Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Il cardinal Bo lancia l’allarme per il suo Myanmar

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Nuove fiammate nel conflitto civile tra i gruppi armati delle minoranze etniche e l’esercito birmano sono esplose negli stati di Kachin e Karen, nonché nuove violenze nello stato di Arakan sono esplose proprio dopo la conferenza nazionale sulle minoranze etniche organizzata in settembre dal governo birmano. Queste circostanze hanno fortemente allarmato il Cardinale Arcivescovo di Yangon, Charles Maung Bo, che ha lanciato un accorato appello alla nazione: “Pochi mesi fa il Myanmar brillava come una città collocata sopra un monte. Per la prima volta in 50 anni tutte le parti in conflitto si sono riunite per la conferenza di pace denominata la ‘conferenza di Panglong del 21° secolo’. Il mondo si è rallegrato per le nuove speranze di pace, e la Chiesa in Myanmar ha accolto calorosamente questa conferenza. Ma gli eventi recenti hanno sollevato serie preoccupazioni che questa possa essere una falsa alba”. L’arcivescovo di Yangon lancia un appello a tutta la nazione dopo le violenze riesplose negli Stati Kachin e Karen. La guerra “non è mai giusta e non può mai servire per raggiungere la pace”. La conferenza di Panglong “non sia una falsa rinascita. Coinvolgiamo le religioni nel cammino di pace”.

Da due mesi si è intensificata l’avanzata del Tatmaadaw (esercito governativo) nel territorio abitato dall’etnia Kachin (al confine settentrionale con la Cina). Le truppe di Naypyidaw utilizzano attacchi aerei e terrestri per colpire le postazioni del Kia (Kachin Independence Army), causando un numero indefinito di morti.

A partire dal 9 ottobre sono ripresi gli scontri anche nello Stato Karen (sud-est del Paese). Dopo che nove militari sono morti in un’imboscata dei ribelli, l’esercito governativo ha iniziato una serie di operazioni contro gli “estremisti islamici” ritenuti colpevoli del gesto. Fonti di Naypyidaw parlano di 30 miliziani uccisi e 29 arrestati. I soldati hanno isolato la regione e non permettono ai giornalisti di entrare e scattare fotografie. Le case dei musulmani – comprese le baracche di decine di migliaia di sfollati Rohingya – vengono perquisite.

I Kachin e i Karen sono due delle 135 etnie di cui il Myanmar è composto, che hanno sempre faticato a convivere in maniera pacifica con il governo centrale e la sua componente di maggioranza birmana. Divampata nel giugno 2011 dopo 17 anni di relativa calma, la guerra fra Tatmadaw e Kachin ha causato decine di vittime civili e almeno 200mila sfollati.

Gli eventi recenti, scrive il card. Bo, “hanno fatto sorgere forti preoccupazioni che la conferenza di pace Panglong [dal 31 agosto al 4 settembre scorso ndr] possa essere stata una falsa rinascita. Il conflitto esploso cos’è: guerra per la pace? Guerra e basta? La guerra non può mai essere giusta. Fare la guerra per raggiungere la pace è un’illusione che ha solo provocato ulteriori guerre nella storia”.

“Siamo profondamente preoccupati – nota l’Arcivescovo – poiché il conflitto è esploso subito dopo la conferenza. Si fa una guerra per la pace? La guerra per la pace è un’illusione. Se l’esercito persegue il conflitto con l’obiettivo di indebolire i gruppi armati…cos c’è nella mente dei generali? E cosa c’è nella mente dei leader dei gruppi armati?”.

Il Cardinale pone l’accento sulle migliaia di profughi, su “donne e bambini ridotti alla fame”: “Questo non è accettabile” spiega, invitando a “consentire immediatamente alle organizzazioni umanitarie di raggiungere gli sfollati”. “Esortiamo tutti i gruppi a ritornare alla pace” nello spirito dell’incontro e del negoziato. “C’è solo un cammino di libertà per la nazione e la pace è quel percorso. Il tempo per le soluzioni violente è finito. Siamo una democrazia. Perché ancora la guerra? Il Myanmar è una terra sacra dove la fede religiosa rimane un faro per tutte le persone. Questa nazione è costruita sulle fondamenta religiose. Quindi, per sostenere la pace, occorre coinvolgere i leader religiosi come parte attiva di tutte le iniziative di pace” rileva il Porporato, invitando a considerare “questi leader come facilitatori di pace a livello di comunità” e dando la piena disponibilità dei Vescovi birmani a promuovere attività di negoziato, di pace, di risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo pacifico. “Lasciate che il pellegrinaggio di pace iniziato con la conferenza Panglong continui”.

Sulle violenze nel paese i dati sono allarmanti e vengono da Amnesty International.

Le autorità non hanno affrontato la crescente intolleranza religiosa e l’incitamento alla discriminazione e alla violenza religiosa, permettendo a gruppi nazionalisti buddisti intransigenti di crescere in potere e influenza, in vista delle elezioni generali di novembre. La persecuzione nei confronti dei rohingya si è ulteriormente aggravata. Il governo ha intensificato il giro di vite sulle libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Sono continuate le segnalazioni di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario nelle zone di conflitto

A luglio, il Myanmar ha ratificato la Convenzione sulle armi chimiche e ha firmato

l’Icescr. È stato rilevato un allarmante aumento dell’intolleranza religiosa, ed è cresciuta l’influenza di gruppi nazionalisti buddisti intransigenti. Le autorità non hanno affrontato il problema dell’incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi di odio nazionale, razziale e religioso. Tra maggio e agosto, il parlamento ha adottato quattro leggi volte a “proteggere la razza

e la religione”, proposte in origine da gruppi nazionalisti buddisti intransigenti: la legge sulla conversione religiosa, la legge speciale sul matrimonio delle donne buddiste, la legge sul controllo della salute della popolazione e la legge sulla monogamia. Queste sono state approvate nonostante contenessero disposizioni che violavano i diritti umani, inclusa la discriminazione per motivi religiosi e di genere. Si è temuto che avrebbero consolidato le diffuse discriminazioni e alimentato ulteriori violenze contro le minoranze.

