Politica

di Claudia Cirami

Discorso all’Europa del cardinale Parolin

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Torna d’attualità il tema delle radici cristiane dell’Europa. Ora che sono davanti agli occhi di tutti i frutti amari e marcescenti di un’Europa che ha voluto fare a meno del rimando al Cristianesimo nella sua costituzione, si può tornare a parlare con più convinzione delle famose radici negate. É stato il Segretario di Stato della Santa Sede Parolin a trattare il tema, intervenendo il 12 Ottobre all’Università Cattolica Portoghese, nella sua sede centrale di Lisbona. Il discorso del card. Parolin è stato tenuto in un contento importante: in prossimità del centenario delle apparizioni mariane di Fatima e del cinquantesimo dell’Università Cattolica, che rappresenta, «uno dei frutti che testimoniano la vibrante fecondità spirituale di Fatima in Portogallo». In questa situazione, il Segretario di Stato Parolin ha pensato di discutere del «tema dell’Europa e, soprattutto, della sua identità», tema che risulta oggi «di grande attualità e ci interpella» come cristiani ed europei.

Di cosa parliamo quando ci riferiamo all’Europa? Il card. Parolin non ha dubbi: «L’Europa è il risultato aperto di una storia di libertà di donne e uomini concreti». Secondo il Segretario di Stato, infatti, non è un dato di fatto che si richiama alla geografia, per la sua particolare estensione, né all’identità linguistica, che non c’è. Quella dell’Europa è una «storia percorsa anche da grandi contraddizioni, lutti e tragedie». Citando il filosofo Karl Löwith, il cardinale ricorda che il nucleo dell’unità europea può soltanto essere concepito come un «comune modo di sentire, di desiderare e di pensare» plasmato nel corso della storia europea. Un’identità da leggere, dunque come «storia dello spirito».

Parolin ha quindi ricordato il ruolo centrale del cristianesimo «nella costruzione dell’identità europea», visibile ogni volta che l’Europa costruisce un’immagine dell’uomo come «dignità inalienabile, indeterminabile unicità, soggetto di libertà» e cita anche San Paolo che ricorda che in Gesù Cristo le differenze si annullano. La preminenza data al cristianesimo non deve ovviamente «escludere gli altri importanti incontri, riconoscimenti, contaminazioni, razze» perché l’Europa è «una storia plurale, inclusiva anche dentro al cristianesimo, nelle sue divisioni e specificazioni». Tuttavia «la forma giudaico-cristiana è quella che, più di qualsiasi altra, ha configurato l’Europa, determinando la grande rivoluzione antropologica europea». Parolin cita un episodio degli Atti degli Apostoli (16,9) in cui Paolo, durante il suo secondo viaggio missionario nella Frigia, ha la visione di un macedone che gli chiede di arrivare in Macedonia per aiutarli. Dalla Macedonia poi, passando per altre tappe, Paolo giunge fino a Roma: «così la Parola di Dio» arriva dall’Asia in Europa.

Parolin fa cenno poi ai tre grandi statisti cristiani, Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, che, dopo le due catastrofi mondiali, i totalitarismi e la Shoah, condussero l’Europa «a reinventarsi a partire dalle sue ceneri». Così parlando, Parolin sembra addebitare il progetto dell’Europa Unita principalmente allo sforzo cristiano. Certamente l’idea dell’unità europea non è appartenuta solo ai cristiani, ma è sembrata in parte una forzatura renziana la lettura dell’Europa unita a partire dal Manifesto di Ventotene, quasi come a mettere in ombra i tre padri fondatori dell’Europa e il loro grandissimo contributo dato alla realizzazione di un futuro europeo che, nelle intenzioni – ricorda il porporato citando il discorso di Papa Francesco al Parlamento Europeo del 25 Novembre 2015 – doveva essere «basato sulla capacità di lavorare congiuntamente per superare le divisioni e favorire la pace e la comunione tra tutti i popoli del continente». Al cuore di questo progetto politico, che il Papa ha definito «ambizioso», c’era una fiducia nei confronti dell’uomo non interpretato a partire dalle categorie effimere di “cittadino” o di “soggetto economico” ma come «uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente». La citazione del discorso del Papa non è casuale: anche Parolin ha mandato un messaggio all’Europa per far sì che riscopra l’autentica vocazione originaria dell’uomo se vuole sopravvivere alle crisi di vario tipo che l’affliggono e non accennano a risolversi. Abbiamo visto, del resto, il triste approdo di un’Unione Europea intesa unicamente come una macchina di burocrati, tecnici e banchieri.

