Politica

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco parla al cuore dell’Occidente

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La Georgia appare distante anni luce dai problemi che ci attanagliano ogni giorno. Eppure dal Caucaso arrivano parole che parlano al cuore dell’Occidente. A pronunciarle Papa Francesco durante il suo viaggio in Caucaso: una visita alle comunità cristiane cattoliche presenti in nazioni come la Georgia e l’Azerbaijan che rappresentano una minoranza davvero esigua della popolazione di queste terre. Centinaia, al massimo migliaia di persone che accolgono il successore di Pietro come una famiglia apre le porte di casa per il genitore che viene a trovare i suoi figli. Francesco mette in campo la sua stoffa migliore e non si tira indietro, durante la conversazione con i fedeli a Tiblisi, nel rispondere con fermezza ai grandi interrogativi che gli vengono posti.
Queste terre vedono un cattolicesimo giovane, piccolo nei numeri ma vivace nella testimonianza. La convivenza con le comunità ortodosse o islamiche, predominanti nel tessuto sociale, è una sfida che dà frutti positivi per la comunità intera. L’invito del Pontefice a non cadere dentro il meccanismo pericoloso del proselitismo aiuta le piccole realtà cattoliche ad essere corpo vivo e pulsante anche in terre difficili, crocevia tra Oriente ed Occidente.
Francesco ha posto al centro del Suo Pontificato la questione drammatica dell’accoglienza dei migranti e comprende perfettamente quanta centralità assumano luoghi come gli Stati caucasici, terre al confine tra l’Europa e l’Asia. Altrettanta consapevolezza la mostra nel testimoniare l’importanza cruciale della famiglia e del matrimonio cristiano come ‘pietra angolare’ su cui edificare una vera e propria civiltà dell’amore.
La pace, l’armonia tra i popoli e la convivenza civile tra etnie religiose diverse è possibile solo se si riconosce piena dignità all’istituto fondativo di una comunità sociale: la famiglia. Una ‘piccola chiesa domestica’, come amava definirla San Giovanni Paolo II, che oggi attraversa momenti difficili a causa di una ‘guerra mondiale’ in atto contro il matrimonio. Non uso parole mie o di qualche ultracattolico mio sodale: a dirlo è Papa Francesco a Tiblisi. L’attacco al matrimonio non è realizzato con le armi ma con le idee: è in corso una vera e propria ‘colonizzazione ideologica’ realizzata dalla cosiddetta teoria del gender.
Francesco condanna, senza mezzi termini, la violenza perpetuata dall’ideologia arcobaleno nei confronti dei più piccoli, complice del disfacimento del matrimonio su cui poggia la famiglia. Un’affermazione che non può essere ‘stiracchiata’ giornalisticamente dai mass media di regime, come già avvenuto troppo spesso in passato. La condanna del Pontefice è chiara e netta.
Ora la palla passa a noi laici, al clero, ai religiosi ed alle religiose: come rispondere all’appello del Papa, insomma che fare? La stagione dei silenzi omertosi, del dico-non dico e dei compromessi al ribasso è giunta al termine. Francesco ha parlato di guerra e in guerra o si combatte o si perde. Non ci sono altre vie di scampo.
L’attenzione dei soloni mediatici nostrani sul pericolo del gender evocato dal Pontefice è ovviamente durata poche ore. Già da domenica notte si sono prostrati al doveroso taglia e cuci delle dichiarazioni di Francesco durante il viaggio di ritorno a Roma e hanno immediatamente spostato l’attenzione su quanto detto a riguardo di gay e trans. L’appello ad accogliere omosessuali e transessuali nella Chiesa è stato giornalisticamente proposto come antitetico a quanto dichiarato in merito alla teoria del gender, facendo apparire le dichiarazione del Santo Padre come una smentita immediata di quanto detto a Tiblisi. Nulla di tutto ciò però è accaduto. Se i giornalisti della carta stampa filo lgbt avessero riportato la dichiarazione integrale del Papa, si sarebbero accorti che tutto ‘si teneva insieme’: una Chiesa che accoglie i figli omosessuali e transessuali in cerca di Dio non è una Chiesa inconsapevole dell’attacco violento che è in atto contro il matrimonio attraverso la colonizzazione ideologica del gender.
Un grande plauso va rivolto a Francesco: un Papa che, con coraggio, ha palesato ai cristiani cattolici del Caucaso la tragica realtà che attraversa il mondo di oggi. Un testimone fedele del messaggio cristiano, capace di ‘alzare la guardia’ ed allo stesso tempo di abbracciare i fratelli che vivono condizioni di disagio e che cercano Dio.
Noi amiamo questo Papa perché sa unire e non dividere, sa essere pastore e non padrone. Ora nessuno potrà più dire: non sapevo. La sfida è lanciata e a sferrarla è il capitano della nostra squadra. Voi cosa aspettate a scendere in campo?

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04/10/2016
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