Società

di Lucia Scozzoli

II convegno per Elisa Lardani, una realtà che sra crescendo

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Il week-end appena trascorso è stato riempito da un evento carico di grazie. A Santa Maria degli Angeli si è tenuto il convegno organizzato da Misterogrande dal titolo “Corpo dato per amore – La misericordia al femminile”. Prima di parlare del convegno però è importante spendere due parole per spiegare cosa sia Misterogrande: sul sito, ben organizzato e ricco di contenuti, leggiamo gli intenti di questa associazione, fondata da don Renzo Bonetti che dopo essere stato Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della Conferenza Episcopale Italiana e Consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha deciso di spendere la vita a tempo pieno nel progetto di questa associazione, completamente votata al servizio della famiglia cristianamente intesa.

L’associazione è al servizio di tutti gli sposi e di tutte le persone che, in diverse vocazioni e stati di vita, desiderano scoprire e far riscoprire il dono e la missione specifici del sacramento del matrimonio; promuove tra i soci un’intensa vita spirituale (perché lo Spirito Santo è il vero collante dell’unità associativa e delle coppie di sposi); sostiene fra tutti gli sposi cristiani che lo desiderano anche una rete relazionale, perché il sacramento del matrimonio si nutre anche di condivisione delle cose belle come delle difficoltà, tra amici che si comprendono e sostengono vicendevolmente; rivolge la sua attenzione ed il suo sguardo anche alle coppie che stanno vivendo momenti di difficoltà, attraverso la preghiera e l’assistenza (ma soprattutto con un intento preventivo, perché le crisi nel matrimonio non arrivano mai improvvise); crea luoghi, tempi e modalità di condivisione, di confronto, di formazione, di vita comune, ai quali possono partecipare quanti altri desiderano rinnovarsi per servire, nella famiglia e con la famiglia, la Chiesa e la società.

Misterogrande investe sul legame uomo-donna tutto il suo capitale, scommette sulla famiglia come custode del segreto della felicità personale e comunitaria, come luogo privilegiato per la realizzazione di se stessi e davvero in quest’epoca di sfrenati individualismi e di elogi della singletudine appare “fuori dal mondo” in tutti i sensi. E fuori dal mondo ci siamo sentiti partecipando a questo convegno: lontani anni luce da noi erano i vacui discorsi di sessantottina emancipazione femminile, il baccano sguaiato delle soubrette in tv, i volgari proclami di offerte sessuali di certi personaggi, le patetiche insinuazioni di sessismo impugnate dalla politica stantìa. Neanche un accenno, nemmeno una pallida eco sono rimasti nel nostro cuore mentre le parole dei relatori, tutti preparatissimi sulla propria tematica ed efficacissimi nella comunicazione, ci parlavano delle figure femminili che popolano la Bibbia, o del volto femminile di Dio, nella sua accogliente misericordia, o delle donne comuni che vivono la quotidianità nello spendersi umile e spicciolo della comprensione dell’altro. A cornice e cappello di tutto, la figura di Elisa Lardani, che è stata moglie e madre comune, ha vissuto il suo fruttuoso percorso di crescita spirituale insieme al marito Luca Marchi proprio all’interno del cammino di Misterogrande, fino a dover rendere indietro la propria vita al Creatore alla nascita della quarta figlia. La testimonianza di quanto sia stata fruttuosa la sua crescita, fino al dono totale di sé, è nella reazione della sua famiglia e di tutta la comunità intorno, che, invece di rinchiudersi in un comprensibile piccato dolore, si è aperta ancor di più agli altri, tanto che Luca Marchi parla dell’amata moglie sempre al presente, sentendola ancora perfettamente viva e prolifica nella sua vita.

