Politica

di Davide Vairani

Costruire sull’anima delle civiltà antiche

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Cosa vuol dire che la realtà è alleata anche quando appare contraddittoria rispetto a quello che desideriamo? Tante volte la sentiamo affettivamente amica perché ci attrae, ci porta a coinvolgerci con essa. Ma quando le sfide della vita diventano tali da portarci dove non vorremmo, cosa significa che è ancora alleata? “Un’esperienza di venti secoli mi ha mostrato che una volta che il dente della cristianità ha morso in un cuore, essa non molla mai la presa. Tu sei spesso, tu sei quasi sempre infedele a Dio. Ma Dio non ti è infedele. Ed il dente e l’infusione della grazia non ti sono infedeli. L’uomo può dimenticare Dio.Dio non dimentica l’uomo. La grazia di Dio non dimentica l’uomo. I nostri antichi dèi non sapevano mordere. Ma voi avete toccato il Dio che morde, voi avete incontrato il Dio che sa mordere. Voi avete incontrato il Dio che non demorde. È dall’anima pagana che fu fatta l’anima cristiana, e non, e per niente affatto, da uno zero di anima. È dalla città pagana che fu fatta la città cristiana, è dalla città antica che fu fatta la città di Dio, e non certo, e per niente da uno zero di città. Questi moderni mancano d’anima. Ma sono i primi che mancano d’anima. Il mondo antico non mancava affatto di anima”, da “Clio. Dialogo della storia e dell’anima pagana” di Charles Péguy, 1913.

Come è possibile, oggi, avere quello sguardo di Péguy, quando tutto ma proprio tutto sembra cospirare contro? Un Dio che morde nel mio cuore. Non molla la presa nemmeno ora. Adesso. Adesso che vorrei sparire e non concedere più nulla al dolore e alla sofferenza che spaccano il cuore in due come una mela. Sai quei giorni dove fin dal mattino quando ti svegli respiri la zaffata del vento putrido del male innocente? Ecco. Di più. Lo senti denso nell’aria, lo vedi sfogliando il giornale, lo annusi sulla tua pelle e lo senti che urla, lo senti che batte e ribatte come il martello sull’acciaio bollente. E ti manca il respiro, ti senti morire soffocato dal male di vivere. Dal male, che lo senti che c’è. Ed è pesante. La grazia di Dio non dimentica l’uomo. Il dente della cristianità mi ha morso nel cuore sei anni fa’ e non mi molla nonostante tutto. Il respiro si fa sempre più corto mentre il telefono di colpo squarcia l’aria come un lampo secco: ascolti una voce che ti racconta che stanotte hanno ammazzato sua madre. Ti racconta che è suo padre ad avere ammazzato sua madre. Il respiro si ferma. Il dente della cristianità mi ha morso e non molla la presa. E ti chiedi perché? Vorresti correre ma non puoi. Vorresti urlare ma non serve. Sto in silenzio. Prego a vuoto quel Dio che mi ha morso un giorno e mendico che morda anche lei, quella voce distrutta e azzerata dalla vita. Che morda ancora di più il mio cuore.

E come è possibile che accada l’impossibile, che la realtà sia ancora alleata? Non siamo soli. Esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. La sento e la vivo, anche se è messa a dura prova oggi. Una comunione che nasce dalla fede: si chiama “comunione dei santi”. Santi. Santi perché semplicemente (semplicemente??!!) credono nel Signore Gesù e sono incorporati a Lui nella Chiesa mediante il Battesimo. “C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che passa la luce”, dicono i versi di una canzone di Leonard Cohen. È la crepa delle mie fragilità. È la crepa del limite che ci portiamo addosso e che vediamo con orrore e sfiducia in quelle giornate dove tutto ma proprio tutto sembra cospirare contro di te. E davvero tutto cospira contro di te. Non è un modo di dire. La terra che calpestiamo trasuda il male, è dominata dal male. “E vi fu guerra in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone; anche il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero e per loro non fu più trovato posto nel cielo. Così il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, che seduce tutto il mondo, fu gettato sulla terra; con lui furono gettati anche i suoi angeli (Apocalisse, 12, 7-9).

