fissata al 16 ottobre, sei mesi prima delle elezioni per la presidenza della Repubblica.
Lo scenario politico francese, naturalmente, è in forte subbuglio in vista di questo grande appuntamento: lo scialbo François Hollande sta cercando di ricompattare il campo della sinistra – condizione imprescindibile per poter sperare in una rielezione – dando nuovo impulso all’offensiva contro la famiglia. Sono riapparsi così i disegni di legge frenati dalla resistenza popolare del 2014: la legalizzazione della PMA «senza padre», l’adozione per le unioni civili (le coppie unite dal Pacs, col rischio di legittimare l’utero in affitto), la richiesta di statuto per i genitori acquisiti, la legge sulla famiglia del ministro Dominique Bertinotti (che prevedeva, tra le altre cose, di estendere il diritto alla procreazione assistita alle coppie di donne omosessuali).
La Manif non rimane a guardare e appare più che mai intenzionata a ritornare in piazza. Allo stesso tempo, per bocca della presidente Ludovine de La Rochère, MPT ha ribadito la sua vocazione originaria che rimane quella di un movimento di lobbying autonomo e indipendente da ogni partito politico, solo decisore della propria strategia e delle proprie azioni. Per questo la Manif rifiuta di entrare in campagna elettorale a sostegno di questo o quel candidato e continua a rivolgersi a tutti i candidati, quali che siano le loro etichette di partito. In compenso MPT indica nel dettaglio ai propri simpatizzanti le posizioni di ciascun candidato su matrimonio, filiazione, famiglia e educazione stabilite sulla base delle loro dichiarazioni pubbliche.
Ma c’è un’altra realtà collegata alla MPT su cui vale la pensa di soffermarsi: è il movimento Sens commun, che si può considerare a tutti gli effetti uno spin-off della Manif. Si tratta di un micropartito fondato da giovani ex attivisti MPT come Sébastien Pilard e Madeleine Bazin de Jessey. Nato alla fine del 2013, Sens commun si è subito posizionato nel centro-destra (l’ex UMP, l’Unione per un Movimento Popolare che nel 2015 ha cambiato nome diventando i Repubblicani) con lo scopo dichiarato di influenzarlo dall’interno coi valori della Manif.
Con l’adesione alla Cosa liberalconservatrice di Nikolas Sarkozy Sens commun si è inserito in una coalizione estremamente eterogenea che comprende anche chi (come Alain Juppé, uno dei candidati di punta per l’Eliseo) si dichiara difensore di quella legge Taubira che Sens commun sogna di abrogare.
E qui sono cominciati i problemi per gli entristi di Sens commun. Eppure le premesse sembravano buone: nel novembre 2014 Sarkozy si era solennemente impegnato davanti a tremila simpatizzanti del movimento nato dalla Manif giurando che avrebbe abolito la legge Taubira. Ma l’astuto Sarkò ha fatto una clamorosa retromarcia. Ci ha ripensato e si è riscoperto “evoluto”: «Non si può pensare di de-maritare i maritati», ha dichiarato il leader conservatore, perché «questo sarebbe ingiusto e inoltre giuridicamente impossibile». L’ex presidente della République confesserà di aver inizialmente «pensato che le ambiguità della legge Taubira in certi punti imponessero una nuova redazione» ma poi, dopo attenta riflessione (elettorale, supponiamo), Sarkò dirà di essere giunto alla conclusione che «il rimedio sia peggiore del male. […] È un punto sul quale, lo ammetto, mi sono evoluto». Et voilà, adieu abrogation! Buggerati dalle promesse di Sarkò, gli attivisti di Sens commun non hanno potuto fare altro che incassarne il voltafaccia.
Dell’altro grande nome dei Repubblicani, Alain Juppé, si è già detto che sponsorizza il «mariage pour tous». E così in questi giorni, mentre si avvicinano le primarie repubblicane del 20 e il 27 novembre, al piccolo partito pro-family non è rimasta che la scelta tra due candidati di secondo piano. Da una parte Jean-Frédéric Poisson, antico oppositore del «mariage pour tous» e favorevole all’abolizione integrale della Taubira, considerato il naturale sbocco del voto pro-life e pro-family. L’alternativa invece è rappresentata da un ex primo ministro come il gollista François Fillon, che pur avendo votato contro la legge Taubira nel 2013 si attesta ora su una posizione che non contempla l’abrogazione «pura e semplice» delle legge. Fillon esclude anche di sopprimere le adozioni omogenitoriali, considerando solo di rivedere le norme sull’adozione chiusa (quella che prevede il distacco totale del figlio adottato dalla famiglia biologica). «Non mi pare legittimo», ha affermato, «che la legge permetta di considerare che un bambino sia figlio o figlia, in maniera esclusiva di due genitori dello stesso sesso. La sua filiazione nel senso biologico del termine nei confronti di un padre e di una madre non deve dunque più poter essere cancellata da un’adozione chiusa».
