Politica

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco: le fasi salienti della visita pastorale nel Caucaso

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Un’altra visita pastorale ed un altro grande successo. Un altro bagno di folla ed un’altra quantità di stravolgimenti delle sua parole da parte dei media di mezza Europa e statunitensi.
Parole che ‘risuonano’ e rimbombano’ quelle del vescovo di Roma che ha parlato di : “Teoria gender grande nemico del matrimonio” ma hanno lasciato il segno anche quelle dell’arcivescovo ortodosso di Baku: “Le nostre divisioni non arrivano in cielo”. Ma andiamo con ordine con ordine ‘inverso’ iniziando dalla Conferenza stampa in aereo con i giornalisti di varie nazionalità.
Si è così concluso nel migliore dei modi suo 16.mo viaggio apostolico che lo ha portato in Georgia e Azerbaigian. Tanti i temi al centro del colloquio: oltre a commentare la sua nuova visita nel Caucaso, ha parlato dei suoi prossimi viaggi, delle questioni del gender e dell’omosessualità, dei rapporti con la Cina e altro ancora.
Il Pontefice definisce la Georgia una terra ‘cristiana fino nel midollo’ e che ha “scoperto” con “tanta cultura e fede”. Francesco sottolinea anche la figura del Patriarca Ilia II, “un uomo di Dio”, che lo ha “commosso”.

Quindi ha iniziato a colloquiare con i giornalisti parlando di un argomento che gli sta molto a cuore, l’ecumenismo: “Pregare gli uni per gli altri. Questo è importantissimo: la preghiera. E secondo, fare cose insieme: ci sono i poveri, lavoriamo insieme con i poveri; c’è questo e questo problema, possiamo farlo insieme? Lo facciamo insieme; ci sono i migranti? Facciamo insieme cose ... Facciamo le cose del bene per gli altri. Insieme. Questo possiamo farlo. E questo è il cammino dell’ecumenismo”.
Sulle questioni tra Armenia e Azerbaigian invoca “dialogo sincero” e per non cadere nella via della “guerra” parla del “coraggio di andare presso un Tribunale internazionale” come quello all’Aia:
“La guerra distrugge sempre, con la guerra si perde tutto! E anche, i cristiani, la preghiera, pregare per la pace perché questi cuori prendano questo cammino di dialogo, di negoziato o di andare a un tribunale internazionale”.
Sollecitato su omosessualità e gender il Pontefice non lascia dubbi, non offre il fianco ad interpretazioni di sorta. Riafferma che siamo tutti figli di Dio ma che tutti dovremo andare a bussare alla sua porta sottolineando che ha accompagnato nella “vita di sacerdote, di vescovo e anche di Papa, persone con tendenza e con pratica omosessuali:
“Quando una persona che ha questa condizione arriva davanti a Gesù, Gesù non gli dirà sicuramente: ‘Vattene via perché sei omosessuale!’”. Condanna ancora una volta con fermezza l’ideologia gender, la “cattiveria” dell’indottrinamento, soprattutto dei ragazzi nelle scuole “per cambiare la mentalità”, quelle forme che chiama “colonizzazioni ideologiche”. Poi parla di un ragazzo spagnolo che ha cambiato sesso e ribadisce la necessità di avere un cuore aperto:
“Le tendenze o gli squilibri ormonali danno tanti problemi e dobbiamo essere attenti a non dire: ‘Ma, tutto è lo stesso, facciamo festa’. No, questo no. Ma ogni caso accoglierlo, accompagnarlo, studiarlo, discernere e integrarlo”.
Questo - afferma - “è quello che farebbe Gesù oggi”, poi aggiunge CHIARAMENTE: “Per favore, non dite: ‘Il Papa santificherà i trans!’. Per favore, eh?”.
“Voglio essere chiaro. È un problema di morale. E’ un problema. E’ un problema umano. E si deve risolvere come si può, sempre con la misericordia di Dio, con la verità, come abbiamo parlato nel caso del matrimonio, leggendo tutta l’Amoris Laetitia, ma sempre così, ma sempre con il cuore aperto”.
Poi il Vescovo di Roma ritorna sul tema del divorzio, delle famiglie ferite e dell’attacco alla famiglia: “L’immagine di Dio non è l’uomo: è l’uomo con la donna. Insieme. Che sono una sola carne quando si uniscono in matrimonio. Questa è la verità. È vero che in questa cultura i conflitti e tanti problemi non ben gestiti e anche filosofie di oggi, faccio questo, quando mi stanco ne faccio un altro, poi ne faccio un terzo, poi ne faccio un quarto, è questa guerra mondiale che lei dice contro il matrimonio. Dobbiamo essere attenti a non lasciare entrare in noi queste idee”.

Centrale per Francesco è il fatto che “l’ultima parola non l’ha il peccato, l’ultima parola l’ha la misericordia”. Esorta alla lettura integrale dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, dove dice “che esiste il peccato, la rottura, ma anche la cura, la misericordia, la redenzione” e mostra la via per risolvere i problemi: “Con quattro criteri: accogliere le famiglie ferite, accompagnare, discernere ogni caso e integrare, rifare”.
