Chiesa

di Claudia Cirami

Un’ istruzione su cremazione e conservazione delle Ceneri

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Non diventeremo gioielli. Almeno non con il permesso della Chiesa Cattolica. Si rassegnino familiari stretti e parenti tutti: non ci appenderanno con una catena d’oro al collo, né saremo montati su un anello. Non saremo nemmeno dispersi nell’aria, né scompariremo silenziosi tra i flutti del Po o del Tevere. Quando la morte arriverà, quello che si prospetta per noi e per i nostri cari sarà sempre un rito cattolico, non solo di nome, ma anche di fatto. L’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, “Ad resurgendum cum Christo. Circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione”, pubblicata ieri e firmata dal prefetto, card. Gerhard Müller e dal segretario Luis F. Ladaria, S.I. (nome noto a tutti gli studenti di teologia) è un punto fermo in mezzo al fluire di tanti culti, discorsi e pensieri in libertà che mischiano elementi di religioni differenti, di credenze popolari, di superstizione e, soprattutto, della crescente secolarizzazione che ci strappa dal Sacro per condurci smarriti verso realtà sacralizzate abusivamente.

I titoli dei giornali, naturalmente, si sono fermati subito sul punto più attraente per la contemporaneità: quello del sì alla cremazione. In realtà, la Chiesa aveva aperto in parte già in precedenza, ma ora viene ribadito a quali condizioni questa è lecita. Per capire, tuttavia, la posizione sulla cremazione, dobbiamo fare un passo indietro, mettere da parte i titoli d’impatto e partire dal significato della Resurrezione, di cui il documento fornisce una presentazione teologica pregnante. Perché la verità sui documenti ecclesiali è che non dovrebbero essere spulciati qui e là, come, di solito, fa la maggior parte di noi, ma occorrerebbe leggerli con attenzione per comprendere la cornice teologica in cui ogni sì e ogni no si inserisce.

La Resurrezione è il fatto fondante del Cristianesimo. Paolo lo aveva già detto fin dagli albori: «ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati». Lo diceva ai Corinzi, nella Prima Lettera: gli abitanti di Corinto faticavano a rendersi conto della Resurrezione, vi univano antichi timori e paure recenti. Qualcuno, poi, in mezzo a loro andava predicando che non c’era resurrezione dei morti e non era strano perché il pensiero greco aveva una concezione più centrata sull’anima che sul corpo. Soprattutto, però, i Corinti erano evidentemente deboli nella fede, come mostrano altre parti della lettera in cui si parla di divisioni in seno alla comunità: per questo l’Apostolo è costretto a richiamare la verità essenziale del fatto cristiano, ciò che in termini teologici è chiamato Kerygma: Gesù Cristo Crocifisso è Risorto. Se crediamo in questo – sembra suggerire Paolo – siamo cristiani e se siamo cristiani ci comportiamo come tali. È incredibile costatare come questa nostra fede nella Resurrezione sia, ancora oggi, in bilico, pronta a perdere l’equilibrio da un momento all’altro e scivolare in un abisso di superstizione e credenze mutuate altrove. Non siamo gli antichi abitanti di Corinto e dovremmo avere più confidenza con il discorso sul corpo: eppure di fronte all’enigma della morte molti rimangono spiazzati. L’istruzione serve proprio a ricordarci quello che abbiamo dimenticato, prima ancora di vedere nello specifico cosa è possibile e cosa non lo è.

Già il titolo è un programma e la prima frase, da cui il titolo è mutuato, ci inserisce subito in quello che è l’argomento fondamentale: «Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8)». Il numero 2, poi, facendo abbondante uso di citazioni paoline, rispiega con pazienza il significato della Risurrezione, chiarendo che è «la verità culminante della fede cristiana, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale fin dalle origini del cristianesimo: “Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1 Cor 15,3–5)». Il testo non lo dice ma questo è un breve credo cristologico in cui è presentato Cristo morto e risorto per noi. Proprio «mediante la sua morte e risurrezione, Cristo ci ha liberato dal peccato e ci ha dato accesso a una nuova vita» ed è anche «principio e sorgente della nostra risurrezione futura […]: “come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1 Cor 15,20–22)». Infine, continua il documento: «Uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipiamo già realmente alla vita di Cristo risorto (cf. Ef 2,6)».

Tutto questo che ricadute ha per la nostra fede? L’istruzione lo dice a chiare lettere: «Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. La liturgia della Chiesa prega: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo”». San Teodoro Studita diceva che «La morte fu uccisa dalla croce e Adamo fu restituito alla vita»: questo ci rende certi che le nostre scelte da defunti o da parenti di defunti non possono essere simili a quelle di coloro che non credono, soprattutto compiute in uno spirito contrario alla fede che professiamo. Se andiamo infatti allo specifico del documento, è proprio questo il discrimine che consente il sì alla cremazione, ma con alcune condizioni.

La cremazione non è una novità assoluta per la Chiesa. Ne ha parlato anche – ricorda il nuovo documento – l’Istruzione Piam et constantem. Era il 1963 e il Sant’Uffizio stabiliva che non era «di per sé contraria alla religione cristiana». Tuttavia, anche in questo 2016, la Chiesa preferisce e raccomanda il seppellimento dei corpi dei defunti. Non è una scelta come un’altra: con questa opera di misericordia corporale «la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne». Inoltre, con questo atto «intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano». Da qui deriva il rifiuto di «atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo». Non è una chiusura a chi nelle altre religioni ha altri modi di “ripensare” la morte, ma è mettere nero su bianco che se una persona è cristiana deve, in linea di massima, essere seppellita come i cristiani hanno fatto dal principio.

Seppellire poi nei cimiteri o in luoghi sacri – continua il documento – è avere cura di quei corpi che con il Battesimo sono diventati tempio dello Spirito Santo e vuol dire anche favorire «il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi».

Riguardo alla cremazione, se non è fatta in spirito anti-cristiano, dove «ragioni di tipo igienico, economico o sociale» conducano a questa scelta, «la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi». Ovviamente, non deve esserci la volontà contraria espressa in vita dal defunto. Importante è poi l’accompagnamento liturgico e pastorale della cremazione, che avviene dopo le esequie, «avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso». Fondamentale, al n. 5, sarà anche la conservazione delle ceneri. Il documento non vi accenna ma tutti abbiamo in mente diverse pellicole cinematografiche in cui si fa ironia a buon mercato sulle urne conservate in casa, con diverse scene in cui le ceneri del defunto subiscono sorti per nulla rispettose, che strappano un sorriso momentaneo, ma al tempo stesso suscitano inquietudine. La Chiesa è contraria alla conservazione nell’abitazione domestica, dando il consenso, attraverso l’Ordinario diocesano solo «in caso di circostanze gravi ed eccezionali». Per il resto, saranno il cimitero, una chiesa o «un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica» ad ospitare il vaso con i resti umani (è bene non dimenticare che si tratta di ceneri di persona). Niente dispersioni di ceneri o trasformazioni delle stesse in gioielli o in altri oggetti: ancora una volta non è un capriccio della Chiesa Cattolica, ma il desiderio di non creare confusione e di non dare stura a culti e credenze contrari alla fede. Del resto, confidiamo in Uno che ha vinto la morte: cos’altro dobbiamo andare a cercare?

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26/10/2016
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