Chi ha denunciato pubblicamente la discriminazione e la crescita dell’intolleranza religiosa ha subìto ritorsioni da parte di attori statali e non statali. Il 2 giugno, lo scrittore Htin Lin Oo è stato condannato a due anni di lavori forzati per aver “insultato la religione”, in un discorso tenuto nell’ottobre 2014 in cui aveva criticato l’uso del buddismo per promuovere discriminazioni e pregiudizi. Attivisti per i diritti delle donne e altri difensori dei diritti umani, che avevano contestato

le quattro leggi volte a “proteggere la razza e la religione”, sono stati oggetto di vessazioni e intimidazioni, comprese minacce di abusi sessuali.

Le autorità hanno continuato ad arrestare e imprigionare persone che avevano pacificamente

esercitato i loro diritti, tra cui studenti che avevano manifestato, attivisti politici, operatori dei mezzi d’informazione e difensori dei diritti umani.

A marzo, nella città di Letpadan, nella regione di Bago, la polizia ha disperso con violenza una manifestazione di protesta studentesca in gran parte pacifica contro la nuova legge nazionale sull’istruzione. Oltre 100 studenti che avevano manifestato, leader e loro sostenitori sono stati successivamente accusati di una serie di reati per aver partecipato alle proteste. Tra loro c’era la leader studentesca Phyoe Phyoe Aung, che rischiava più di nove anni di reclusione in caso di condanna per le sue attività pacifiche. Nei giorni e nelle settimane seguenti, le autorità hanno sottoposto gli studenti e i loro sostenitori a sorveglianza e ad altre forme di molestie, in un palese tentativo di intimidire e punire quelli che erano collegati alle proteste studentesche.

A seguire, non soddisfatte, le autorità hanno arrestato numerose persone per aver pubblicato sui social media messaggi ironici nei confronti dei militari. Tra i fermati, c’era l’attivista per la pace di etnia kachin Patrick Kum Jaa Lee, le cui ripetute richieste di libertà su cauzione sono state respinte, nonostante soffrisse di problemi di salute durante la detenzione. Queste persone sono state accusate ai sensi della legge del 2013 sulle telecomunicazioni, suscitando il timore di un possibile spostamento della repressione delle autorità alla sfera digitale.

Leggi ampie e formulate in modo vago sono state usate per soffocare il dissenso e limitare i diritti alle libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Tra queste c’erano la legge su riunioni e cortei pacifici, le norme del codice penale su “riunioni illegali”, “insulto alla religione” e “istigazione”, nonché la legge sulle associazioni illegali. Non ci sono stati tentativi per rivedere o modificare le leggi che limitavano tali diritti.

Le autorità hanno intimidito e tenuto sotto controllo difensori dei diritti umani e attivisti pacifici, sottoponendoli a molteplici forme di molestie e sorveglianza, tra cui pedinamenti, riprese fotografiche della loro partecipazione a eventi e incontri, perquisizioni di uffici e abitazioni, vessazioni e intimidazioni dei loro familiari, colleghi o amici.

I giornalisti sono rimasti vittime di vessazioni, arresti, azioni penali e detenzione esclusivamente per aver svolto pacificamente il loro lavoro, tanto da indurre alcuni ad autocensurarsi.

Membri delle forze di sicurezza hanno continuato a violare i diritti umani nella quasi totale impunità. Le indagini sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza sono state rare e, anche quando sono state effettuate, non sono state trasparenti e indipendenti. I perpetratori sono stati chiamati a risponderne solo eccezionalmente. Alle vittime e alle loro famiglie hanno continuato a essere negati i diritti alla giustizia, alla verità e alla riparazione.

L’Upr delle Nazioni Unite ha esaminato più volte la situazione dei diritti umani nel Myanmar. Le autorità del Myanmar hanno respinto le raccomandazioni chiave di rivedere specifiche leggi che limitavano il diritto alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica e hanno rifiutato di riconoscere la discriminazione sistematica subita dalla minoranza rohingya.

La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Myanmar ha effettuato due visite ufficiali nel paese durante l’anno ma è stata ostacolata nello svolgimento del suo mandato. Le è stato dato il permesso di viaggiare solo per cinque giorni, ha avuto difficoltà a incontrare interlocutori governativi e le è stato negato l’accesso nello stato di Rakhine. La Relatrice ha anche riferito che gli esponenti della società civile che aveva incontrato erano stati sottoposti a sorveglianza e avevano subìto molestie. A fine anno non esisteva ancora alcun accordo per istituire in Myanmar un Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Uite per i diritti umani il cui personale era stato in grado di operare in Myanmar ma senza avere accesso completo e costante al paese, non potendo per tanto svolgere il suo lavoro.

Una situazione molto critica e le prospettive non appaiono rosee. In queste terre la libertà è qualcosa di tutt’altro che scontato e la democrazia è una chimera vera e propria. Sembrano altri mondi ed in realtà lo sono: qui le persone soffrono e vengono torturate ma non siamo in Siria, in Iraq, In Libia o in Ucraina. Quel che accade qui interessa a pochi e le poche notizie che trapelano vengono soprattutto da religiosi: si, proprio quei religiosi tanto bistrattati ed attaccati dal mondo occidentale e che mettono a repentaglio la propria vita in luoghi di grande sofferenza ed intolleranza.

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22/10/2016
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