Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Contrappunto su cattolicesimo e cristianità

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Sul sito di Maurizio Blondet domenica ha fatto la sua comparsa un articolo, a firma di Luigi Copertino, che si pone come risposta al mio, pubblicato il giorno prima su queste colonne (Chi è che gode delle liti tra cattolici e luterani). Blondet titola la risposta di Copertino La comune lotta al gender non rende Lutero “cattolicizzabile”. Il tono dell’introduzione di Blondet è quello di chi muove diverse osservazioni, per quanto introdotte da una certa rispettosa deferenza. Visto che qualcuno si è preso il disturbo di scriverci, quindi, rendere una risposta è il minimo che la cortesia imponga (e cui la professione, peraltro, dia diritto). Questa premessa era necessaria, unitamente all’invito a leggere il pezzo di Copertino, per prevenire il lettore poco interessato alle dialettiche: dovrò procedere in modo piuttosto schematico, pena l’estendermi troppo oltre l’opportuno.

Anzitutto Blondet definisce il mio un approccio «tutto sommato favorevole a un facile ecumenismo», e se ne stupisce in quanto gli ambienti “antigender” «generalmente passano per conservatori». Lo stesso ne arguisce quindi che la nostra posizione sia dettata dal «timore che la sottolineatura su quanto continua […] a dividere Cattolicesimo e protestantesimo possa disunire il “fronte comune” contro le forze e le lobby promotrici della deriva nichilista rappresentata dall’ideologia gender». Comincio da quest’ultima cosa: personalmente non auspico alcuna “santa alleanza” tra forze qualitativamente disomogenee. Si ricorderà che sui palchi dei Family Day, a cui per quanto ci era consentito e richiesto abbiamo dato il nostro pur piccolo contributo, remoto e prossimo, furono presenti e presero parola non cattolici, non cristiani e non credenti: per riguardo a nessuno di questi sono stati evitati riferimenti a Dio e a Cristo Gesù, icone della Tuttasanta sul palco e citazioni del Magistero ordinario del Romano Pontefice dallo stesso, nonché espliciti rimandi alla gerarchia della Chiesa cattolica (anzi, tutti sanno che alcuni dei disordini trascorsi tra il primo e il secondo Family Day si devono appunto a dissapori intercorsi tra membri del Comitato ed esponenti della gerarchia cattolica italiana). Quindi di sicuro non ci muove un interesse strategico in ordine alla defezione del “nemico comune”.

Aggiungerei poi che – quantunque io mi reputi un conservatore e ami definirmi tale – la nostra testata nasce “contro i falsi miti di progresso”, il che non è di per sé un inno al conservatorismo (se non nel pasoliniano senso del “difendi, conserva, prega”) e tantomeno vuole essere una sponda a istanze di matrice reazionaria. Del resto, se pensassimo di poter essere così facilmente omologabili a una qualche sottintesa alleanza, non avremmo sentito il bisogno di fondare questo giornale, che malgrado tutto vive e fa sentire la sua voce. Povera ma pugnace. Lascio a Mario Adinolfi l’incombenza, se crederà, di rispondere a chi lo etichetta come “neoliberista”: da parte mia osservo che se bastasse non avversare ogni europeismo per ricadere sotto la voce “neoliberista”, la geografia politica italiana (nella quale sono assolutamente un dilettante) sarebbe molto più semplice e schematica di com’è.

Veniamo dunque al merito delle osservazioni di Copertino.

La prima delle quali suona così: «Se, come dice Papa Francesco, “i grandi riformatori della Chiesa sono i santi”, resta poi tutto da dimostrare che Lutero fosse tale». Bene sgombrare subito il campo da ogni equivoco: nessuno ha inteso o intende canonizzare Lutero. Né “cattolicizzarlo”. L’apprezzabilità – e direi anche la genialità – della risposta del Papa, che perciò ho definito al contempo “gesuitica e gesuana” sta appunto in quest’ambiguità ultimamente indecidibile. Proprio perché, come scrive Copertino, rimettiamo «l’ultimo giudizio solo all’Eterno». Così ha fatto il Papa, cosi ho scritto io. Siamo dunque tutti concordi.