Il convegno è stato aperto dall’introduzione simpatica e commossa di Pasqualino, un enorme frate, che ha subito dato il la al clima: allegria profonda, quella non di chi non ha dolori, bensì la gioia di chi stringe in pugno il biglietto vincente della lotteria e del resto intorno poco si cura. E il biglietto vincente è la fede, è la consistenza plastica e viva della relazione con Dio. Don Luigi Epicoco, giovanissimo e bravissimo teologo, ha messo la sua solita passione contagiosa nel parlare della misericordia di Dio, un messaggio che il mondo ha bisogno di sentire e anche i cristiani devono riscoprire nella sua profondità e intensità. All’interno delle relazioni umane abbiamo bisogno di sentirci accettati non nei nostri aspetti belli e da vetrina, ma proprio nelle miserie e povertà, nei difetti che non riusciamo a limare, negli errori di cui ci vergogniamo. Sappiamo di essere davvero amati quando l’altro accetta anche il nostro lato oscuro, quella pecora nera dell’interiorità, il figlio degenere dello spirito. Il mondo ci dice che per essere amati bisogna essere belli, bravi, abili, e per questo ci sforziamo di nascondere e a volte nasconderci gli aspetti bui e sconvenienti di noi stessi; ma l’amore è tutt’altro rispetto all’ammirazione o alla stima, l’amore passa attraverso le miserie, non le qualità. E questa è una contraddizione tanto reale quanto sconosciuta ai più, vissuta inconsapevolmente come disagio interiore, ribollire di insoddisfazione, sensazione di essere sbagliati e si manifesta a volte in doppie vite di certuni, che non possono più tollerare l’ipocrisia di una maschera portata a tempo pieno per il timore di essere rifiutati.

Nelle relazioni profonde, come devono essere quelle tra coniugi, è necessario avere il coraggio di essere se stessi, non nel senso di dare sfogo liberamente al peggio di sé, ma di permettere all’altro di vedere anche il nostro peggio, per perdonarlo ed aiutarci a guarirlo. Noi tendiamo a non credere alle cose belle che ci dicono, ai complimenti, li sentiamo sempre falsi perché nel nostro intimo sappiamo di avere un controbilanciamento oscuro che azzera in noi ogni cosa buona, non ci rende meritevoli di nulla. Solo lo sguardo amante di chi ci accetta nel nostro peggio guarisce la profonda solitudine del vivere per apparire.

Un altro aspetto difficile da far comprendere al di fuori della delicatezza del raccoglimento è il concetto che la misericordia di Dio è sempre l’eccezione che conferma la regola, cioè l’amore di Dio si manifesta, lo sentiamo vivido e vivificante, quando ci tratta da eccezione, quando per noi aggira un regolamento, quando noi non siamo massa. Tanti equivoci sono stati fatti sul concetto di misericordia da chi, al di fuori della Chiesa, ha cercato in essa l’avvallo a certe pratiche della modernità palesemente contrarie alla morale cattolica. Ma l’equivoco è proprio dettato dal fuoco dell’osservazione. La misericordia è da comprendere guardando se stessi, immaginandosi in mezzo ad una piazza piena, davanti ad un uomo, ad un Essere amante e benedicente: come posso capire e accettare che Costui mi ama, se ama anche tutti questi altri intorno? Se io sono solo un puntino, se sono solo una pecora di un gregge dentro un recinto di regole e in mezzo ad una folla di simili? Invece capisco bene questo suo amore quando scappo dal recinto, salto la staccionata e fuggo sulle pendici scoscese allontanandomi pur desiderando esattamente il contrario e scopro che sono inseguita, io, proprio io. Nel mio cadere, sono raccolta, nel mio sbagliare, perdonata, nel mio ribellarmi, accettata. Sono amata quando mi sento un’eccezione, che nulla toglie e nulla aggiunge alla regola, ma certo la aggira, per me, per me soltanto, che sono speciale, unica ed irripetibile, ricreata dallo sguardo di chi mi ama.