Ma andiamo con ordine: la prima domanda ha riguardato le impressioni del papa sulla Georgia: “Io ho avuto due sorprese in Georgia. Una è la Georgia. Mai ho immaginato tanta cultura, tanta fede, tanta cristianità. Un popolo credente; e di una cultura cristiana antichissima, un popolo di tanti martiri. E ho scoperto una cosa che io non conoscevo: le profonde radici di questa fede georgiana. La seconda sorpresa è stato il Patriarca: è un uomo di Dio, quest’uomo mi ha commosso. Io, le volte in cui l’ho incontrato, sono uscito con il cuore commosso, e con la sensazione di aver trovato un uomo di Dio. Davvero, un uomo di Dio. Sulle cose che ci uniscono e ci separano, dirò: non metterci a discutere le cose di dottrina, questo lasciarlo ai teologi, loro sanno farlo meglio di noi. Discutono e sono bravi, sono buoni, hanno buona volontà, i teologi di una parte e dell’altra. Che cosa dobbiamo fare noi, il popolo? Pregare gli uni per gli altri. Questo è importantissimo: la preghiera. E secondo, fare cose insieme: ci sono i poveri, lavoriamo insieme con i poveri; c’è questo e questo problema, possiamo affrontarlo insieme?, lo facciamo insieme; ci sono i migranti?, facciamo qualcosa insieme… Facciamo qualcosa di bene per gli altri, insieme, questo possiamo farlo. E questo è il cammino dell’ecumenismo. Non solo il cammino della dottrina, questo è l’ultima cosa, si arriverà alla fine. Ma incominciamo a camminare insieme. E con buona volontà, questo si può fare. Si deve fare. Oggi l’ecumenismo si deve fare camminando insieme, pregando gli uni per gli altri. E che i teologi continuino a parlare tra loro, a studiare tra loro. Ma la Georgia è meravigliosa, è una cosa che non mi aspettavo; una Nazione cristiana, ma nel midollo!
Come risolvere i problemi tra Armenia e Azerbaigian, che cosa deve succedere per arrivare a una pace permanente che tuteli i diritti umani? “Due volte, in due discorsi ho parlato di questo. Nell’ultimo ho parlato del ruolo delle religioni per aiutare a questo scopo. Credo che l’unica strada sia il dialogo, il dialogo sincero, senza cose sottobanco, sincero, faccia a faccia. Il negoziato sincero. E se non si può arrivare a questo, bisogna avere il coraggio di andare a un Tribunale internazionale, andare all’Aja, per esempio, e sottomettersi al giudizio internazionale. Non vedo altra via. L’alternativa è la guerra, e la guerra distrugge sempre, con la guerra si perde tutto! E inoltre, per i cristiani, c’è la preghiera: pregare per la pace, perché i cuori prendano questa via di dialogo, di negoziato, o di andare a un tribunale internazionale. Ma non si possono tenere problemi così... Pensate che i tre Paesi caucasici hanno problemi: anche la Georgia ha un problema con la Russia, non si conosce tanto… ma ha un problema, che può crescere… non si sa; e l’Armenia è un Paese senza frontiere aperte, ha problemi con l’Azerbaigian. Si deve andare al tribunale internazionale se non vanno avanti il dialogo e il negoziato: non c’è un’altra via. E la preghiera, la preghiera per la pace”.
Matrimonio e famiglia è un attacco modello guerra mondiale? “Tutto è contenuto, tutto quello che ho detto ieri, con altre parole - perché ieri ho parlato a braccio e un po’ a caldo – si trova nell’Amoris laetitia, tutto. Quando si parla del matrimonio come unione dell’uomo e della donna, come li ha fatti Dio, come immagine di Dio, è uomo e donna. L’immagine di Dio non è l’uomo [maschio]: è l’uomo con la donna. Insieme. Che sono una sola carne quando si uniscono in matrimonio. Questa è la verità. È vero che in questa cultura i conflitti e tanti problemi non sono ben gestiti, e ci sono anche filosofie dell’“oggi faccio questo [matrimonio], quando mi stanco ne faccio un altro, poi ne faccio un terzo, poi ne faccio un quarto”. E’ questa “guerra mondiale” che Lei dice contro il matrimonio. Dobbiamo essere attenti a non lasciare entrare in noi queste idee. Ma prima di tutto: il matrimonio è immagine di Dio, uomo e donna in una sola carne. Quando si distrugge questo, si “sporca” o si sfigura l’immagine di Dio. Poi l’Amoris laetitia parla di come trattare questi casi, come trattare le famiglie ferite, e lì entra la misericordia. E c’è una preghiera bellissima della Chiesa, che abbiamo pregato la settimana scorsa. Diceva così: “Dio, che tanto mirabilmente hai creato il mondo e più mirabilmente lo hai ricreato”, cioè con la redenzione e la misericordia. Il matrimonio ferito, le coppie ferite: lì entra la misericordia. Il principio è quello, ma le debolezze umane esistono, i peccati esistono, e sempre l’ultima parola non l’ha la debolezza, l’ultima parola non l’ha il peccato: l’ultima parola l’ha la misericordia! A me piace raccontare – non so se l’ho detto, perché lo ripeto tanto – che nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Vézelay c’è un capitello bellissimo, del 1200 più o meno. I medievali facevano catechesi con le sculture delle cattedrali. Da una parte del capitello c’è Giuda, impiccato, con la lingua fuori, gli occhi fuori, e dall’altra parte del capitello c’è Gesù, il Buon Pastore, che lo prende e lo porta con sé. E se guardiamo bene la faccia di Gesù, le labbra di Gesù sono tristi