Società

di Davide Vairani

Nel vicentino si umilia la memoria dei morti

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Cerimonia del 4 novembre senza la tradizionale messa: bisogna rispettare i bambini di altre religioni. Motivi di rispetto della laicità Accade a Malo, in provincia di Vicenza. Dovrebbe unire e invece divide il giorno dell’unità nazionale e delle forze armate in cui si ricordano i morti della Grande Guerra, “tutti coloro che hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere” nelle parole del Ministero della difesa che ricorda la ricorrenza sul suo sito. Il programma delle celebrazioni maladensi, da decenni, includeva il rito religioso celebrato dal parroco a cui quest’anno, però, è stato chiesto di restare a casa. In realtà, don Giuseppe Tassoni ha ricevuto l’invito alla cerimonia, ma per la “sola benedizione della corona” e ha così declinato: “Ringrazio a nome di tutti i sacerdoti per l’invito a partecipare, ma considerata la scelta di uno stile laico che esclude la celebrazione della santa messa per dare maggiore libertà di partecipazione a tutte le componenti interessate (le scuole) non riteniamo opportuna la richiesta della presenza di un sacerdote per la ‘sola benedizione della corona’, proprio per rispetto della scelta fatta. Pregheremo per i defunti di tutte le guerre, onorando i caduti del nostro Paese, con convinzione e fede in duomo all’inizio del concerto programmato proprio per l’occasione”, ha dichiarato nei giorni scorsi il parroco al “Giornale di Vicenza”. La decisione di escludere la messa dal programma è stata presa alla luce delle problematiche sollevate non tanto dalla comunità straniera o dai genitori dei bambini di diverse religioni, ma dalle insegnanti della scuola primaria e secondaria. In Comune, però, sono stati inflessibili: “la Messa costitutiva un problema per la scuola - tenta di giustificarsi l’Assessore al Sociale Irene Salata - Mi è stato detto dalle insegnanti che si trattava di una questione di ‘tutela’. Perciò quest’anno abbiamo deciso di eliminare qualsiasi elemento potesse ostacolare la presenza dei bambini”. Una linea condivisa anche dal dirigente scolastico Bruno Sandri che aggiunge: “Inoltre, il tema della Prima Guerra mondiale non fa parte del programma scolastico”.

Ci risiamo. Ancora una volta, in nome di un concetto falso e sviante di laicità si rinuncia a gesti e simboli della tradizione cristiana del nostro Paese.

Tra poco meno di due mesi è Natale e sicuramente assisteremo ancora una volta a film già visti: scuole ed enti locali impegnati a camuffare la nascita di Gesù con le più arzigogolate feste della luce e della solidarietà tra i popoli, a camuffare il presepe con un bell’albero decorato con messaggi di pace e amore scritti dai bambini e così via. Qualcuno fra le cattedre sostituirà i canti religiosi con le filastrocche di Rodari, altri passeranno una mano di vernice sulla festa di Natale e la sostituiranno con la Festa d’Inverno nel timore di urtare chi non è cattolico. Casi isolati? No. Anzi. Ogni anno aumentano sempre di più le scuole che nel silenzio si esercitano a camuffare la verità. Poi accade che ogni tanto si accendano i riflettori dei media. E allora la sfilza si allunga. Alcuni esempi dei più noti?

