Chiesa

di Claudia Cirami

Il 22 Ottobre è il giorno di San Giovanni Paolo II

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San Giovanni Paolo II non è un libro aperto. La lunga esposizione mediatica e il progressivo fluire di libri e testimonianze, pubblicati e offerti sia quando era in vita, sia dalla sua dipartita ad oggi, passando dal momento topico della sua canonizzazione, ha regalato la suggestiva idea che su di lui non si ci sia più nulla da sapere, nulla da dire. Eppure la curiosità intorno alla sua figura non si è mai spenta, come mostrano le diverse pubblicazioni – che trattano di lui – uscite anche quest’anno. Una curiosità che non è abusiva ma nasce dall’intimo desiderio, esistenzialmente fondato, di sapere qualcosa di più su un uomo, ora santo, per il quale potrebbe essere utilizzata la stessa categoria teologia che don Ignacio Ellacuría, padre gesuita assassinato in San Salvador, applicò per leggere il ministero episcopale del Beato Oscar Romero: il passaggio di Dio in mezzo al suo popolo attraverso una persona. Con Giovanni Paolo II, in particolar modo nei lunghi anni di pontificato, Dio è sembrato visitare il suo popolo per mezzo di un uomo venuto dall’Est dell’Europa che ha saputo farsi comprendere ad ogni latitudine. L’approfondimento dell’umana (quindi conoscibile), ma al tempo stesso intimamente avvolta nel Mistero di Dio (quindi non oggettivamente verificabile) figura di San Giovanni Paolo II è modo per lambire quanto più possibile le rive di quel Divino Amore che ancora oggi parla agli uomini e lo fa mediante la carne di altri uomini. Ci porremo così alcune domande su San Giovanni Paolo II, senza nessuna pretesa di originalità nelle risposte, sapendo che nessun interrogativo che aiuti a comprenderlo meglio in una prospettiva cristiana può risultare inutile.

Iniziamo da una domanda che può interessare i lettori de La Croce perché a che fare con l’impegno per la vita. Perché San Giovanni Paolo II si schierò a favore della vita nascente, difendendola a partire dal suo concepimento? La biografia di Karol Woytila, prima dell’ascesa al soglio petrino, è quella di un uomo che ha incontrato e subito la persecuzione di due totalitarismi, nazismo e comunismo. Umanamente saremmo condotti a pensare che un simile retroterra biografico conduca un uomo di Dio, nella sua missione, a combattere certamente in favore della dignità umana, ma non necessariamente a spendere parte della sua vita contro una mentalità abortista. Eppure se andiamo alla radice dell’interrogativo, possiamo forse approntare due risposte che hanno questi punti di partenza: la pace e la stessa dignità umana. Nella Rosarium Virginis Mariae, San Giovanni Paolo II rivela la vera natura della pace: essa è “dono speciale del Risorto”. Non concerne un orizzonte esclusivamente terreno, quasi fosse soltanto opera di uomini, ma, pur essendo richiesto a questi di essere “operatori di pace”, rimane un dono di Dio. La domanda allora sarà quasi retorica: può essere donata la pace dove la vita umana viene soppressa nel grembo materno? San Giovanni Paolo II doveva certo conoscere quella pagina del diario di Santa Faustina Kowalska in cui si parla di un imminente castigo divino che avrebbe colpito «la più bella città» della nazione polacca (forse Varsavia); Gesù dice a suor Faustina: «Bambina mia, unisciti strettamente a Me durante il sacrificio ed offri al Padre Celeste il Mio Sangue e le Mie Piaghe per impetrare il perdono per i peccati di quella città. Ripeti ciò senza interruzione per tutta la S. Messa. Fallo per sette giorni». Padre M. Sopoćko, il direttore spirituale di suor Faustina, spiegherà: «Avendole poi domandato per quali peccati Iddio infliggeva tale punizione, rispose che ciò sarebbe avvenuto soprattutto per l’uccisione dei bambini non fatti nascere, essendo questo il più grave peccato che vi si commetteva» (p. 69; nota 52). Siamo in tempi non sospetti di attività pro-life: il peccato di aborto viene già definito come il peccato più grave commesso in quella città. Lo stesso tema tornerà nell’intervento per premio Nobel di Madre Teresa di Calcutta: quale pace è possibile in un mondo in cui la vita viene violata già prima di affacciarsi sulla terra? Riflettendo poi sulla dignità dell’uomo, anche questa porta Giovanni Paolo II ad andare alla radice del problema: «La domanda del Signore «Che hai fatto?», alla quale Caino non può sfuggire – scrive nell’Evangelium vitae – è rivolta anche all’uomo contemporaneo perché prenda coscienza dell’ampiezza e della gravità degli attentati alla vita da cui continua ad essere segnata la storia dell’umanità; vada alla ricerca delle molteplici cause che li generano e li alimentano; rifletta con estrema serietà sulle conseguenze che derivano da questi stessi attentati per l’esistenza delle persone e dei popoli». Egli individua l’origine della mentalità contro la vita nella «guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di “congiura contro la vita”. Essa non coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati» (EV 12). Giovanni Paolo II ha ben inteso il collegamento esistente tra il mancato rispetto della dignità umana e l’assenza della pace nel mondo con il diffondersi della mentalità abortista: non possono esserci prospettive di pace e di rispetto per gli esseri umani in un mondo in cui molti di essi sono considerati un problema da risolvere drammaticamente fin dal principio della loro esistenza. Qualsiasi discorso sui diritti di ciascuno perde completamente efficacia se non si prende coscienza – come ha fatto il Santo Padre, in linea con il Magistero – di questa gravissima e delicatissima questione.