da una parte ma con un piccolo sorriso di complicità dall’altra. Questi avevano capito cos’è la misericordia! Con Giuda! E per questo, nell’Amoris laetitia si parla del matrimonio, del fondamento del matrimonio come è, ma poi vengono i problemi. Come prepararsi al matrimonio, come educare i figli; e poi, nel capitolo ottavo, quando vengono i problemi, come si risolvono. Si risolvono con quattro criteri: accogliere le famiglie ferite, accompagnare, discernere ogni caso e integrare, rifare. Questo sarebbe il modo di collaborare in questa “seconda creazione”, in questa ri-creazione meravigliosa che ha fatto il Signore con la redenzione. Si capisce così? Sì, se prendi una parte sola non va! L’Amoris laetitia – questo voglio dire –: tutti vanno al capitolo ottavo. No, no. Si deve leggere dall’inizio alla fine. E qual è il centro? Ma… dipende da ognuno. Per me il centro, il nocciolo dell’Amoris laetitia è il capitolo quarto, che serve per tutta la vita. Ma si deve leggerla tutta e rileggerla tutta e discuterla tutta, è tutto un insieme. C’è il peccato, c’è la rottura, ma c’è anche la misericordia, la redenzione, la cura. Mi sono spiegato bene su questo?”.
Joshua McElwee, del giornale americano National Catholic Reporter ha poi fatto la domanda sui gender: “Lei ha parlato, come in tanti altri Paesi, della teoria del gender, dicendo che è il grande nemico, una minaccia contro il matrimonio. Ma vorrei chiedere: cosa direbbe a una persona che ha sofferto per anni con la sua sessualità e sente veramente che c’è un problema biologico, che il suo aspetto fisico non corrisponde a quello che lui o lei considera la propria identità sessuale? Lei come pastore e ministro, come accompagnerebbe queste persone?”.
“Prima di tutto, io ho accompagnato nella mia vita di sacerdote, di vescovo – anche di Papa – ho accompagnato persone con tendenza e con pratiche omosessuali. Le ho accompagnate, le ho avvicinate al Signore, alcuni non possono, ma le ho accompagnate e mai ho abbandonato qualcuno. Questo è ciò che va fatto. Le persone si devono accompagnare come le accompagna Gesù. Quando una persona che ha questa condizione arriva davanti a Gesù, Gesù non gli dirà sicuramente: “Vattene via perché sei omosessuale!”, no. Quello che io ho detto riguarda quella cattiveria che oggi si fa con l’indottrinamento della teoria del gender. Mi raccontava un papà francese che a tavola parlavano con i figli – cattolico lui, cattolica la moglie, i figli cattolici, all’acqua di rose, ma cattolici – e ha domandato al ragazzo di dieci anni: “E tu che cosa voi fare quando diventi grande?” - “La ragazza”. E il papà si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria del gender. E questo è contro le cose naturali. Una cosa è che una persona abbia questa tendenza, questa opzione, e c’è anche chi cambia il sesso. E un’altra cosa è fare l’insegnamento nelle scuole su questa linea, per cambiare la mentalità. Queste io le chiamo “colonizzazioni ideologiche”. L’anno scorso ho ricevuto una lettera di uno spagnolo che mi raccontava la sua storia da bambino e da ragazzo. Era una bambina, una ragazza, e ha sofferto tanto, perché si sentiva ragazzo ma era fisicamente una ragazza. L’ha raccontato alla mamma, quando era già ventenne, 22 anni, e le ha detto che avrebbe voluto fare l’intervento chirurgico e tutte queste cose. E la mamma gli ha chiesto di non farlo finché lei era viva. Era anziana, ed è morta presto. Ha fatto l’intervento. E’ un impiegato di un ministero di una città della Spagna. È andato dal vescovo. Il vescovo lo ha accompagnato tanto, un bravo vescovo: “perdeva” tempo per accompagnare quest’uomo. Poi si è sposato. Ha cambiato la sua identità civile, si è sposato e mi ha scritto la lettera che per lui sarebbe stata una consolazione venire con la sua sposa: lui, che era lei, ma è lui. E li ho ricevuti. Erano contenti. E nel quartiere dove lui abitava c’era un vecchio sacerdote, ottantenne, il vecchio parroco, che aveva lasciato la parrocchia e aiutava le suore, lì, nella parrocchia… E c’era il nuovo [parroco]. Quando il nuovo lo vedeva, lo sgridava dal marciapiede: “Andrai all’inferno!”. Quando trovava il vecchio, questo gli diceva: “Da quanto non ti confessi? Vieni, vieni, andiamo che ti confesso e così potrai fare la Comunione”. Hai capito? La vita è la vita, e le cose si devono prendere come vengono. Il peccato è il peccato. Le tendenze o gli squilibri ormonali danno tanti problemi e dobbiamo essere attenti a non dire: “E’ tutto lo stesso, facciamo festa”. No, questo no. Ma ogni caso accoglierlo, accompagnarlo, studiarlo, discernere e integrarlo. Questo è quello che farebbe Gesù oggi. Per favore, non dite: “Il Papa santificherà i trans!”. Per favore! Perché io vedo già i titoli dei giornali… No, no. C’è qualche dubbio su quello che ho detto? Voglio essere chiaro. È un problema di morale. E’ un problema. E’ un problema umano. E si deve risolvere come si può, sempre con la misericordia di Dio, con la verità, come abbiamo detto nel caso del matrimonio, leggendo tutta l’Amoris laetitia, ma sempre così, sempre con il cuore aperto. E non dimenticatevi quel capitello di Vézelay: è molto bello, molto bello”.