Riguardo a Papa Benedetto XVI, che da pastore supremo della Chiesa aveva «a cuore l’unità dei cristiani di fronte ad un mondo votato alla desertificazione ed al nichilismo», credo che il suo cuore pastorale fremesse proprio per lo stato di abbandono in cui versa il mondo di fronte alle divisioni del Corpo di Cristo, che appunto per quello sarebbe stato dato, immolato e ricevuto. La distinzione è sottile ma rilevante: analogamente a quanto dicevamo sopra, credo che Benedetto XVI non mirasse a costruire una “santa alleanza” contro il mondo secolarizzato più di quanto noi non mirassimo al patto di ferro contro il gender. Questo può forse spiegare anche perché il coltissimo Papa emerito abbia tralasciato di analizzare contestualmente il nesso tra protestantesimo e secolarizzazione. Le storiche osservazioni di Max Weber, del resto, permangono un classico con cui è d’obbligo confrontarsi, ma le recenti evoluzioni del turbocapitalismo impongono di essere più cauti nel ritenere che lo spirito del capitalismo e la secolarizzazione nascano e prosperino davvero in via preferenziale in àmbito protestante. La Cina, per esempio, non è né protestante né cattolica, e neppure la si può dire culturalmente individualista, giacché niente avversa l’individuo come quell’eresia abramitica che in certa misura il comunismo è. Ecco perché io non ritengo che il discorso di Benedetto XVI vada letto in prospettiva di «richiamo all’unità in un mondo secolarizzato». Provo a esemplificare ulteriormente la distinzione, visto che è fondamentale, e mi scuso se risulto ripetitivo: il punto non è che c’è un mondo a noi avverso e che ci conviene affrontarlo uniti; il punto è che davanti a noi c’è un mondo assetato di verità e di amore e noi, che senza nostro merito abbiamo ricevuto il munus (cioè il dono e il compito) di dissetarlo versiamo le nostre riserve d’acqua per le nostre beghe. Le quali naturalmente non vanno minimizzate, ma che non possono prevalere sull’urgenza di soccorrere chi è affetto dalla “malattia mortale”. Quando fui coinvolto in un incidente subito dopo aver litigato con mio padre, questi corse a soccorrermi senza aggiungere più una parola riguardo al diverbio di poc’anzi. Benedetto XVI sa bene che ci sono luoghi e contesti deputati al riprendere in mano i testi dei diverbi e all’appianare le reciproche incomprensioni. Di solito, quei luoghi e quei contesti sono lontani dagli obiettivi dei fotografi e dalla penna dei giornalisti.

Mi fa poi piacere che Copertino citi Il racconto dell’Anticristo di Vladimir Sergeevič Solov’ëv, che personalmente trovo una delle pietre miliari della teologia mitopoietica, e Dio sa se non si rivelerà la stella polare dell’ecumenismo del XX e XXI secolo. Non riesco proprio ad afferrare la presunta antiromanità che Copertino attribuisce all’autore, il quale anzi impersona nella figura dell’Anticristo quale “imperatore romano” una ficcante critica non al papato – che balza fuori dalle sue pagine sublimato – bensì al cesaropapismo russo e alla decadente teocrazia zarista. Questo appare chiaramente là dove, in seguito alle profferte dell’Anticristo a ciascuno dei tre storici rami della cristianità divisa, il piccolo gregge che (da tutti e tre quei distinti greggi) ha resistito alle lusinghe del potere risponde a quel medesimo potere. E risponde con la bocca dello starecz per riguardo all’apostolo eponimo, non alla geografia politica delle Chiese e comunità ecclesiali: Giovanni è infatti la voce escatologica della Rivelazione, il fondatore delle comunità dalla conformazione e dal destino più misteriosi di tutte quelle che popolarono l’età apostolica e quella subapostolica. La voce dello starecz risuona limpida e ferma, nel testo di Solov’ëv, non perché sia “migliore” delle altre due, ma perché viene simbolicamente “da Efeso” e “da Pathmos”. E difatti chiede all’Imperatore, in luogo delle ricche e sontuose profferte, semplicemente una professione di fede, perché «niente nel cristianesimo ci è caro quanto Cristo stesso e la sua persona». Appunto quanto l’Anticristo non può in alcun modo permettersi né concedere, e con ciò l’Imperatore si tradisce: che sia sempre lo starecz a voltarsi verso il pusillus grex (raccolto con Pietro e Paolo – altro binomio intrinsecamente romano, a ben vedere: altro che dicotomia) e a denunciare “figlioli, è l’Anticristo!”, anche questo afferisce al portato simbolico dell’eponimo giovanneo. Denunciare apertamente l’azione dell’Anticristo è opera sommamente rivelativa, e di lì in poi – non a caso – lo svolgimento del Racconto segue la falsariga dell’Apocalisse, il libro che della parola “rivelazione” ha fatto il proprio nome. L’Anticristo uccide allora lo starecz, come sappiamo, e a quel punto Papa Pietro II scaglia contro di lui l’anatema a nome di tutta intera la Chiesa di Cristo. Nessuno dei protestanti rimasti col professor Pauli trova in ciò qualcosa da obiettare. L’Anticristo uccide allora anche il Papa e Pauli prende l’iniziativa di sottrarre i rimanenti cristiani alla furia dell’Anticristo: redige con ordine gli atti dell’ultimo Concilio Ecumenico, nel quale l’Imperatore – anticamente detto “isapòstolos” – è smascherato come l’ipostasi di quella forza mondana che avversa per sempre la vocazione di Dio e il proprio destino. Mi commuovo ogni volta che richiamo alla memoria quelle pagine benedette, e dopo averle così rapidamente riassunte torno a chiedermi ancora più accoratamente che cosa ci sia di non genuinamente cattolico in esse: dal nome dell’ultimo Papa – che viene dalla “profezia di Malachia” e che offre a Solov’ëv lo spunto per gli altri due – fino al recuperato binomio “Pietro e Paolo” (Ireneo conosce e testimonia questo, in origine…) e soprattutto fino alla dottrina dell’incompatibilità escatologica di Chiesa e Impero (ne fu insuperato e inascoltato teoreta Agostino, certo non Eusebio), tutto in quel testo grida cattolicità. Ma attenzione, “cattolico” non vuol dire “abbiamo ragione noi e voi avete torto”: “cattolico” significa “così universale che nessuno, di quanti abbiano realmente conosciuto Cristo, può non sottoscrivere”. Ridurre Solov’ëv a “quello che alla fine fa parlare il Papa di Roma a nome di tutti” e che «riconosce alla fine la centralità della Sede Romana» mi pare indicibilmente riduttivo, una lettura poverissima. E lo dico col massimo rispetto per Copertino.