Cambiamo completamente argomento e passiamo al tema, più volte trattato, delle sue amicizie. La domanda che può essere utile per noi è: come viveva l’amicizia San Giovanni Paolo II? Il Papa emerito – che lo ha conosciuto bene – nel libro-intervista “Ultime Conversazioni” di Peter Seewald ricorda: «Era una persona che aveva bisogno di compagnia, vita, movimento, di incontrare persone». Poco prima, aveva spiegato: «Quando si concelebrava insieme con lui si percepiva la sua intima vicinanza al Signore, la profondità della fede in cui egli si immergeva in quel momento e si scorgeva l’uomo credente, orante e anche segnato dallo Spirito» (entrambe le citazioni: p.160). Queste due affermazioni sembrerebbero in apparente contrasto: può un uomo riuscire ad essere così intimamente legato a Dio e avere, contemporaneamente, bisogno di compagnia umana? La contraddizione, in realtà, è presto risolta guardando alle categorie bibliche e teologiche del rapporto tra Dio e Israele e al Mistero dell’Incarnazione del Verbo: il Dio cristiano è un Dio che ama un popolo fino ad incarnarsi, nella Seconda Persona della Trinità, per salvarlo, facendosi simile all’uomo in tutto fuorché nel peccato, come dirà San Paolo. Giovanni Paolo II porta in sé queste caratteristiche: misticamente vicino alla Trinità e umanamente compagno di strada degli uomini e delle donne. In particolar modo, in questo contesto, è possibile risolvere anche la questione del rapporto con la polacca Wanda Póltawska o con la filosofa statunitense Anna Tymieniecka, sui cui nomi ciclicamente si ritorna per gettare un’ombra malevola sul santo polacco. È un altro pontefice a chiarire il senso delle amicizie femminili di Giovanni Paolo II. Francesco ha detto: «Un uomo che non sa avere un buon rapporto di amicizia con una donna – non parlo dei misogini: questi sono malati – è un uomo a cui manca qualcosa. […]Il Papa è un uomo, il Papa ha bisogno anche del pensiero delle donne. E anche il Papa ha un cuore che può avere un’amicizia sana, santa con una donna». Le caratteristiche di un’amicizia sana e santa – con uomini e donne – si ritrovano anche nei rapporti amichevoli che il santo ha intrattenuto. Vivere in Dio non significa mettere un argine per l’altro o trattarlo con condiscendenza – che mantiene ben distinte le posizioni – ma vedere nell’altro una risorsa a cui attingere e, contemporaneamente, da rinnovare con la propria offerta di amicizia in Cristo.