Quando nominerà i nuovi cardinali e a quali criteri si ispira per questa scelta. La seconda, più seria, diciamo, e pubblica, da italiano: quando andrà a trovare le popolazioni terremotate e quale sarà la caratteristica di questa visita?
“Per la seconda, mi sono state proposte tre date possibili. Due sono dei numeri che non ricordo bene; la terza, la ricordo bene, è la prima domenica di Avvento. Io ho detto che al rientro sceglierò la data. Ce ne sono tre: devo scegliere. E la farò privatamente, da solo, come sacerdote, come vescovo, come Papa. Ma da solo. Così voglio farla. E vorrei essere vicino alla gente. Ma non so ancora come.
Sui cardinali: i criteri saranno gli stessi dei due altri concistori. [Sceglierli] un po’ dappertutto, perché la Chiesa è in tutto il mondo. Sì, forse… ancora sto studiando i nomi, ma forse saranno tre di un continente, due di un altro e uno di un’altra parte, uno dell’altra, uno di un Paese… ma, non si sa. La lista è lunga, ma ci sono soltanto 13 posti. E si deve pensare di fare un equilibrio. A me piace che si veda, nel Collegio cardinalizio, l’universalità della Chiesa: non soltanto il centro – per dire – “europeo”; ma dappertutto. I cinque continenti, se si può”.
Le prossime visite pastorali? “Di sicuro, ad oggi, andrò in Portogallo, e andrò soltanto a Fatima. Ad oggi. Perché? C’è un problema. In questo Anno Santo sono state sospese le visite [dei Vescovi] ad limina; nel prossimo anno devo ricevere le visite ad limina di quest’anno e del prossimo. E c’è poco spazio per i viaggi. Ma in Portogallo ci andrò. In India e Bangladesh, quasi sicuro. In Africa, ancora non è sicuro il posto, tutto dipende sia dal clima, in quale mese, perché se è in Africa del Nordovest è una cosa e se è nel Sudovest è un’altra. E anche dipende dalla situazione politica e dalle guerre… Ma ci sono possibilità allo studio in Africa. In America, io ho detto che quando il processo di pace [in Colombia]… se esce, io vorrei andare, quando tutto sarà “blindato”, cioè quando tutto – se vince il plebiscito – quando tutto sia sicuro sicuro, che non si può andare indietro, cioè che il mondo internazionale, tutte le nazioni siano d’accordo, che non si può fare ricorso, no, è finito, se è così, potrei andare. Ma se la cosa è instabile… Tutto dipende da quello che dirà il popolo. Il popolo è sovrano. Noi siamo abituati a guardare più le forme democratiche che la sovranità del popolo, e tutte e due devono andare insieme. Per esempio, è diventata un’abitudine in alcuni continenti dove, quando finisce il secondo mandato, chi è al governo cerca di cambiare la costituzione per averne un terzo. E questo è sopravvalutare la cosiddetta democrazia, contro la sovranità del popolo, che è nella Costituzione. Tutto dipende da quello. E il processo di pace si risolverà oggi, in parte, con la voce del popolo: è sovrano. Quello che dirà il popolo, credo che debba farsi”.
Perché qualche ora fa Mons. Lebrun, arcivescovo di Rouen, ha annunciato che Lei ha autorizzato a cominciare il processo di beatificazione di padre Hamel senza tenere conto della regola dell’attesa dei cinque anni. Perché ha preso questa decisione? “ho parlato con il Cardinale Amato [Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi], faremo degli studi e lui darà la notizia ultima. Ma l’intenzione è andare su questa linea, fare le ricerche necessarie e vedere se ci sono le ragioni per farlo. Si devono cercare testimonianze per aprire il processo. Non perdere le testimonianze, questo è molto importante. Perché le testimonianze fresche, quello che ha visto la gente, poi con il tempo qualcuno muore, qualcuno si dimentica… e questo succede. In latino si dice: ne perdeat probationem”.