Chiedo scusa, Solov’ëv mi porta sempre a dilungarmi un po’ (e poi il Racconto andrebbe letto nella cornice dei Tre dialoghi, in cui l’autore l’ha incastonato, ma pazienza…): credo però di aver toccato, in questa digressione, diversi punti nevralgici. Probabilmente qualcuno storcerà il naso, ma credo di poter sostenere di fronte a ogni contraddittorio che questa, e non altra, sia l’interpretazione corretta di quel testo e della stessa idea di cattolicità. Diversamente c’è amore per la gerarchia, amore per una dottrina e per dei riti, amore per della letteratura antica, come l’Imperatore del Racconto dimostra efficacemente: il cristianesimo è un’altra cosa.

Ringrazio Copertino per il rimando all’opera di Theobald Beer, che a differenza di quella di Solov’ëv non conosco: ne prendo nota e mi informerò (col tedesco me la cavo, ma grazie per la preoccupazione). Non ritengo utile ora infarcire questa replica con gli studî del compianto Rudolf Johannes Pesch, tedesco anche lui quanto Beer, che nelle ricerche su Lutero non ha bisogno di presentazioni (e non teme rivali): i lettori potranno prudentemente far tesoro delle sue analisi. Da parte mia vorrei solo ricordare una cosa che sembriamo aver tralasciato tutti: se è indubbiamente importante la distinzione tra gli “initia Lutheri” e i “finalia Lutheri”, lo è ancora di più quella – più banale ma che non va perciò messa da parte – tra Lutero e i luterani, in particolare quelli del XXI secolo, che sono in massima parte luterani per cultura e non per elezione (di fronte alla possibilità di una vita religiosa anonima e imbelle, la militanza in una confessione cristiana, che pure nacque da uno scisma per via di un’eresia, resta comunque apprezzabile). Se si vuole discutere della figura storica e dell’eredità di Lutero, benissimo, questa è una cosa che va sicuramente fatta, e nella quale i protestanti in genere (non solo i luterani) devono gradualmente distaccarsi dalla mitologia del fondatore. Non è facile, per me non lo sarebbe, ma io sono cattolico e ho il privilegio di non militare in una confessione fondata da un semplice uomo: potersi rivolgere al capo supremo della propria gerarchia ecclesiastica con la consapevolezza che di un fratello si tratta (perché «voi siete tutti fratelli»), oltre che di un padre (perché «da Dio prende nome ogni paternità in cielo e in terra») è dolcezza che solo a Roma si trova. Su quanto e come Lutero stravolga Paolo e Agostino, Copertino sfonda con me una porta aperta: sono stato allievo di Giancarlo Pani e ho seguito i suoi studî confluiti nel volume Paolo, Agostino, Lutero. Penso di poter prendere altre lezioni in materia solo da lui (e da pochi altri di cui egli stesso si considera debitore). Nella fattispecie, poi, non trovo di che dissentire: certo, sulla teologia della grazia sbagliò: la sua “giustificazione forense” è un’aberrazione dottrinale molto grave. Ho forse scritto il contrario? Certo, il suo “Augustinus totus meus” è un’affermazione tronfia e indegna di un vero studioso (lo scrive anche Pani). Certo, la corruzione del clero non c’entra niente con l’esasperazione di Lutero (molti Papi ne furono parecchio più esasperati di lui): e allora? Non ho forse riportato a questo proposito il carteggio con Erasmo? Certo non per minimizzare la contropartita che in quella lettera egli chiedeva al suo bacio della sacra pantofola: era un’enormità, mi pareva così evidente che non ho voluto essere eccessivamente didascalico. Se Copertino ritiene meglio esplicitarlo, sta bene.

