Chiesa

di don Massimo Lapponi

Appello per una ri-fondazione benedettina

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«A Berlino si spendono montagne di soldi per ricostruire un quartiere falso-medievale che immancabilmente già somiglia a Disneyland, da noi le città medievali esistono ancora a centinaia. E se saremo durissimi, severissimi, incorruttibili nel conservarle (…) allora, fra pochi anni, le nostre città e cittadine antiche saranno le uniche vere e reali rimaste».

Ma non basta preservare questo patrimonio: «Diamoci un compito più grande: essere il luogo della mediazione tra passato e futuro, un ruolo che le stesse grandiose nostre rovine ci impongono. Il nostro compito nell’Unione Europea potrebbe dunque essere quello di raccontare il passato alle nuove generazioni, di conservarlo, di resistere sull’orlo dell’irrealtà tecnologica con la forza della storia, di aiutare tutti gli europei a conservare (e tramandare) i concetti di tempo, di storia, di realtà fisica, di patrimonio culturale, di bellezza».

Queste nobili parole sono state scritte da un’illustre storica dell’arte laica, Alessandra Mottola Molfino, nel 2004 e non possiamo non rileggerle con commozione in questi giorni di lutto per la nostra patria, devastata da tante irreparabili distruzioni.

La parola “patria”, già passata di moda, come oggi si risveglia nei nostri cuori!

«Il cristiano» scriveva il domenicano Henri-Dominique Lacordaire «ama Gesù Cristo nella sua patria; egli ama in essa la pace del Vangelo, la grazia dei sacramenti, i templi in cui prega, le opere e le reliquie dei santi che vi sono vissuti e che vi vivono ancora con lui, la storia delle cose passate e la speranza delle cose future, infine ama in essa un membro vivente della Chiesa, e la predestinazione di Dio che chiama i popoli e opera il loro destino nel loro dovere».

Non può, perciò, non nascere in noi spontanea l’invocazione del salmo:

«Tu sorgerai, avrai pietà di Sion, perché è tempo di usarle misericordia: l’ora è giunta. Poiché ai tuoi servi sono care le sue pietre e li muove a pietà la sua rovina» (Sl 101, 14-15).

Queste riflessioni mi hanno suggerito di riproporre un articolo scritto qualche tempo fa. Esso si rivolgeva soprattutto ai giovani universitari e mi sembra che contenga un appello che oggi potrebbe rivelarsi quanto mai attuale di fronte all’immenso compito di ricostruzione e rivalorizzazione a cui siamo chiamati.

Appello agli universitari e ai monasteri maschili e femminili d’Italia

Non sono in grado di entrare nella discussione circa il vero o presunto degrado delle istituzioni universitarie d’Italia, della qualità dell’insegnamento o del livello culturale degli studenti. Ciò che però appare un male antico, e non soltanto di oggi, è la separazione, sempre più accentuata, tra cultura della mente e vita: se da una parte le scienze fisiche e umane troppo spesso hanno la pretesa di ischeletrire tutta l’esperienza umana nei propri schemi artificiali, e dall’altra le discipline umanistiche sembrano ormai restare in piedi ad esclusivo beneficio dei cattedratici universitari, l’universo del sentire immediato e pratico dell’esistenza moderna, in misura vastissima, rimane vittima della seduzione dei centri commerciali e della pseudo realtà del mondo virtuale, che estende i suoi tentacoli dal divertimento di massa alla religione, dalla culla alla tomba. Simbolo di questa situazione di scissione patologica tra una cultura sempre più intellettualistica e astratta e una vita ordinaria sempre più in balia degli stimoli materiali, moltiplicati all’ennesima potenza dagli interessi del commercio, sono le affollatissime metropoli moderne, in cui lo squallore del cemento, del vetro e dei molteplici inquinamenti è mascherato dal lusso vistoso e dallo spreco di tutto, mentre i loro prestigiosi centri culturali non influiscono minimamente sulla vita quotidiana dei cittadini.

Fin da giovanetto avevo osservato con orrore il contrasto tra la metropoli, ricca di una cultura sempre più sofisticata e lontana dalla vita, e la campagna, custode sì di una vita più vera, ma gravemente esposta al rischio di perderla, perché abbandonata all’incuria e vedova di stimoli culturali e creativi, e perciò vittima del fascino delle “luci della città”.