A domanda su un suo possibile viaggio in Cina risponde così: “La Cina. Voi conoscete bene la storia della Cina e della Chiesa: la Chiesa patriottica, la Chiesa nascosta… Ma noi siamo in buoni rapporti, si studia e si parla, ci sono commissioni di lavoro… Io sono ottimista. Adesso credo che i Musei Vaticani hanno fatto un’esposizione in Cina, i cinesi ne faranno un’altra in Vaticano… Ci sono tanti professori che vanno a fare scuola nelle università cinesi, tante suore, tanti preti che possono lavorare bene lì. I rapporti tra Vaticano e i cinesi… Si deve fissare in un rapporto, e per questo si sta parlando, lentamente… Le cose lente vanno bene, sempre. Le cose in fretta non vanno bene. Il popolo cinese ha la mia più alta stima. L’altro ieri, per esempio, c’è stato un convegno di due giorni, credo, nella [Pontificia] Accademia delle Scienze sulla Laudato si’, e c’era una delegazione cinese del Presidente. E il Presidente cinese mi ha inviato un regalo. Ci sono buone relazioni. Ah, mi piacerebbe andarci…, ma io non penso ancora”.
Una curiosa domanda viene dal collega Juan Vicente Boo del quotidiano spagnolo ABC. “Nel gruppo di lingua spagnola, abbiamo visto che il vincitore del Premio Nobel per la pace verrà annunciato il prossimo 7 ottobre. Ci sono più di 300 nomination: ad esempio, il popolo di Lesbo per quello che ha fatto in favore dei rifugiati, o i Caschi Bianchi della Siria, questi volontari che tirano fuori la gente dalle macerie dopo i bombardamenti: ne hanno tirati fuori 60 mila al prezzo della vita di 132 di loro. O anche il presidente Santos della Colombia e il comandante Timoshenko delle Farc, che hanno firmato l’Accordo di pace. E tanti altri. Allora, la domanda è: qual è il Suo candidato favorito o quali sono le persone o le organizzazioni che meritano più riconoscimento per il lavoro che fanno in favore della pace?”. C’è tanta gente che vive per fare la guerra, per fare la vendita delle armi, per uccidere, ce n’è tanta. Ma c’è anche tanta gente che lavora per la pace, tanta, tanta. Io non saprei dire quale scegliere fra tanta gente, che oggi lavora per la pace, è molto difficile. Lei ne ha menzionati alcuni, ce ne sono di più. Ma sempre c’è l’inquietudine di dare un premio per la pace… Io mi auguro anche che a livello internazionale, lasciando da parte il Premio Nobel per la pace, ci sia un ricordo, un riconoscimento, una dichiarazione sui bambini, sui disabili, sui minorenni, sui civili morti sotto le bombe. Credo che quello sia un peccato! E’ un peccato contro Gesù Cristo, perché la carne di quei bambini, di quella gente ammalata, di quegli anziani indifesi, è la carne di Cristo. Bisognerebbe che l’umanità dicesse qualcosa per le vittime delle guerre. Per quelli che fanno la pace, Gesù ha detto che sono beati, nelle Beatitudini: “Gli operatori di pace”. Ma le vittime delle guerre, dobbiamo dire qualcosa e prendere coscienza! Che ti buttano su un ospedale di bambini una bomba e ne muoiono trenta, quaranta… O su una scuola… Questa è una tragedia dei nostri giorni”.
Quando viene chiesto al Papa il suo pensiero sulla campagna elettorale in USA si esprime con queste parole: “Lei mi fa una domanda in cui descrive una scelta difficoltosa, perché secondo Lei c’è difficoltà in uno e c’è difficoltà nell’altro. In campagna elettorale io mai dico una parola. Il popolo è sovrano, e soltanto dirò: studia bene le proposte, prega e scegli in coscienza! Poi esco dal problema e vado a una “finzione” [un caso immaginario], perché non voglio parlare del problema concreto. Quando succede che in un Paese qualsiasi ci sono due, tre, quattro candidati che non risultano soddisfacenti, significa che la vita politica di quel Paese forse è troppo politicizzata ma non ha molta cultura politica. E uno dei compiti della Chiesa e dell’insegnamento nelle facoltà è di insegnare ad avere cultura politica. Ci sono Paesi – io penso all’America Latina – che sono troppo politicizzati ma non hanno cultura politica: sono di questo partito o di quell’altro o di quell’altro, ma affettivamente, senza un pensiero chiaro sulle basi, sulle proposte”.
La testimonianza per la storia, secondo Lei, è più importante che il testamento di un Papa? Mi spiego: Papa Wojtyla aveva lasciato nel suo testamento che fossero bruciati molti documenti e molte lettere che si sono poi ritrovati in un libro: vuol dire che la volontà di un Papa forse non è rispettata? Volevo sapere cosa ne pensa. Poi, la seconda domanda è più facile: vorrei sapere per quale miracolo Lei, che stringe la mano a migliaia di persone tutte le settimane, non ha ancora una tendinite. Come fa? Il presidente Chirac stringeva mani, lui si metteva un cerotto… “Io ancora non sento tendiniti… La prima domanda. Lei dice: un Papa che manda a bruciare carte, lettere… questo è il diritto di ogni uomo e ogni donna, ha il diritto di farlo prima di morire. Chi non ha rispettato quello, sarà colpevole, non so, non conosco bene il caso. Ma ogni persona, quando dice: “Questo si deve distruggere”, è perché c’è qualcosa di concreto. Ma forse c’è una copia da un’altra parte, e questo lui non lo sapeva… Ma è un diritto di ogni persona fare il testamento come vuole.