Altra cosa: io non ho affatto affermato che Lutero non avrebbe mirato ad altro che alla riforma della Chiesa. Ho detto che così, perlopiù, lo descrivono i luterani tedeschi che oggi ne ereditano il pensiero, e che per tale motivo preferiscono dirsi “evangelici” o “riformati”, piuttosto che “protestanti” (il riferimento alla Protestatio è sempre stato sgradito, “protestanti” era l’antonimo di “papisti”) o appunto “luterani”. Certamente, se piano piano cominciassero ad ammorbidire la loro mitologica affezione al fondatore, la loro comprensibile istanza risulterebbe più credibile.

Non indugio sulle vicende di Leone X e Lutero perché non posso scrivere un trattato, ma mi azzardo tranquillamente a dire che se il Papa avesse dedicato meno tempo alla caccia al cinghiale (e a quella ai suoi camerieri…) forse la cristianità sarebbe divisa solo in due e non in tre: invito il prudente lettore a prendere in mano la Exsurge Domine e a farsi un amaro sorriso su alcune delle proposizioni luterane condannate, una per tutte la 33 («Non è volontà dello Spirito Santo che gli eretici siano bruciati» – condannata!). Certamente poi se io fossi Papa e mi stesse a cuore riconciliarmi un teologo agostiniano impazzito (ammesso e non concesso che da Roma la si potesse vedere così) non gli manderei un domenicano di ferro come il cardinal Tommaso De Vio (meglio noto come “il Caetano”): per una questione di politica ecclesiastica, prima ancora che di compatibilità dottrinale. C’è da chiedersi se ci fosse davvero, da parte di Roma, la volontà di far rientrare l’emorragia luterana. E non lo dico io, né la cosa riguarda il solo pontificato mediceo: Pietro Canisio (che la Chiesa cattolica venera come santo, mi pare) restò nella storia per la malinconica affermazione “Giuda è sveglio e opera, ma Pietro dorme”. Ed era uno che aveva fatto voto di speciale obbedienza al Papa, in quanto gesuita. Si vede che i successori di Leone X avevano anche loro più a cuore gli elefanti albini e la vita di corte che le lacerazioni germaniche. Quasi veniva da rimpiangere le indulgenze vendute da Alessandro VI per finanziare le guerre del Valentino: almeno quello era amore di padre (cosa non farebbe un padre per i figlioli, specie se quelli, dopo aver ricevuto dalle paterne dita la Porpora Romana, si stancano di essere cardinali, chiedono al papi lo “scardinalamento” e tanti soldi per pagare un esercito di mercenari con cui conquistare l’Italia). Le possiamo dire queste cose, noi cattolici? O pretendiamo che i luterani ricordino gli errori e le bassezze di Lutero con la sicumera di chi non avesse neanche uno scheletro nell’armadio? Saremmo patetici come quelle maestrine che coi ragazzini si mostrano inflessibili sulle h e poi sbagliano la consecutio scrivendo nel registro. Siamo tutti dei poveracci, abbiamo tutti antenati che hanno sparato, rubato, ammazzato, detto e scritto eresie (anche i nostri santi, qua e là, ne hanno dette e scritte, eh, a proposito di “dogma cattolico”): non sarebbe più sensato e più prudente incontrarci con le mani libere e anzitutto aperte per abbracciarci? Sarebbe questo il “facile irenismo”? Personalmente trovo parecchio più facile cedere alla tentazione di rinfacciare al prossimo le mancanze dei suoi antenati: ce le inventiamo pure, se siamo tanto ignoranti quanto crudeli, tanto vuoi che non avessero sgravato, di quando in quando? La favola di Fedro, però, stigmatizza nel lupo orribili vizî: voglia il Cielo che non ci troviamo imbragati in tanta bassezza, noi che ostentiamo il nasino all’insù, rivolto alle cose del Cielo.