La scelta sembrava scontata a favore dell’anti-Taubira “senza se e senza ma”, cioè l’intransigente Poisson. E invece no: tra il candidato Poisson e il candidato Fillon gli ex militanti della Manif hanno finito per scegliere il secondo, seppure obtorto collo. Il fatto è che all’interno di Sens commun ha prevalso il calcolo pragmatico: Fillon, per quanto più distante culturalmente e politicamente, appare avere qualche probabilità in più di Poisson nella partita delle primarie (anche se in Francia danno per scontato che la vittoria per la candidatura alla presidenza della repubblica sarà una questione tra Sarkozy e Juppé).
A questo quadro già abbastanza grigio bisogna aggiungere il fatto che l’endorsement di Sens commun – visto lo scarso peso politico del partito – non è stato accolto con particolare enfasi dal prescelto. Appare sintomatico il commento laconico del deputato Chartier, uno dei più fedeli sostenitori di Fillon: «Siamo felici della manifestazione di sostegno di Sens commun. Consideriamo le persone di Sens commun come persone impegnate. È gente di qualità». Monsieur Fillon, da parte sua, ha commentato a malapena il «ralliement» di Sens commun. Ma anche Monsieur Poisson non è apparso particolarmente toccato dal «tradimento» di quelli che dovevano essere suoi interlocutori privilegiati.
La sensazione è che Sens commun si trovi in un vicolo cieco: depotenziato sul piano valoriale, insignificante su quello numerico, invischiato nelle sabbie mobili di una palude popolata da una fauna di illusionisti, cinici e indifferenti. Di conseguenza è profonda la delusione tra coloro che in buona fede avevano aderito a Sens commun.
Come si è arrivati a questo punto? Una diagnosi convincente ci pare quella di Patrice de Plunkett, collaboratore dell’«Osservatore Romano» e acuto osservatore della politica francese.
Quali sono stati, secondo de Plunkett, i principali errori dei giovani di Sens commun?
In primo luogo un micidiale errore di analisi che ha indotto a credere di poter “influenzare dall’interno” il centro-destra, lanciandosi in un’operazione analoga a quella di chi volesse rivitalizzare un cadavere. Un errore di valutazione indotto da una mentalità intrisa di irrealismo naïf e di romanticismo politico, conseguenza dello spiritualismo strisciante diffuso in buona parte della “generazione Giovanni Paolo II” (quando Giovanni Paolo II era tutt’altro che un romantico sognatore!).
Da qui il difetto di discernimento che rischia di costare carissimo quando ci si confronta con la dura realtà della politica. Era ampiamente preventivabile, fa osservare de Plunkett, l’insuccesso del tentativo di “influenzare dall’interno”. Ogni macchina elettorale, nelle circostanze attuali, è una specie di cippatrice o di tritacarne, sicché questi ingenui tentativi sono votati alla sterilità: l’«entrismo», in queste condizioni, è una pura perdita di tempo e di energie. E porta anche a una dispersione di convinzioni e di ideali, destinati ad essere azzerati dalla cinica meccanica del partito. «I pariti sono un dissolvente per lo spirito», scrive de Plunkett. «Quali che fossero le idee che si avevano nell’atto di entrarvi (se mai ce ne fossero state), la macchina elettorale porta al pensiero-zero».
In nessun campo come in quello della politica le “buone intenzioni” si rivelano in tutta la loro insufficienza: da sola, la convinzione che “bisogna pur fare qualcosa” rischia di produrre disastri.
Altri errori, prosegue de Plunkett, non sono imputabili tanto al funzionamento del sistema dei partiti quanto al milieu stesso di provenienza di Sens commun: la Manif.
Per evitare che un partito-emanazione delle manifestazioni del 2013 venisse triturato dalla macchina elettorale occorreva che i dirigenti della MPT non fossero a loro volta sociologicamente vicini a questo mondo (come attestano già le biografie dei fondatori del movimento). È mancata anche un’avanguardia cosciente del movimento capace di diagnosticare con lucidità le cause della crisi di civiltà che stiamo attraversano e della quale le “riforme sociali” di Hollande sono un prodotto.
Solo una diagnosi lucida avrebbe potuto far comprendere che queste cause non stanno tanto nello “spirito del ‘68” quanto nel sistema del 2013 (all’epoca), la cui natura è essenzialmente economica. Tutto oggi è subordinato al materialismo pratico dell’economia e della tecnica. Siamo nel pieno di quella che Michel Schooyans (autore di saggi fondamentali contro l’aborto) ha definito la «deriva totalitaria del liberalismo». È stato Schooyans, ne «La dérive totalitaire du liberalisme», a mettere in luce i due «presupposti assiomatici» del liberalismo che «curiosamente sfuggono alla critica». E questi sono il materialismo e l’individualismo, dai quali deriva una concezione dei rapporti sociali come meri rapporti di forza e una nozione della libertà come «autonomia totale, pura e semplice, dell’individuo di fronte a sé stesso, agli altri, ai valori».