«Cosa ti è accaduto Europa?», Questa domanda, posta dal Segretario di Stato, apre ad una serie importante di riflessioni. Parolin ha ricordato le parole che Jacques Delors, ex presidente della Commissione Europea aveva pronunciato nel 1992 davanti ai rappresentanti delle comunità ecclesiali europee: «È necessario dare un’anima all’Europa. Se nei decenni a venire non riusciremo a dargli un’anima, una spiritualità, un significato, avremo perso la sfida dell’Europa». Parole che appaiono oggi tristemente profetiche. Ci sono, e Parolin li indica, anche importanti traguardi raggiunti: dal comune concetto di cittadinanza alle varie carte di diritti per l’uomo, dal fondo sociale europeo alla recezione dell’Accordo di Parigi sul clima. Ma, in prossimità del sessantennio europeo (nel 2017), la voce dell’Europa è «più flebile, incerta e timorosa davanti ad un mondo colpito da forti processi di differenziazione e di disgregazione. È come se, proprio nel momento in cui il mondo ha più bisogno dell’Europa, questa dubitasse maggiormente di se stessa» e manca anche «la fiducia dei cittadini nelle strutture comunitarie, viste come burocrazia insensibile, distante e autoreferenziale».

Ci sono anche quelle che sono definite emergenze simultanee, che fiaccano l’Europa non in grado di affrontarle tutte insieme, con una progressione di crisi che non ha precedenti: «alcune sono globali (come la recessione economica e la crisi dell’Euro, o le grandi migrazioni di massa); altre geopolitiche (quella “terza guerra mondiale a pezzi”, di cui parla Papa Francesco, con i conflitti in Siria, Iraq, Libia, Somalia ... o il conflitto congelato nel sud dell’Ucraina, in Europa); altri sociali, spesso legati alle politiche dell’UE (la crisi occupazionale, soprattutto tra i giovani); ancora altre di tipo culturale (un diffuso orientamento che svaluta la generatività e la famiglia, un processo di desertificazione della religione); altre, per così dire, trasversali, come la sicurezza e il terrorismo. Infine, la crisi istituzionale e democratica che è interna alla stessa Unione e ai paesi membri, con l’apertura di un processo di de-europeizzazione» che è iniziato nel Giugno scorso con la Brexit. Un certo rilievo, nel proseguo del discorso, è stato dato proprio alla crisi delle migrazioni, con il peso che maggiormente ricade sugli stati meridionali dell’Europa, come l’Italia, proprio per questa incapacità di pensarsi come comunità unica. In questo contesto, dunque, manca un’Europa come «soggetto forte ed equilibrato», anche per gli interessi nazionali dei paesi membri che spesso non fanno il gioco dell’unione. Un richiamo va anche ai leader europei che spesso utilizzano la crisi europea come «argomento per l’egemonia interna di singole nazioni, l’illusione di una sovranità autosufficiente nel tempo della globalizzazione».

Proprio il terrorismo, però, con i suoi cruenti attacchi, ha evidenziato «la necessità di un migliore coordinamento europeo in materia di sicurezza», ma anche di «un ritorno alle profonde radici culturali del continente. Le identità deboli, anche sul piano religioso, generano processi sociali di disorientamento e, a volte, risposte generazionali di radicalismo. Identità deboli impediscono il dialogo e processi di integrazione basati su una vera solidarietà e sul riconoscimento della cittadinanza». Questo è un passaggio molto forte del discorso. La Santa Sede, negli ultimi anni spesso ingiustamente accusata di cedere terreno sul piano religioso con posizioni deboli e troppo dialoganti, non solo rivendica il bisogno di un’identità forte anche dal punto di vista religioso ma vede proprio in questa la possibilità di realizzare un autentico dialogo e una reale integrazione, e nella persona del Segretario di Stato manda un messaggio all’Europa ma anche all’Onu, che, non sempre, nel risolvere le crisi mondiali riconoscono il ruolo specifico delle religioni, in particolare del Cristianesimo.

L’appello è quello di tornare a ridefinire l’Europa. Il Segretario di Stato, citando una lettera aperta della Conferenza delle Chiese Europee, intitolata “Quale futuro per l’Europa?”, chiede di considerare il tempo storico che stiamo vivendo, con tutte le sue sfide, come «kairos, momento cruciale della verità per il futuro dell’Europa». Parolin è certo: «Dobbiamo ritornare alla radici» e questo è un compito anche per i cristiani. A loro indica tre simboli per capire cosa dobbiamo fare: una chiesa diaconale, che non si isola, né isola, ma si pone a servizio degli altri; la sinodalità «come luogo di comunione partecipata», come «processo formativo» e come «verifica della comunione che esiste tra noi»; infine, ma non è certo l’ultima delle tre, la Parola di Dio: «Per ritrovare la sua identità spirituale – dice Parolin – l’Europa ha bisogno di una nuova stagione di annuncio della Parola di Dio». Così centra il vero problema dell’Europa, lo smarrimento della sua anima, la rinuncia alla spiritualità e il consueto (per la modernità) fare a meno di Dio fino a dimenticarsi pure dell’uomo. «Come l’apostolo Paolo – ha concluso il Segretario di Stato – dobbiamo accogliere di nuovo la richiesta di aiuto del macedone (ora dell’Europa) e di nuovo portare il messaggio del Vangelo in Europa e agli europei». Ecco un bel programma europeo.

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14/10/2016
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