Storie

di Claudia Cirami

La morte a Milano e la gente che sviene

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Non è il morto/vivo che parla, come diceva l’indimenticato Totò. Qui la morte c’è sul serio. L’idea di metterla in mostra – con la scusa di far vedere come funziona il corpo umano – è stata realizzata a Milano: si chiama Real Bodies (Corpi veri). Quella che apparentemente sembra una celebrazione di come funziona la vita si basa infatti su oltre 350 tra organi e corpi umani esposti: quindi su organi e corpi che non sono più in vita. La notizia di ieri, rilanciata da diversi organi di informazione, è inquietante: una media di quasi tre malori al giorno, nei primi 25 giorni. Perché un conto è vedere come funziona il corpo umano, un conto è trovarsi di fronte ad un vero uomo – morto – che attraverso un procedimento chiamato plastinazione mima la vita.

Svenimenti femminei? Non proprio. A svenire o sentirsi male sono anche uomini tra i 20 e i 35 anni: dato interessante che mostra come l’essere impressionabili – di cui ha parlato il responsabile della mostra – c’entra fino ad un certo punto. La direzione della mostra ha già predisposto una zona infermeria per il primo soccorso e, altra notizia, sta valutando se è il caso di dotarsi anche di un defibrillatore. 12 corpi che fingono di giocare a calcio, basket, scherma, salto in lungo e di fare danza non hanno convinto nessuno: quella è la morte, non è lo sport. Quelli sono cadaveri, non manichini modellati in vario modo. Si diceva della plastinazione: per un prezzo di circa 50 mila euro a corpo e 1500 ore di lavoro, blocca la decomposizione, sostituendo polimeri a fluidi corporei. Abbiamo un vivo? No, è sempre un morto e la nostra sensibilità non può fare a meno di esprimere la costatazione tramite una profonda impressione che, per alcuni (non pochi, come si è visto), si traduce anche nel malore fisico.

Ma chi sono i morti? 165 persone, prima di morire, hanno voluto dare alla scienza i loro corpi. Chissà se, quando hanno preso questa decisione, avrebbero mai pensato che la reazione di fronte ai loro corpi sarebbe stata quella di sentirsi male. La mostra esisteva già a livello internazionale, ma quella di Milano ha un numero di corpi e di organi mai visto prima: dato che impressiona meno di quell’evidenza sconcertante davanti a cui ci si ritrova in tutta la sua crudezza. Perché è davvero ammirevole mostrare il funzionamento del corpo umano ma è difficile concentrarsi su questo quando hai di fronte un corpo e un organo di qualcuno che ha smesso di “funzionare”. Non c’è spettacolarizzazione della morte, dicono gli organizzatori: la reazione delle persone, tuttavia, è rivelatrice. La protagonista di una mostra simile non è altro che lei, Sorella Morte, il cui pensiero entra dentro di te mentre ti muovi per le sale, osservi, giri. E poiché non siamo san Francesco e non abbiamo più – per nostra responsabilità – alcun rapporto con lei, la reazione non può che essere di profondo smarrimento, fisico o psicologico che sia.

Amleto riderebbe di noi. Il suo profondo interrogarsi, in uno dei monologhi più celebri della storia del teatro e della letteratura, è centrato su quella che sembra un’antitesi insolubile, vivere o morire, quando non hai nessuna prospettiva soprannaturale che ti aiuta. La sua riflessione sulla morte, su quello che ci attende è inquietante adesso: nessuno – dice Amleto – è mai tornato dal paese della morte a darci conferma del fatto che ci attende una vita migliore. La morte resta un grande enigma: per questo, spesso, le preferiamo la vita – pensava il grande danese nato dalla penna di Shakespeare – anche quando questa è profondamente crudele. Questa dimensione di incertezza rende la fede una scommessa: così pensava un altro grande, questa volta di carne ed ossa, che sapeva fermarsi a riflettere sulla morte propria e altrui. Vittorio Messori, che sulla morte ha scritto un eccellente testo, ricco di spunti di riflessione, “Scommessa sulla morte”, citava una frase di Pascal, proprio per indicare l’ineluttabilità di questo dato di fatto – la morte – che facciamo di tutto per scacciare dalla nostra presenza: «Per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto, l’ultimo atto è sempre sanguinoso. Alla fine, con una vanga si getta della terra sulla testa. Ed ecco fatto, per sempre». Per sottolineare egli stesso questa realtà che non poteva in alcun modo essere elusa, Messori iniziava così il suo libro: «Siamo su una cattiva strada. Da questa avventura della vita nessuno di noi uscirà vivo».

I nostri discorsi sulla morte sono poveri, quasi inesistenti. Non abbiamo nessuna voglia di interrogarci sulla nostra dipartita, e quando ci troviamo dinnanzi alla possibilità di quella altrui l’unico rimedio moderno che abbiamo immaginato è quello della “dolce morte”, l’eutanasia, che un giorno immaginiamo anche per noi. Un altro nascondimento, velato da quella che ci sembra pietà (ma non lo è: ancora una volta è incapacità di confrontarsi). Perché l’eutanasia è sì morte, ma decisa da noi, con i nostri tempi e i nostri modi: è una morte in cui i momenti peggiori non ci sono più, sono scomparsi, così come è scomparsa la nostra capacità di viverli, di sopportarli cristianamente.

Un altro dato della mostra è il suo successo. Fa ben sperare. Mentre una cultura del divertimento e dell’inutile ci spinge verso la vita (quanto vera sia è tutto da vedere, se declinata solo in piaceri transitori e inconsistenti), tante persone si mettono in fila per vedere la morte. Per toccarla con mano. Per capire – probabilmente – perché di questa realtà non si parla quasi più. Una fila non per vedere, come apparentemente potrebbe sembrare, ma per capire, interrogarsi. Non siamo Amleto, ma quell’interrogativo profondo in noi non si è spento. Non siamo Pascal, ma forse, davanti a quei corpi morti, in noi può risvegliarsi il brivido di quella scommessa essenziale, più importante di tutte le altre.

«O morte, dov’è la tua vittoria?», si chiedeva san Paolo, un altro che amava porre le domande giuste e chiedere a Dio le risposte. Le aveva trovate, Paolo, e ci ha creduto fino a dare la sua vita per ciò che ha professato: un insieme di corpi esposti non l’avrebbe convinto; un unico corpo mai trovato ha fatto la differenza. Mentre oggi ci si domanda quale sia il funzionamento di un corpo, un telo vuoto ci ha detto infinitamente di più su ciò che ci serve davvero per funzionare. È successo un mattino di Pasqua, con una fila di poche donne davanti ad una tomba vuota.

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27/10/2016
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