Così il liberalismo dei «diritti» e quello del «mercato» cooperano per generare quella dittatura del desiderio che detta le forme di vita, polverizzando le strutture sociali più elementari per non lasciare dietro di sé altro più che «l’individuo e il mercato». Il «mariage pour tous» non è altro che uno dei sintomi dell’iperindividualismo proprio del modello ultraliberale, sintetizzato da queste parole del primo ministro Manuel Valls: «la sola questione che conta è come orientare la modernità per accelerare l’emancipazione degli individui».
Una simile analisi, certo inammissibile per una destra politica organica almeno quanto la sinistra al mondo economico e finanziario, non è stata diffusa tra le folle che si riversate nei boulevard di Parigi per opporsi alla legge Taubira. I manifestanti sono stati così consegnati ai miraggi del liberal-conservatorismo e alla sua «accoppiata ossimorica tra il caos finanziario e il culto della Famiglia».
Come uscire dall’impasse e dallo choc? Per de Plunkett non c’è alternativa: bisogna abbandonare la trappola del dualismo destra-sinistra. Come ha mostrato Luigi Iannone («Sull’inutilità della destra») la società post-industriale, che celebra il capitalismo finanziario sul piano economico e l’individualismo sul piano sociale, ha travolto le identità dei partiti di destra e di sinistra. Oggi destra e sinistra si disputano solo due ruoli solo apparentemente opposti ma in realtà complementari. Un integralismo economico ha operato la reductio ad unum delle destre e delle sinistre.
La salvezza non viene da destra o dal conservatorismo liberale. Meglio guardare alla parola provocante di papa Francesco. Per questo i giovani di Senso commun non avrebbero dovuto cercare lontano per trovare riflessioni in grado di illuminarli. Sarebbe bastato attingere a pensieri come quelli contenuti in un eccellente libro di alcuni loro coetanei nonché compagni di battaglia contro la Taubira. I loro nomi sono Gautier Bès, Marianne Durano e Axel Rokvam. Sono tre fondatori dei Veilleurs, le Sentinelle in piedi francesi, e in «Nos limites. Pour une écologie intégrale» [I nostri limiti. Per una ecologia integrale] mostrano gli effetti deleteri del liberalismo: il suo impatto sui costumi e sulla famiglia, gli effetti di una società di mercato dove tutto è ridotto a cosa, a merce, anche attraverso il biotech. Nella loro lucida analisi, i giovani Veilleurs scoperchiano gli effetti del produttivismo, portano alla luce del sole il modo in cui la macchina liberale svuota la politica. In breve, si pongono sulla scia della critica al «paradigma tecnocratico» avanzata da papa Francesco nell’enciclica «Laudato si’».
L’esperienza di Sens commun ha qualcosa da insegnare anche all’Italia. Bisogna fare attenzione alle suggestioni spiritualistiche: è velleitario credere di “influenzare dall’interno” delle macchine elettorali che si alimentano unicamente di interessi e di desideri. Lo prova il fatto che il progetto di “società flessibile” in cui ogni attività umana – da quella sessuale a quella lavorativa - è svincolata da un luogo fisico accomuna tanto la destra quanto la sinistra. Renzi e Berlusconi in questo senso sono intercambiabili.
Il corpo come il luogo di lavoro, secondo questa visione che omologato i poli dello schieramento politico, sono entità da dematerializzare, da rendere fluide, variabili come i valori dei mercati finanziari. È il trionfo della «placelessness», dove tutto diventa «non-luogo». La «placeless society» impone al tempo una «placeless family» (poliamore, gender-fluid) e un «placeless job» (finanziarizzazione selvaggia dell’economia, delocalizzazione, flessibilità totale). A rendere realizzabile questo progetto contribuisce la biotecnologia, che riducendo il corpo umano a una somma di funzioni manipolabili fa apparire l’uomo come un soggetto «selfmade», che si costruisce da sé, a cominciare dal proprio «genere».
Bisogna ammettere, con Fabrice Hadjadj (uno dei grandi ispiratori dei tre Veilleurs), che il mondo è ormai segnato, prima ancora che dal materialismo, dalla dematerializzazione. Oggi scarseggia meno il senso dello spirito che il senso della materia, della materia data con una forma propria e perciò indisponibile alla manipolazione, la materia che si tratta di accogliere e rispettare.
È un tempo che anche pensatori non cristiani non esitano a definire «apocalittico», nel quale i veri amanti dello spirito si riconosceranno da come sapranno difendere la materia.

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23/09/2016
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