A proposito delle donne, c’è un’ulteriore domanda che riguarda San Giovanni Paolo II. Egli ha scritto un capolavoro come la Mulieris Dignitatem e, al tempo stesso, ha chiuso sostanzialmente all’ordinazione sacerdotale femminile come alle diaconesse. C’è, dunque, una discrepanza tra il pensare e l’agire del santo a proposito dell’universo femminile? Leggiamo quello che risponde sulla questione delle donne a Vittorio Messori in Varcare la soglia della speranza. Giovanni Paolo II, a differenza di una parte del mondo cattolico che parla con disprezzo delle istanze femministe, riconosce nel femminismo una reazione tutto sommato comprensibile a una mancanza di rispetto nei confronti della donna. Sembra poi rallegrarsi per la rinascita di una «autentica teologia della donna» dove «viene riscoperta la sua bellezza spirituale, il suo particolare genio» e dove «stanno ridefinendosi le basi per il consolidamento nella vita non soltanto familiare, ma anche sociale e culturale». In questa risposta, che sembra dire ben poco, in realtà è presente in filigrana il pensiero di Giovanni Paolo II sulla donna. Si parte dunque dall’oggettiva costatazione di una mancanza di rispetto nei confronti della donna, non sempre trattata in modo adeguato in tutte le epoche, anche nel mondo cattolico (seppure il Papa ricordi che «il rispetto per la donna, lo stupore per il mistero della femminilità, infine l’amore sponsale di Dio stesso e di Cristo quale si esprime nella redenzione, sono tutti elementi della fede e della vita della Chiesa che non sono mai stati completamente assenti»); c’è poi una cauta ma benevola presa di coscienza delle istanze femministe, che vengono lette alla luce non degli effetti (in buona parte deleteri) ma della causa (legittima) che le ha originate; c’è infine la consapevolezza dell’importanza di una teologia della donna che sappia mettere in luce lo specifico femminile, rivalutato non solo nell’ambito familiare, ma anche in altri ambiti. La risposta all’interrogativo da cui siamo partiti si concentra allora su questo “specifico femminile” che per San Giovanni Paolo II, dunque, non deve tradursi in ricerca di ruoli o ambiti che non lo esprimano adeguatamente. Del resto, basterebbe la lettura di un classico ben documentato come quello di Jean Galot, “La donna e i ministeri della Chiesa”, per mostrare come riguardo al sacerdozio la parola di Cristo sia definitiva, confermata anche dopo la Resurrezione (quindi dopo la chiusura della sua esistenza terrena) e, come riguardo invece la questione sempre aperta sul diaconato femminile, questo storicamente non esprima per la donna ciò che una certa retorica odierna gli ha attribuito, essendo preferibili a quello delle diaconesse, in ordine di responsabilità, attuali ruoli nella Chiesa come quello delle catechiste o delle donne che svolgono il ministero speciale della Santa Comunione.

Un altro tema interessante è il rapporto di San Giovanni Paolo II con il soprannaturale. Ci si chiede in modo più specifico: come si poneva il santo polacco in relazione a quei messaggi che arrivavano da persone che avevano un dialogo con il Signore? Un episodio ci rivela il credito che san Giovanni Paolo II dava alle indicazioni che gli venivano dall’alto attraverso persone che comunicavano con Dio. Lo narra Antonio Socci nel suo libro “I segreti di Karol Wojtyla” e riguarda anche un caro amico del Papa, polacco anch’egli, padre Andrej Deskur. L’episodio riguarda una missione particolare che il sacerdote svolse per Karol Wojtyla, quando questi era ancora vescovo di Cracovia: «Fu poi Deskur […] che andò a Collevalenza a trovare Madre Speranza, una carismatica dalla vita santa, per chiederle quale fosse l’impedimento che bloccava l’inizio del processo di beatificazione di suor Faustina Kowalska, che stava tanto a cuore al vescovo di Cracovia. C’erano infatti problemi con il Santo Uffizio. Madre Speranza consigliò di far rivedere le traduzioni che erano state fatte dal polacco del diario della giovane mistica» (p. 26). La Madre Speranza in questione è una suora spagnola morta a Collevalenza nel 1983 e beatificata nel 2014, anch’essa foriera del messaggio della Misericordia di Dio. Le traduzioni furono riviste e poco dopo il processo poté partire. Nella vita di San Giovanni Paolo II ci sono altri episodi simili, eppure il suo pontificato, vissuto sempre in comunicazione con il soprannaturale, non si è mai identificato con quel correre da una parte e dall’altra alla ricerca ossessiva di messaggi e veggenti, che spesso – da fedeli – ci coglie, nell’ansia non solo di affrontare il presente, ma anche, tante volte, di avere il controllo del futuro. Un discorso a parte meriterebbe il tema delle profezie. San Giovanni Paolo II più volte è stato paragonato ad un profeta veterotestamentario, non solo per quella famosa invettiva contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento. La sua profezia, proprio come quella dei profeti dell’Antico Testamento, ha questa forza di spiegare il presente e, al tempo stesso, di alludere ad un futuro che non sarà di pace se il cuore dell’uomo non si convertirà. Letture superficiali delle profezie – sembra questa l’abitudine ricorrente degli ultimi anni – rischiano di far perdere di vista quella tensione escatologica che deve animare la nostra esistenza, in equilibrio tra il già e il non ancora, e di farci precipitare in un delirio apocalittico che ci paralizza. Il cristiano è uomo non di angoscia, ma di speranza. Benedetto XVI ha parlato della preghiera come scuola della vera speranza cristiana: «Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell’angolo privato della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio – che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l’altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso: Dio le scruta, e il confronto con Dio costringe l’uomo a riconoscerle pure lui […] Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso “la fine perversa”. È speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio. Solo così essa rimane anche speranza veramente umana.» (Spe salvi, n. 33-34). Visto quello che è stato testimoniato e scritto riguardo al modo di pregare di San Giovanni Paolo II non stupisce, dunque, che l’uomo contemporaneo che più somigliava alla figura di un profeta potesse conservare anche quella luce gioiosa che abbiamo visto brillare nel suo sguardo nella notte di Tor Vergata e in altre occasioni.

