Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Papa Francesco ad Amatrice pastore tra la sua gente

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«Non volevo dare fastidio»: le prime parole di Papa Francesco ad Amatrice sono quasi una giustificazione per non essere andato prima. Una delle pagine più alte del magistero bergogliano si è compiuta ieri nelle zone del centro Italia funestate dal sisma dello scorso 24 agosto: quaranta giorni dopo, nella festa del patrono d’Italia (e nella ricorrenza dell’onomastico personale del Pontefice), il Vescovo di Roma si è recato tra i terremotati, che anche l’altra notte sono stati svegliati da una forte scossa – molti sono quelli che dormono con un piede sull’uscio della loro attuale residenza, quale che sia.
Un viaggio annunciato, e non molto tempo fa: di ritorno dal recentissimo viaggio apostolico, nel Caucaso, Francesco aveva confidato ai giornalisti che avrebbe visitato i superstiti di quelle zone «privatamente, da solo, come sacerdote, come vescovo, come Papa. Ma da solo. Così voglio farla». Aggiungendo subito dopo: «E vorrei essere vicino alla gente».
Non restano grandi discorsi, della visita di ieri, solo poche parole semplici: «Ho pensato bene nei primi giorni di questi tanti dolori che la mia visita, forse, era più un ingombro che un aiuto, che un saluto, e non volevo dare fastidio e per questo ho lasciato passare un pochettino di tempo affinché si sistemassero alcune cose, come la scuola. Ma dal primo momento ho sentito che dovevo venire da voi! Semplicemente per dire che vi sono vicino, che vi sono vicino, niente di più, e che prego, prego per voi! Vicinanza e preghiera, questa è la mia offerta a voi. Che il Signore benedica tutti voi, che la Madonna vi custodisca in questo momento di tristezza e dolore e di prova». “Vi sono vicino”, “prego per voi” e “la Madonna vi custodisca”: queste le tonalità delle parole del Papa.
Poca roba, si dirà, roba da parroci. Roba da chi sta vicino alla gente, piuttosto, e per un istante è sembrato ieri di tornare ai tempi di san Giovanni Paolo II, tanta era la potenza che emanava dalle immagini di Francesco tra le macerie, e tanto foto e filmati superavano in eloquenza le dichiarazioni di Bergoglio. Una tempesta di simboli precipitava in quel luogo, e l’uno sull’altro i segni promanavano suggestioni fittissime rimandate in tutto il nostro piccolo mondo dagli obiettivi della stampa: un uomo solo su una strada circondata e interrotta da macerie. L’uomo in questione è un potente, ed è impotente; può comandare molte cose a molti uomini, ed è solo; è vestito di bianco, e d’intorno è tutto sporco; crede in Dio e lo sta pregando, ma tutto all’intorno sembra negare che nel cielo «sereno, infinito, immortale» ci sia uno sguardo buono, o che di là si tenda una mano potente. L’uomo in questione è il capo della più grande e importante religione organizzata del mondo: che cosa sono, cosa erano gli edifici rovinati a due passi da dove poggiano i suoi piedi? Sono immagine della Chiesa? E sì, l’uomo si chiama pure Francesco e ieri ricorreva la festa del suo patrono, che il suo predecessore Innocenzo III vide in sogno sorreggere la Chiesa rovinante. O sono immagine del mondo? Di quel mondo spensierato e gaudente che anche in quel posto, ad Amatrice, fino a poche ore prima del terremoto viveva come se non ci fosse un domani, ovvero ignorando che davvero un domani non ci sarebbe stato? Ma allora veramente il terremoto è stato un castigo di Dio per i peccati degli uomini? E in che cosa gli amatriciani morti sarebbero stati più viziosi di tutti gli altri abitanti della città e di tutti gli abitanti di tutte le altre città d’Italia e del mondo? Dio ne colpisce uno per educarne cento? E che razza di Dio sarebbe questo? Soprattutto, che ci farebbe il suo principale rappresentante là tra le cicatrici dei flagelli del proprio superiore supremo? E perché la gente gridava “evviva il Papa!” invece di chiedergli conto della propria condizione?
L’immagine è potente ma non dice tutto, anzi principalmente lascia aperta la domanda – lascia aperte queste domande, che dalla più immediata e positiva alla più cupa e disperante aggregano le paure, le angosce, le speranze e le gioie degli uomini. «Andiamo avanti, sempre c’è un futuro», ha proseguito Papa Francesco, per poi passare a toccare la ferita più dolente di tutte: «Ci sono tanti cari che ci hanno lasciato, che sono caduti qui, sotto le macerie. Preghiamo la Madonna per loro, lo facciamo tutti insieme». E ha pregato un’Ave Maria con loro, come un catechista coi suoi ragazzi. «Guardare sempre avanti», ha concluso infine: «Avanti, coraggio, e aiutarsi gli uni gli altri. Si cammina meglio insieme, da soli non si va. Avanti! Grazie».