Sassari. Gli insegnanti della primaria San Donato dicono no alla visita pastorale del vescovo a scuola, ma sì a qualunque progetto in comune con la diocesi per favorire nel quartiere i processi di integrazione e di inclusione. Romano d’Ezzelino (Vicenza). Fa scalpore la scelta del Natale multietnico di un gruppo di insegnanti che mescola ai canti tradizionali della Natività altri africani e in arabo. Protesta il sindaco e un gruppo di famiglie che pretendono “un concerto di Natale normale”, all’insegna dei valori e dei simboli “universali e positivi, di pace”. Rozzano (Milano). Il preside Marco Parma finisce nella bufera per non aver programmato la festa di Natale sostituendola con i canti d’inverno a gennaio. I genitori si dividono, alcuni stanno dalla parte del preside, altri si schierano per difendere la tradizione. Arriva davanti ai cancelli della scuola il leader della Lega Nord Matteo Salvini, l’ufficio scolastico regionale chiede spiegazioni e convoca il preside. Insomma nel caso di Rozzano - e non soltanto in quello - il presepe diventa un fatto politico. Pietrasanta (Lucca). Un asilo nido comunale decide di rinunciare all’albero e al presepe per rispetto ai bambini non cristiani. Si arrabbia il sindaco Massimo Mallegni (Forza Italia) che ripristina per circolare i simboli del Natale e lancia un appello alle altre scuole di ogni ordine e grado di fare albero e presepe. L’iniziativa ha un grande successo sui sociale e il sindaco raccoglie centinaia di consensi. Roma. Alla scuola Carlo Pisacane, una delle più multietniche della città (200 iscritti, il 30 per cento sono stranieri, ma nelle prime classi si arriva anche a cifre superiori), fra il quartiere Torpignattara ad alta densità di immigrati, la festa di Natale viene anticipata al 18 dicembre con la festa antirazzismo. “Il presepe a volte si fa a volte no, lo stesso per l’albero tutto senza drammi” spiega un genitore. Istituto comprensivo Maria Beatrice: “Lavoro qui da otto anni - racconta una maestra - in genere facciamo l’albero, non il presepe e parliamo soprattutto di intercultura”. Padova. Alla materna “Il mago di Oz” in zona Arcella, dove molti dei bambini che frequentano sono stranieri, i preparativi natalizi potrebbero subire una modifica che allarma alcune famiglie: l’abolizione delle recite di Natale. Alcuni genitori sostengono che a breve potrebbero essere rimossi anche i crocefissi. Sui social la campagna dell’assessore regionale della Lega Roberto Marcato: “Rimuoviamo i presidi che rimuovono i crocifissi”. Casalguidi (Serravalle Pistoiese). La polemica scoppia su Facebook dove un consigliere comunale, Alessio Bartolomei, posta la foto di un disegno affisso alla scuola media di Serravalle Pistoiese di una falce e martello fatto da un alunno: “Niente presepi o alberi di natale, ma falce e martello, sì. Ma non si vergogna proprio nessuno?”. Il caso finisce sui giornali e la preside interviene la preside a chiarire che il disegno sotto accusa è lì da maggio: “A giorni faremo l’albero di Natale, il presepe no perché non lo abbiamo mai fatto”. Castelfiorentino (Arezzo). Il sindaco Mario Agnelli - del centrodestra - fa ripristinare il crocifisso in tutte le scuole elementare del paese. Il sindaco si basa sulla sentenza del Consiglio di Stato, la numero 556/2006 che stabilisce: “il crocifisso può svolgere una funzione simbolica altamente educativa, al di là della sua connotazione prettamente religiosa”. In un momento in cui in mezza Italia discute attorno alla questione del Natale, a Castiglion Fiorentino ripartono dal crocifisso. Firenze. Alla primaria Matteotti alcuni insegnanti hanno escluso dalle visite artistiche la mostra programmata a Palazzo Strozzi su “La divina bellezza” in quanto centrale nell’esposizione sono le immagini sacre cristiane. Il no era motivato in una relazione: “per non urtare la sensibilità delle famiglie non cattoliche”. Ne sono seguite molte polemiche e il consiglio dei docenti ha poi deciso di portare tutti i ragazzi dell’istituto comprensivo Poliziano di cui la Matteotti fa parte a visitare la mostra. Venezia: Istituto San Girolamo. Spiega Alberto Solesin, il padre di Valeria, la ragazza uccisa al Bataclan negli attentati di Parigi: “Nella mia scuola - dice il preside - per Natale non abbiamo mai fatto rappresentazioni religiose”.

Si può occultare la verità per mille ragioni. Ma resta un dato, un fatto: Natale è la festa della Nascita di Gesù. Un fatto storico, culturale, religioso. Un fato di realtà e di realismo. A cui si può aderire con fede o meno. Ma non è questo il punto. Piaccia o non piaccia, l’identità di un popolo di fonda su una molteplicità di elementi, tra i quali la tradizione e la memoria. La si prenda pure da un punto di vista meramente culturale. Perché si deve occultare la verità? A chi fa male la verità?