Credo quindi di aver sufficientemente lumeggiato la differenza tra la dottrina di un fondatore eretico e scismatico e la condizione di cristiani che anzitutto le congiunture storiche pongono in condizione di appartenere a una data Chiesa o comunità ecclesiale. Non mi pare di aver scritto che la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione ritirerebbe le storiche scomuniche a Martin Lutero. La cosa, peraltro, non avrebbe alcun senso.

Vado verso la chiusura, ma devo dire qualcosa sull’Eucaristia. Io comprendo benissimo che la dottrina della consustanziazione non nega in alcun modo la presenza reale, anzi essa nasce appunto per il bisogno filosofico di comprendere come possa darsi un mutamento di substantia contestualmente al mantenimento delle species di un qualsivoglia ente. Lo stesso Tommaso d’Aquino, come accennavo, affrontò il problema e tentò di risolverlo con l’introduzione della categoria di “quantitas dimensiva”, un istante prima di capire che il problema, così facendo, veniva solo rimandato. E a quel punto si appellava alla categoria di “miracolo”. Come ho già scritto. Lutero era un uomo moderno e “razionalista” nel suo umanesimo: voleva la consustanziazione proprio per dire che veramente c’era il Corpo di Cristo nel pane consacrato, e per spiegare ai proprî accoliti che era un errore tradurre “questo è il mio corpo” della Scrittura con “questo simboleggia il mio corpo”. Lutero non credeva che la presenza restasse post usum, e per ragioni scritturistiche risalenti in ultima analisi alla già menzionata forma mentis umanistico-razionalista: questo non ci permette in alcun modo di appiattire il suo pensiero su quello di Melantone. Per onestà intellettuale.

Visto che poi Copertino si prende a cuore anche la mia personale fede nella transustanziazione, della quale attenzione lo ringrazio (ancora di più che di quella per la mia conoscenza del tedesco), gli rendo noto che – essendo io di origini abruzzesi – non solo conosco il Miracolo Eucaristico di Lanciano, ma mi reco periodicamente a venerarne le sacre reliquie da quando avevo nove anni. Mi pare strano che Copertino non ricordi come proprio il monaco basiliano che fu protagonista di quella straordinaria manifestazione del Signore fosse preso da dubbi circa ciò che si sarebbe chiamata (qualche secolo dopo) “presenza reale”. Ho l’impressione che solo muovendo da una concezione fissista del dogma si possa insistere, anacronisticamente, nel cercare categorie del XIII secolo nel IX, quando invece il punto fondamentale era lo slittamento semantico e teologico della categoria di “corpus mysticum” (in tutto l’Ave verum, guarda caso, non compare mai la parola “præsentia”). Una buona lettura degli studî di Enrico Mazza può essere molto feconda, in tal senso. Aiuterebbe magari anche l’essere più moderati con espressioni come “affermazioni risibili” e “baggianate”: temo che Copertino non si stia rivolgendo a uno sprovveduto.

Sulla distanza tra esperienza sensoriale ed atto di giudizio intendevo semplicemente il processo conoscitivo standard per cui «nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu», e nella fattispecie – per restare in ambito di citazioni tomiste – «visus, tactus, gustus, / in te fallitur». È l’inno che mi piace ripetere in ginocchio quando vado a Lanciano, come fece anche san Giovanni Paolo II: «Fac nos tibi semper / magis credere, / in te spem habere, / te diligere». A proposito, saprà che per la sua visita non gli fecero trovare l’inginocchiatoio? Idea di alcuni “brillanti teologi”. Poveri coglioni imbevuti di citazioni tomiste di quarta mano (attenzione alle citazioni prese troppo alla lontana). Il Papa li rampognò sull’istante.

Copertino mi pone poi molte e molte domande, alle quali confesso di non saper rispondere: non so da dove venga il secolarismo né dove vada la galassia evangelical. Buon per lui se sa queste cose. Io mi contento di condividere con teologi acuti ed umili la disponibilità a lasciarmi istruire dallo Spirito. E se mi è consentito di chiudere con una nota di brio questa insopportabile replica, cui non faranno seguito altre, vorrei ricordare un personaggio sublime di quel grande anti-clericale che fu Luigi Magni. Monsignor Colombo da Priverno, protagonista de In nome del Papa-Re, diceva al tribunale della Sacra consulta, di cui era membro, in riferimento ad alcuni sovversivi rei di un attentato “al Trono e all’Altare”: «Eccerto che c’hanno torto, ma mica pe’ qquesto c’avèmo raggione noi!».

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20/10/2016
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