È noto l’amore del Pontefice per l’opera letteraria di Alessandro Manzoni, in particolare de I promessi sposi: se nel suo schivo scusarsi per non essere andato prima risuonano le parole del Cardinal Federigo Borromeo all’Innominato, nel semplice (e banale, diranno i maligni) discorso indirizzato agli amatriciani pare di leggere a mo’ di sottotesto una questione cruciale che attraversa i capitoli 20 e 21 del romanzo – la paura e il coraggio. «Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole! Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in que’ momenti? Dille di quelle parole: trovale, alla malora. Va’». Così l’Innominato ordinava a una vecchia residente nel suo castello di rincuorare Lucia, rapita e tenuta prigioniera. L’intento era buono, o almeno passabile, ma il Conte di Segrate avrebbe ancora dovuto imparare che non basta sapere “di quelle parole” per dare coraggio. In fondo, a leggere il testo con attenzione, si vede che la vecchia, malgrado tutto, aveva pure pizzicato qualche corda ragionevole; solo che Lucia restava indifferente a quei puri “flatus vocis” che le venivano dall’anziana donna.
Così pure le parole che ha detto il Papa ieri ad Amatrice, sono parte di un altissimo magistero e nondimeno restano frasi molto semplici e ordinarie. Perché quindi erano tutti là a salutarlo e a festeggiarlo prima ancora che parlasse? «Penso che la parola del Sommo Pontefice possa aiutare ad avere fiducia nella vita», ha detto il parroco di Amatrice, don Savino d’Amelio: «Siamo dunque chiamati ad incarnare questa speranza che il Papa ha suscitato e ha comunicato con le sue parole». Il sindaco Sergio Pirozzi, da parte sua, si è lasciato andare anche a considerazioni più schiettamente teologiche e religiose: «Come dissi il giorno dei funerali – ha raccontato ai microfoni di Davide Dionisi per Radio Vaticana – la nostra fede ci insegna, ci trasmette speranza. Noi abbiamo la certezza che dopo la morte ci sia una vita. Per cui il messaggio straordinario è che, dopo la morte che noi abbiamo avuto, la visita del Papa rappresenta la vita, quella che verrà: torneremo a vivere nelle nostre case, nei nostri luoghi. Io gli ho detto queste cose e la cosa più bella è stata il suo abbraccio, a testimonianza di una vicinanza straordinaria non solo fisica, ma soprattutto emotiva. Lo ringrazio, quindi, perché ho visto negli occhi della mia gente la speranza: e non c’è cosa più bella di questa!».
Sicuramente Papa Francesco – che è uomo concreto e d’esperienza – non si sarà presentato a mani vuote ad Amatrice: certamente avrà portato con sé la borsa dove tiene “l’obolo di Pietro” e ne avrà elargito largamente. Lo stesso avranno fatto tutte le altre istituzioni passate nella zona terremotata in questi quaranta giorni, ma né per le offerte di Renzi (che poi sarebbero governative) né per quelle (personali) di Zuckerberg la gente ha sentito ravvivarsi la speranza. Ed è stato il sindaco, non il parroco, a definirla “la cosa più bella”, come se si fosse ricordato anche lui del passaggio che segna la salvezza dell’Innominato: «Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza».
Con l’inverno alle porte e la visibilità mediatica che si eclissa, con le tombe dei parenti ancora fresche e le rovine di una casa ancora in vista, la visita estemporanea e “senza pretese” di Francesco ai terremotati ha ravvivato la speranza che valga la pena darsi da fare, rimboccarsi le maniche e ricominciare. Che sullo sfondo di tutto ci sia qualcosa di sensato. Una simile cosa è pensabile solo in presenza di un vero e autentico carisma: non basta la fama né il denaro, per dispensare speranza. Francesco, come il suo patrono, può, perché nutre continuamente un profondo e inamovibile motivo di coltivare speranza. «E così te ne vai coi tuoi pochi, / così ricco della tua povertà»: nella poesia si compie il miracolo quotidiano di palesare identificazioni mistiche come quella immortalata nella foto. E sono di un solo Francesco, ma anche di chiunque voglia vivere da “uomo santo e felice”, le parole: «E così me ne vado da solo / sulla strada che porta ad Assisi».

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04/10/2016
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