Ho l’impressione che la verità faccia male ad una certa borghesia intellettualoide più che a persone di religione differente dalla nostra.

Due esempi? Il primo. Alex Corlazzoli, cremonese d’orgine, maestro e scrittore. Laico. Laicissimo e di sinistra. Nel Novembre 2015 scrive così per il “Fatto Quotidiano” (“Crocifissi e presepi a scuola per combattere il terrore?” - 25 novembre 2015 ): “C’è chi come il quotidiano ‘La Nazione’ lancia l’iniziativa ‘Presepiamoci’ in difesa dei nostri valori (dicono loro) e chi come, Ilaria Giorgetti, la presidente del quartiere ‘Santo Stefano’ a Bologna chiede dopo i fatti di Parigi di esporre un crocifisso in ogni aula. E poi c’è chi nelle scuole di Travagliato (Brescia) invita i bambini a non portare doni in classe per Santa Lucia ‘per non turbare chi ha culture o religioni diverse’ e ancora chi a Casazza (Bergamo) si preoccupa di far ascoltare ‘Adeste Fideles’ ai suoi ragazzi scatenando i parlamentari leghisti pronti a fare interrogazioni su questa vicenda degna (a detta loro) di interessare un ministro della Repubblica italiana. Siamo di fronte, in questi giorni di terrore, ad una vera e propria schizofrenia ideologica. Improvvisamente dobbiamo tutti riscoprire la nostra identità, prendere in mano il crocifisso e sbandierarlo ai quattro venti quasi fosse la nostra “arma” oppure al contrario spogliarci, forse per paura, forse per essere più a sinistra della Sinistra (che non c’è più) di ogni tradizione, di qualsiasi occasione in cui c’è di mezzo la parola “santità” per rispetto, per non urtare, per essere più corretti nei confronti di chi non la pensa come noi. L’iniziativa del Quotidiano La Nazione è l’esempio più significativo di questa improvvisa voglia di valori: ‘Riscoprire e valorizzare le nostre origini. In un delicato momento – spiega QN – in cui l’Occidente tutto cerca in ogni modo di riappropiarsi della propria identità messa a repentaglio dalle ideologie estreme, La Nazione ha pensato di lanciare un messaggio forte, in particolare alle nuove generazioni’. Ma a che serve un presepe una volta l’anno? Ma perché rispolverare il crocifisso proprio ora come fa la Giorgetti mettendo in scena un teatrino degno della politica italiana con il sindaco Virgilio Merola che risponde: ‘Identificare un popolo con una religione è una cosa che appartiene al Medioevo’. Qui qualcuno sta giocando a strumentalizzare i nostri ragazzi senza accorgersi o facendo finta che in realtà della nostra identità, della nostra cultura sappiamo ben poco. Anzi diciamolo: non ci interessa. L’ha spiegato bene Alessandro Sortino di Tv2000 nel programma “Beato chi esce” dove è andato per strada a chiedere alla gente cosa conosceva del Vangelo. Alla domanda ‘Quando è nato Gesù?’ qualcuno ha risposto ‘Avanti Cristo’ o ‘Sicuramente è nato’ o ancora ‘È nato a Natale ma è risuscitato a Pasqua e a Pasquetta è Santo Stefano’. Sortino ha dimostrato quanto sappiamo poco della nostra religione. Il problema è proprio la nostra ignoranza. Non basta certo un presepe o un crocifisso a colmare il vuoto dei nostri valori. Il vero problema in Italia è il non sapere, la mancata conoscenza che la politica o chi fa politica attraverso altri canali cerca di raggirare con il simbolismo. Non è certo un crocefisso da togliere o da mettere che ci rende cristiani o meno. Nella mia classe preferisco non avere alcun simbolo religioso eppure quest’anno ho appeso un crocifisso: l’ho preso a Lampedusa, è fatto con i resti dei barconi finiti a fondo portando quegli uomini e quelle donne di ogni religione alla ricerca della salvezza. E quel crocifisso unisce chi è islamico, cristiano, buddista o ateo”.