Per finire, nell’anno della Misericordia che sta per volgere al termine, non si può fare a meno di chiudere questo pezzo con un ultimo interrogativo, in buona parte suscitato da alcuni riferimenti a Santa Faustina Kowalska qui presenti. Come ha vissuto la realtà della Misericordia il Papa che ha voluto istituire la Festa della Divina Misericordia? La lettura della sua seconda enciclica, Dives in Misericordia, è la traccia più efficace per rispondere: in essa il santo polacco fin da subito mette in chiaro l’urgente necessità per l’uomo di volgersi verso quel mistero per cui «in Cristo e mediante Cristo, diventa anche particolarmente visibile Dio nella sua misericordia, cioè si mette in risalto quell’attributo della divinità che già l’Antico Testamento, valendosi di diversi concetti e termini, ha definito “misericordia”». È proprio Cristo a conferire «a tutta la tradizione vetero-testamentaria della misericordia divina un significato definitivo. Non soltanto parla di essa e la spiega con l’uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli stesso la incarna e la personifica. Egli stesso è, in un certo senso, la misericordia. Per chi la vede in lui - e in lui la trova - Dio diventa particolarmente «visibile» quale Padre «ricco di misericordia» (n. 2). Nel corso del suo pontificato, il rapporto tra Cristo e il Papa polacco è sempre stato evidente e, grazie ad esso, è stato possibile per Wojtyla farsi immagine, virile e tenera al tempo stesso, della Misericordia divina, con il monito ai peccatori e l’abbraccio ai sofferenti come unico riflesso dell’amore di Dio per l’umanità. Per San Giovanni Paolo II l’orizzonte della Misericordia è tanto importante da affidare l’annuncio e la testimonianza di essa come compito primario ad ogni cattolico: «la Chiesa deve considerare come uno dei suoi principali doveri - in ogni tappa della storia, e specialmente nell’età contemporanea - quello di proclamare e di introdurre nella vita il mistero della misericordia, rivelato in sommo grado in Gesù Cristo» (n. 14). Nell’omelia per la sua morte, Joseph Ratzinger ha detto: «Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: Il limite imposto al male “è in definitiva la divina misericordia” (“Memoria e identità”, pag. 70). E riflettendo sull’attentato dice: “Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza; […] È la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene” (pag. 199). Animato da questa visione, il Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così eloquente e fecondo». Ratzinger individua questa capacità di vivere la Misericordia Divina nel rapporto con Maria: «Il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro della misericordia di Dio nella Madre di Dio. Lui, che aveva perso in tenera età la mamma, tanto più ha amato la Madre divina. Ha sentito le parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui personalmente: “Ecco tua madre!”. Ed ha fatto come il discepolo prediletto: l’ha accolta nell’intimo del suo essere (eis ta idia: Gv 19, 27) – Totus tuus. E dalla madre ha imparato a conformarsi a Cristo». Questo il suo segreto, questa la sua eredità.

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