Ma il male non ha vinto. Al dragone verrà schiacciata definitivamente la testa. Questa è speranza che posso respirare solo dentro la comunione dei santi, perché si fonda su una certezza: Cristo è Risorto, ha vinto la morte. Lui, che fino all’ultimo secondo prima di morire agonizzante ha implorato il Padre di allentargli quel calice amaro, Lui che non ce la faceva più. Eppure proprio in quel momento per Gesù la realtà era paradossalmente e scandalosamente più che mai alleata. E continua ancora ad essere nostra alleata dopo duemila anni, pur piena zuppa di male. Del nostro male. Del male che esiste concretamente e che ogni giorno ci tenta. Tenta il nostro cuore e il nostro corpo: vuole la nostra disperazione. Il peccato più grande è proprio la disperazione, la perdita totale di speranza. Significa non vedere la Luce dalla crepa, quella crepa che comunque c’è in ogni cosa. Anche piccolissima. Da lì entra la Luce, perché la Luce era già prima, è e sarà Luce. Giovanni, il discepolo che più Gesù amava, ci dice che, prima della sua Passione, Cristo pregò il Padre per la comunione tra i discepoli, con queste parole: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (17,21). La Chiesa, nella sua verità più profonda, è comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna. Questa relazione tra Gesù e il Padre è la “matrice” del legame tra noi cristiani: se siamo intimamente inseriti in questa “matrice”, in questa fornace ardente di amore, allora possiamo diventare veramente un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni interiori ed esterne. L’amore di Dio brucia anche i nostri peccati. Se c’è questo radicamento nella sorgente dell’Amore, che è Dio, allora si verifica anche il movimento reciproco: dai fratelli a Dio. Solo l’esperienza della comunione fraterna mi conduce alla comunione con Dio. Essere uniti fra noi ci conduce ad essere uniti con Dio, ci conduce a questo legame con Dio che è nostro Padre.

La mia fede ha bisogno del sostegno degli altri, specialmente nei momenti difficili. Ogni lacrima versata su questa terra è un capitale che vale. Vale. Le tue lacrime sono le mie lacrime, anche se non ti ho mai incontrato di persona, amica mia al telefono stanotte. Le tue lacrime le asciugo io. Questo è ciò che sono chiamato a vivere. L’uomo può dimenticare Dio.Dio non dimentica l’uomo. Dio non ha dimenticato me, nonostante tutto quello che ho combinato di male nella mia vita.

Le tue lacrime, amica mia, sono le mie lacrime e sono le lacrime di migliaia e migliaia di persone unite da un filo misterioso eppure potentemente vero che ci lega. E tutto ciò che legheremo in vita in nome Suo, sarà legato in Cielo: questa è la comunione dei santi. Se noi siamo uniti la fede diventa forte. E allora diventa bello sostenerci gli uni gli altri nell’avventura della fede. La Chiesa è semplicemente questo: la compagnia di Cristo. Volti, voci, persone concrete che - misteriosamente ma potentemente vivi - tengono memoria di quel fatto, di quell’Avvenimento che è l’Incontro con Cristo. In questa comunione - comunione vuol dire comune-unione - siamo una grande famiglia, dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro. La comunione dei santi va al di là della vita terrena, va oltre la morte e dura per sempre. Questa unione fra noi, va al di là e continua nell’altra vita. È una unione spirituale che nasce dal Battesimo e non viene spezzata dalla morte, ma, grazie a Cristo risorto, è destinata a trovare la sua pienezza nella vita eterna. C’è un legame profondo e indissolubile tra noi ancora pellegrini in questo mondo e coloro che hanno varcato la soglia della morte per entrare nell’eternità. Tutti i battezzati quaggiù sulla terra, le anime del Purgatorio e tutti i beati che sono già in Paradiso formano una sola grande Famiglia.

“È dalla città pagana che fu fatta la città cristiana, è dalla città antica che fu fatta la città di Dio, e non certo, e per niente da uno zero di città. Questi moderni mancano d’anima. Ma sono i primi che mancano d’anima. Il mondo antico non mancava affatto di anima”. Il cuore dell’uomo anela alla felicità. E la felicità si è fatta carne. Ed è in mezzo a noi. Ora. E ruggisce, anche se l’uomo moderno non ha più orecchi per sentirLo e occhi per vederLo. Eppure ruggisce. Come quei due leoni di marmo fuori dalle antiche chiese medievali. Il mondo antico non mancava affatto di anima. I due leoni accovacciati, uno da una parte e uno dall’altra dell’ingresso principale della casa di Dio, non sono altro che Giuda, antenato di Cristo. Il Leone è Cristo a cui Giuda passerà il testimone. E la voce di Dio viene percepita dagli ebrei come un ruggito. Porre Dio tonante e Cristo davanti alla Chiesa significava per l’uomo medievale garantire la massima presenza di protezione e di identità per il popolo dei fedeli. Il leone, protagonista nel giorno del perdono e dell’ira, appare nell’Apocalisse, come riferimento a Gesù: “E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: ‘Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?’. Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: ‘Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro’”, Apocalisse, 5.

Ogni lacrima versata su questa terra non è versata invano. Nonostante tutta la realtà sembri cospirare contro. Mendico ogni giorno quei volti che mi aiutano a non essere disperato. Quei volti che formano l’intimità di Cristo. E che vedremo con occhi nuovi alla fine della nostra vita terrena. “Ricorda costantemente – scriveva Josemaría Escrivá de Balaguer - che tu collabori alla formazione umana e spirituale di quanti ti circondano, e di tutte le anime — a tanto arriva la benedetta Comunione dei Santi —, in ogni momento: quando lavori e quando riposi; quando ti si vede allegro o preoccupato; quando nel tuo lavoro o in mezzo alla strada fai la tua orazione di figlio di Dio, e traspare all’esterno la pace della tua anima; quando si vede che hai sofferto — che hai pianto —, e sorridi”.

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