Quindi la conferenza si è chiusa sulle scelte dei viaggi apostolici: “Dopo il primo viaggio, che è stato in Albania, mi hanno detto: “Perché Lei ha scelto di andare in Albania nel primo viaggio in Europa? Un Paese che non è dell’Unione Europea?”. Poi sono andato a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, che non è dell’Unione Europea. Il primo Paese dell’Unione Europea nel quale sono andato è stata la Grecia, l’Isola di Lesbo: il primo. E’ stato il primo. Perché fare viaggi in questi Paesi? Questi tre sono caucasici. I tre Presidenti sono venuti in Vaticano a invitarmi. E con forza. E tutti e tre hanno un atteggiamento religioso diverso: gli armeni sono fieri – e questo senza offendere – fieri della loro “armenità”, hanno una storia, e loro sono cristiani, la grande maggioranza, quasi tutti cristiani apostolici, poi cristiani cattolici e un pochettino di cristiani evangelici, pochi. La Georgia è un Paese cristiano, totalmente cristiano, ma ortodosso. I cattolici sono pochi, un gruppo, ma sono ortodossi. Invece l’Azerbaigian è un Paese credo al 96-98% musulmano. Non so quanti abitanti abbia, perché io ho detto due milioni, ma credo che siano venti… mi dicono circa dieci, ecco. Circa dieci milioni. I cattolici sono al massimo 600: piccolini. E io, perché vado lì? Per i cattolici, per andare alla periferia di una comunità cattolica, che è proprio nella periferia, è piccolina. E oggi a Messa ho detto che mi faceva ricordare la comunità “periferica” di Gerusalemme, chiusa nel Cenacolo, in attesa dello Spirito Santo, in attesa di poter crescere, uscire… E’ piccola. Non è perseguitata, no, perché in Azerbaigian c’è un grande rispetto religioso, una grande libertà religiosa. Questo è vero, l’ho detto oggi nel discorso. E anche questi tre Paesi sono Paesi periferici, come l’Albania, la Bosnia Erzegovina … E io vi ho detto: la realtà si capisce meglio e si vede meglio dalle periferie che dal centro. E per questo scelgo di andare lì. Ma questo non toglie la possibilità di andare in un grande Paese come il Portogallo, la Francia, non so… Vediamo… Grazie tante per il vostro lavoro. Adesso riposate un po’. E buona cena. Grazie. E pregate per me”.
Da segnalare ai nostri lettori il discorso del Papa ai rappresentanti del clero in Georgia nella Chiesa dell’Assunta a Tbilisi. Dopo aver ascoltato domande ed interventi è così intervenuto: “Quando tu [si riferisce al sacerdote che ha fatto la testimonianza] hai parlato, alla fine mi è venuto in mente – e lui [Mons. Minassian] è testimone – una cosa che è accaduta alla fine della Messa a Gyumri [in Armenia]. Finita la Messa, ho invitato a salire sulla “papamobile” Sua Eccellenza e anche il Vescovo della Chiesa Apostolica Armena della stessa città. Eravamo tre vescovi: il Vescovo di Roma, il Vescovo cattolico di Gyumri e il Vescovo Armeno Apostolico. Tutti e tre: è una bella macedonia! Abbiamo fatto il giro e poi siamo scesi. E quando io andavo a prendere la macchina, una vecchietta, lì, mi faceva segno di avvicinarmi. Quanti anni aveva? Ottanta? Non era vecchietta… Sembrava di più, sembrava ottanta e più… Io ho sentito nel cuore la voglia di avvicinarmi a salutarla, perché era dietro le transenne. Era una donna umile, molto umile. Mi ha salutato con amore… Aveva un dente d’oro, come si usava in altri tempi… E mi ha detto questo: “Io sono armena, ma abito in Georgia. E sono venuta dalla Georgia!”. Aveva viaggiato otto ore, o sei ore nel bus, per incontrare il Papa. Poi, il giorno dopo, quando andavamo non ricordo dove – due ore e più – l’ho trovata lì! Le ho detto: “Ma, signora, lei è venuta dalla Georgia… Tante ore di viaggio. E poi due ore in più, il giorno dopo, per trovarmi…” - “Eh si! E’ la fede!”, mi ha detto. Tu hai parlato di essere saldi nella fede. Essere saldi nella fede è la testimonianza che ha dato questa donna. Credeva che Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha lasciato Pietro sulla terra e lei voleva vedere Pietro. Saldi nella fede significa capacità di ricevere dagli altri la fede, conservarla e trasmetterla. Tu hai detto, parlando di questo essere saldi nella fede: “tenere viva la memoria del passato, la storia nazionale e avere il coraggio di sognare e di costruire un futuro luminoso”. Saldi nella fede significa non dimenticare quello che noi abbiamo imparato, anzi, farlo crescere e darlo ai nostri figli. Per questo a Cracovia ho dato come missione speciale ai giovani quella di parlare con i nonni. Sono i nonni che ci hanno trasmesso la fede. E voi che lavorate con i giovani dovete insegnare loro ad ascoltare i nonni, a parlare con i nonni, per ricevere l’acqua fresca della fede, elaborarla nel presente, farla crescere – non nasconderla in un cassetto, no – elaborarla, farla crescere e trasmetterla ai nostri figli. L’Apostolo Paolo, parlando