Vorrei ora rivolgermi agli studenti universitari più motivati e sensibili: fino a quando tollererete una così diffusa e innaturale scissione? Forse che l’intelletto non vi è dato per prima cosa per illuminare la vostra vita più personale e, per mezzo di essa, la vita del gruppo sociale a cui appartenete? È ancora possibile formare intere generazioni a un’erudizione che non dica nulla agli impulsi più generosi della loro mente e del loro cuore? Che non sappia illuminare e guidare i palpiti dell’amore, le fatiche e le lotte della vita di ogni giorno, le gioie e i dolori, le nascite, le morti, i misteri del destino terreno e ultraterreno? Una laurea che, come purtroppo spesso succede, oltre a non garantirvi minimamente un impiego lavorativo ad essa adeguato, non sappia dirvi nulla nei momenti decisivi della vita, sarebbe veramente utile?

Rivolgete lo sguardo a un mondo diverso da quello delle grandi metropoli: quanti paesi, cittadine, edifici, monumenti, campagne, boschi, monti e valli aspettano la vostra opera intelligente per essere preservati dalla barbarie incombente e arricchiti dalla creatività di spiriti illuminati? Sapete che l’Italia è ricca di queste realtà più di ogni altro paese al mondo. Ma riflettete anche a questo: nessun paese al mondo ha tanti monasteri quanti ne ha l’Italia. Soltanto quelli benedettini femminili sono più di cento, senza poi contare quelli di clarisse, di domenicane, di carmelitane, di passioniste… In proporzione quelli maschili sono assai meno, e tuttavia sono più numerosi che all’estero. Spesso mi sono chiesto come mai la maggioranza di questi monasteri è così difficile da raggiungere. Ma la risposta è semplice: perché per lo più sono ubicati nei centri minori, nelle cittadine di provincia, a volte nei paesi più piccoli e dispersi o nelle campagne. Fino a tempi non lontani questo creava una certo disagio e sembrava escluderli dalle correnti più in vista della vita ecclesiastica e civile. Ma non è più così: oggi le comunicazioni sono molto più facili e, nello stesso tempo, appare sempre più evidente che se c’è una corrente promettente nella Chiesa come nella società civile, essa non è quella che si è fatta travolgere dalla scissione tra pensiero e vita, bensì proprio quella che ha saputo custodire, nel nascondimento, quel vincolo tra spirito e cuore, tra cultura dell’animo e cultura della mente, degli affetti e del lavoro che trova il suo centro di ispirazione più vero e fecondo nella religione. Infatti, nonostante l’attuale decadenza di tanti centri monastici, ancora adesso essi rappresentano veramente il miracolo di cui più abbiamo bisogno: l’irradiazione della spirito, dell’intelletto, della cultura nella vita di tutti i giorni, e specialmente nella vita ancora non totalmente imbarbarita delle nostre province.

In mezzo ai campi e ai paesini sperduti, ecco che i monasteri ci offrono biblioteche antiche e preziose, opere d’arte che attraggono studiosi di oltre oceano, cura delle scienze e delle arti, fervore di attività, di pensiero, di amore e spirito missionario religioso e civile, rivolto alla patria e al mondo. Ecco dunque un campo di attività sterminato per voi: salvare e sviluppare un patrimonio che senza il vostro apporto rischia di essere presto annientato, o rilevato da mani rapaci e ciniche, straniere o nostrane che siano. È un mondo che può e che deve essere rinvigorito sia dall’interno - ripopolando i chiostri, ora troppo spesso lasciati in custodia a poche e fragili mani - sia dall’esterno - intrecciando con le comunità monastiche rinnovati e fecondi rapporti, alla luce non solo della religione, ma anche dell’amore per la virtù, per il lavoro, per la collaborazione civile, per la cultura dello spirito, per l’arte - e in questo possono ritrovarsi insieme credenti e non credenti .

Ma anche a voi, fratelli e sorelle claustrali, mi rivolgo: non venite meno alla missione di religione e di civiltà che vi è richiesta in questo momento! Non vi si chiede di tradire il vostro carisma abbandonando i chiostri e le tradizioni dei padri: no! Vi si chiede però di non dormire sugli allori delle memorie, ma di fare fruttificare il talento che Dio vi ha dato per i bisogni urgenti del nostro tempo. Non chiudetevi all’appello dello Spirito: trovate vie nuove per condividere con una gioventù delusa da una modernità bugiarda i segreti semplici e sempre fecondi di una vita che sa mettere insieme povertà e ricchezza, mortificazione e gioia, umiltà e cultura, sapere e lavoro, intelligenza e amore, speranza dei beni eterni e creatività per la vita del mondo.

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03/11/2016
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