Questo meccanismo è il motore di ogni relazione di amore vero, che è vero in quanto incarnato in situazioni specifiche, in volti precisi, in dinamiche contingenti. La teoria su ciò che è perdonabile e ciò che non lo è, ad esempio, in una famiglia non si può fare: ogni teoria svilisce e attenua l’amore, che parla di persone di fronte ad altre persone. Astrarre il bene e il male è un esercizio inutile, a volte dannoso. Costanza Miriano infatti ha fatto il suo intervento parlando di aneddoti familiari, di esempi concreti di accettazione reciproca, anche nelle diversità a volte urtanti, nei limiti oggettivi e astrattamente criticabili.

Non si può amare l’amore, si ama sempre una persona e la sua contingente oggettività, la sua concreta presenza, proprio come fa Dio con noi. In questa logica di amore vero, uomo e donna danno il meglio di sé, svanisce completamente dall’orizzonte ogni forma di competizione, ogni inutile blaterare di sottomissione e atteggiamento patriarcale; nella verità incarnata di se stessi, dove la categoria “stereotipo” non è neanche contemplata, trattandosi solo di unicità irripetibili, l’uomo e la donna si alleano per crescere, si spalleggiano per diventare fecondi, si accettano per migliorarsi.

Di stereotipi ha invece parlato padre Andrea Oddo, ma per intendere quelli con cui noi abbiamo congestionato l’immagine di Dio nel nostro immaginario: invece di affrontare un ragionamento di fredda logica, sicuramente intellettualmente valido e interessante ma poco comunicativo, padre Andrea ci ha condotto lungo un discorso di simbolismo induttivo, attraverso rappresentazioni grafiche antiche di alcuni racconti chiave della Bibbia, dove trasuda in controluce il ritratto di Dio che agisce attraverso l’opera delle donne, il loro mirabile ed eroico sì, la loro resistenza passiva alla malvagità e al nemico.

Mirabile in tal senso il ritratto delle donne ebree che vanno ai margini dei campi a rifocillare i propri uomini ai tempi della persecuzione egiziana, quando il faraone aveva costretto ai lavori forzati per fare mattoni gli ebrei, dopo aver fallito il folle proposito di uccidere tutti i primogeniti maschi attraverso la complicità, non ottenuta, delle levatrici ebree. Donne che sostengono, donne che esportano oasi di normalità e serenità con la loro presenza, donne che non abbandonano.

Altri stereotipi sono stati demoliti da Robert Cheaib, che ha ripulito l’immagine della Maddalena da tutte le false ricostruzioni avvenute da san Gregorio Magno fino ai giorni nostri su questa figura di donna speciale, seguace della prima ora di Gesù, riconoscente discepola liberata da demoni del passato e prima testimone della resurrezione. Dalla prima parola di Gesù nei vangeli (“Che cercate?”), si passa alle prime parole di Gesù risorto rivolte a Maria Maddalena: “Chi cerchi?” a cui lei risponde con espressioni del tutto simili a quelle del cantico dei cantici “cerco l’amato del mio cuore”. E Gesù si fa riconoscere chiamandola per nome, recuperando attraverso l’angoscia della notte e dell’abbandono l’identità della donna. La donna custodisce in sé il primato della relazione, riconfermato da Cristo, e lei, essere relazionale per eccellenza, riporta costantemente l’uomo all’altezza dei propri desideri, elevandolo dalla povertà dei propri bisogni.

Per chiudere questo riassunto di due giornate intense e fitte di contenuti, vorrei usare un immagine descritta proprio da Robert: la sposa è acqua dissetante per il suo sposo, ma non come un fiume in superficie e non come un pozzo di acqua ferma, bensì come un pozzo di acqua corrente: l’amore trovato è sempre da ritrovare, è un bene che non si può trattenere, è un già e insieme un non ancora, esattamente come l’incontro di ogni uomo con Cristo. Ogni volta che incontriamo qualcuno o Qualcuno, in realtà dobbiamo ancora incontrarlo, ogni incontro è solo un assaggio che rimanda ad un oltre da inseguire e seguire.

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25/10/2016
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