al suo discepolo prediletto, Timoteo, nella Seconda Lettera, gli diceva di conservare salda la fede che aveva ricevuto dalla mamma e dalla nonna. Questa è la strada che noi dobbiamo seguire, e questo ci farà maturare tanto. Ricevere l’eredità, farla germogliare e darla. Una pianta senza radici non cresce. Una fede senza la radice della mamma e della nonna non cresce. Anche una fede che mi è stata data e che io non do agli altri, ai più piccoli, ai miei “figli” non cresce. Dunque, per riassumere: per essere saldi nella fede bisogna avere memoria del passato, coraggio nel presente e speranza nel futuro. Questo, riguardo all’essere saldi nella fede. E non dimenticare quella signora georgiana, che è stata capace di andare col bus – 6/7 ore – in Armenia, nella città di Gyumri, dove lui [Mons. Minassian] è il vescovo, e il giorno dopo andare a trovare il Papa un’altra volta a Yerevan. Non dimenticare quell’immagine! E’ una donna che abita qui: è una donna armena, ma della Georgia! E le donne georgiane hanno fama, hanno grande fama di essere donne di fede, forti, che portano avanti la Chiesa! E tu, Kote [il seminarista], una volta hai detto a tua mamma: “Io voglio fare quello che fa quell’uomo” [il sacerdote che celebra la Messa]. E alla fine del tuo intervento hai detto: “Io sono fiero di essere cattolico e di diventare un prete cattolico georgiano”. E’ tutto un percorso… Tu non hai detto che cosa disse tua mamma… Che cosa ti disse tua mamma quando tu le hai detto: “Io voglio fare quello che fa quell’uomo”? [Risponde: “Ero piccolo e la mia mamma mi ha detto: Va bene, fai quello che fa lui!… Ma ero piccolo…]. Ancora una volta la mamma, la donna georgiana forte. Quella donna “perdeva” un figlio, ma lodava Dio. Lo ha accompagnato nel suo cammino. E la mamma di Kote perdeva anche l’opportunità di diventare suocera!… Questo è l’inizio di una vocazione; e lì c’è sempre la mamma, la nonna… Ma tu hai detto la parola chiave: memoria. Conservare la memoria della prima chiamata. Custodire quel momento, come tu custodisci quel ricordo: “Mamma, io voglio fare quello che fa quell’uomo”. Perché questa non è una favola che è venuta nella tua mente: è stato lo Spirito Santo a toccarti. E custodire questo con la memoria è custodire la grazia dello Spirito Santo. Parlo a tutti i preti e le suore! Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo – o avremo – momenti bui. Anche noi consacrati abbiamo momenti bui. Quando sembra che la cosa non vada avanti, quando ci sono difficoltà di convivenza nella comunità, nella diocesi… In quei momenti, quello che si deve fare è fermarsi, fare memoria. Memoria del momento in cui io sono stato toccato o toccata dallo Spirito Santo. Come lui ha detto, del momento in cui lui disse: “Mamma, io voglio fare quello che fa quell’uomo”: il momento in cui ci tocca lo Spirito Santo. La perseveranza nella vocazione è radicata nella memoria di quella carezza che il Signore ci ha fatto e con cui ci ha detto: “Vieni, vieni con me”. E questo è quello che io consiglio a tutti voi consacrati: non tornare indietro, quando ci sono le difficoltà. E se volete guardare indietro, sia la memoria di quel momento. L’unico. E così la fede rimane salda, la vocazione rimane salda… Con le nostre debolezze, con i nostri peccati; tutti siamo peccatori e tutti abbiamo bisogno di confessarci, ma la misericordia e l’amore di Gesù sono più grandi dei nostri peccati. E adesso vorrei parlare di due cose che avete detto… Ma [prima] dimmi: è tanto forte il freddo in Kazakhstan, in inverno? Sì?... Ma vai avanti lo stesso! E adesso, Irina. Abbiamo parlato con il prete, con i religiosi, con i consacrati della fede salda; ma come è la fede nel matrimonio? Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio. Io ho capito, Irina, quando tu spiegavi le difficoltà che tante volte vengono nel matrimonio: le incomprensioni, le tentazioni… “Mah, risolviamo la cosa per la strada del divorzio, e così io mi cerco un altro, lui si cerca un’altra, e incominciamo di nuovo”. Irina, tu sai chi paga le spese del divorzio? Due persone, pagano. Chi paga? Tutti e due? Di più! Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio. E pagano i bambini, i figli. Voi non sapete, cari fratelli e sorelle, voi non sapete quanto soffrono i bambini, i figli piccoli, quando vedono le liti e la separazione dei genitori! Si deve fare di tutto per salvare il matrimonio. Ma è normale che nel matrimonio si litighi? Sì, è normale. Succede. Alle volte “volano i piatti”. Ma se è vero amore, allora si fa la pace subito. Io consiglio agli sposi: litigate finché volete, litigate finché volete ma non finite la giornata senza fare la pace. Sapete perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è pericolosissima. Quanti matrimoni si salvano se hanno il coraggio, alla fine della giornata, di non fare un discorso, ma una carezza, ed è fatta la pace! Ma è vero, ci sono situazioni più complesse, quando il diavolo si immischia e mette davanti all’uomo una donna che gli sembra più bella della sua, o quando mette davanti a una donna un uomo che le sembra più bravo del suo. Chiedete aiuto subito. Quando viene questa tentazione, chiedete aiuto subito. E’ questo quello che tu [Irina] dicevi, di aiutare le coppie. E come si aiutano le coppie? Si aiutano con l’accoglienza, la vicinanza, l’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione nel corpo della Chiesa. Accogliere, accompagnare, discernere e integrare. Nella comunità cattolica si deve aiutare a salvare i matrimoni. Ci sono tre parole: sono parole d’oro nella vita del matrimonio. Io domanderei ad una coppia: “Vi volete bene?” - “Sì”, diranno. “E quando c’è qualcosa che uno fa per l’altro, sapete dire grazie? E se uno dei due fa una diavoleria, sapete chiedere scusa? E se voi volete portare avanti un progetto, [ad esempio] passare una giornata in campagna, o qualsiasi cosa, sapete chiedere l’opinione dell’altro?”. Tre parole: “Cosa ti sembra? Posso?”; “grazie”; “scusa”. Se nelle coppie si usano queste parole: “Scusami, ho sbagliato”; “Posso fare questo?”; o “Grazie di quel bel pasto che mi hai fatto”; “Posso?”, “grazie”, “scusa”, se si utilizzano queste tre parole, il matrimonio andrà avanti bene. E’ un aiuto. Tu, Irina, hai menzionato un grande nemico del matrimonio, oggi: la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche. Se ci sono problemi, fare la pace al più presto possibile, prima che finisca la giornata, e non dimenticare le tre parole: “permesso”, “grazie”, “perdonami”. E tu, Kakha, hai parlato di una Chiesa aperta, che non si chiuda in sé stessa, che sia una Chiesa per tutti, una Chiesa madre - la mamma è così. Ci sono due donne che Gesù ha voluto per tutti noi: sua madre e la sua sposa. E queste due si assomigliano. La madre è la madre di Gesù, e lui l’ha lasciata come madre nostra. La Chiesa è la sposa di Gesù ed è anch’essa nostra madre. Con la madre Chiesa e la madre Maria si può andare avanti sicuri. E lì troviamo ancora una volta la donna. Sembra che il Signore abbia una preferenza per portare avanti la fede nelle donne. Maria, la Santa Madre di Dio; la Chiesa, la Santa Sposa di Dio – pur se peccatrice in noi, suoi figli – e la nonna e la mamma che ci hanno dato la fede. E sarà Maria, sarà la Chiesa, sarà la nonna, sarà la mamma a difendere la fede. I vostri antichi monaci dicevano questo - sentite bene: “Quando ci sono le turbolenze spirituali, bisogna rifugiarsi sotto il manto della Santa Madre di Dio”. E Maria è il modello della Chiesa, è il modello della donna, sì, perché la Chiesa è donna e Maria è donna. Adesso un’ultima cosa… Chi lo ha detto? Proprio Kote, un’altra volta: il problema dell’ecumenismo. Mai litigare! Lasciamo che i teologi studino le cose astratte della teologia. Ma che cosa devo fare io con un amico, un vicino, una persona ortodossa? Essere aperto, essere amico. “Ma devo fare forza per convertirlo?”. C’è un grosso peccato contro l’ecumenismo: il proselitismo. Mai si deve fare proselitismo con gli ortodossi! Sono fratelli e sorelle nostri, discepoli di Gesù Cristo. Per situazioni storiche tanto complesse siamo diventati così. Sia loro sia noi crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, crediamo nella Santa Madre di Dio. “E cosa devo fare?”. Non condannare, no, non posso. Amicizia, camminare insieme, pregare gli uni per gli altri. Pregare e fare opere di carità insieme, quando si può. E’ questo l’ecumenismo. Ma mai condannare un fratello o una sorella, mai non salutarla perché è ortodossa. Vorrei finire ancora con il povero Kote. “Santo Padre – tu dicevi alla fine – io sono fiero di essere cattolico e di diventare un prete cattolico georgiano”. A te e a tutti voi, cattolici georgiani, chiedo, per favore, di difenderci dalla mondanità. Gesù ci ha parlato con tanta forza contro la mondanità; e nel discorso dell’Ultima Cena ha chiesto al Padre: “Padre, difendili [i discepoli] dalla mondanità. Difendili dal mondo”. Chiediamo questa grazia tutti insieme: che il Signore ci liberi dalla mondanità; ci faccia uomini e donne di Chiesa; saldi nella fede che abbiamo ricevuto dalla nonna e dalla mamma; saldi nella fede che è sicura sotto la protezione del manto della Santa Madre di Dio.
Pillole di Papa Francesco, pillole di gioia, strumenti di Fede con parole semplici ma per cuori spesso duri. Ma il Vescovo di Roma non arretra per il bene ed il bello del nostro mondo

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04/10/2016
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Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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