Secondo esempio che ci viene dall’America. Filomena Fuduli Sorrentino, una prof. In America, scrive: “In una scuola multietnica, gli insegnanti possono avere dei problemi ad affrontare il tema delle feste religiose, ma certamente certe polemiche avvenute ultimamente in Italia riguardo alle celebrazioni del Natale, difficilmente potrebbero avvenire in una scuola pubblica americana, dove si devono rispettare tutte le tradizioni religiose senza celebrarne una a scapito di un’altra. Da docente di una scuola nello Stato di New York devo dire che le nostre feste sono un ottimo strumento didattico con obiettivi formativi che espongono gli studenti alla conoscenza del nostro patrimonio culturale. I nostri festeggiamenti fanno conoscere le tradizioni italiane e aiutano gli studenti a riflettere sulle differenze/similarità tra la cultura italiana e quella straniera, aiutano a migliorare le competenze cognitive e la riflessione critica, e a socializzare e cooperare in gruppo. Ogni festa viene accompagnata anche dai suoi cibi, e in Italia la gastronomia legata alle feste è particolarmente ricca, e varia da regione a regione. Perciò, nelle classi di italiano il tema delle feste dovrebbe essere un’opportunità per parlare di cibo, di piatti tradizionali e di abitudini culinarie del paese e non di funzioni religiose. Una parte del curriculum di lingua e cultura italiane è dedicata al cibo, una nostra ricca tradizione culturale che non offende nessuno. Le attività didattiche legate al mangiare e alle feste aiutano sia il docente, a introdurre vocabolario in classe in maniera motivante e interessante, e sia gli studenti ad imparare lingua e cultura senza annoiarsi. Comunque, gli insegnanti devono fare molta attenzione a non confondere l’insegnamento delle feste religiose con la loro celebrazione. Infatti, in tutte le scuole pubbliche è consentito insegnare le feste ma non è concesso celebrarle; anche nella nostra Costituzione italiana è garantita la libertà di religione. Negli USA, l’articolo 38 della Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara che il contenuto dell’insegnamento delle tradizioni religiose nelle scuole pubbliche deve favorire un programma di istruzione laico presentato senza forzare una religione, o inibirne un’altra. Cioè, l’istruzione non può concentrarsi su qualsiasi religione o sulla pratica religiosa, e deve essere presentata con istruzione neutrale, senza obbligare gli studenti a credere. Tornando alle polemiche sulle feste e sul Natale, nelle scuole pubbliche bisogna seguire le regole del paese, la sua cultura, e rispettare la diversità delle culture nella scuola. Il Natale è la festa religiosa più grande nel mondo, e durante il periodo di Natale negli USA si celebrano Chanukkah, festa ebraica conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci o Festa dei lumi, e Kwanzaa, una celebrazione che onora l’eredità africana nella cultura afro-americana. Nelle scuole pubbliche americane o si dispongono simboli di tutte le tre feste oppure di nessuna. Simboli come l’albero di Natale, il Presepe, (in Italia la scena del Presepe fu ricostruita per la prima volta nel 1223 da San Francesco d’Assisi ), e la Menorah di Hanukkah sono laici. Questi simboli hanno significati religiosi antichissimi e il mostrarli, durante il periodo festivo, all’interno di una scuola, è prevalentemente laico e non offende nessuno se non causano nuove preoccupazioni costituzionali. Sono pure laici gli eventi musicali, l’arte, la letteratura e il dramma con temi religiosi, e anche questi possono essere inclusi facilmente nelle attività didattiche. Simboli religiosi come croci, menorah o presepe possono essere utilizzati in classe se usate come esempi culturali, o per aiuto visivo, ma nella corretta situazione e non come decorazioni religiose permanenti. Le figure religiose non devono dominare le attività scolastiche e non devono promuovere o denigrare una particolare religione, o diventare un forum per devozione religiosa. Pertanto gli insegnanti e i dirigenti scolastici devono essere prudenti nell’uso di simboli religiosi, perché la scuola è il luogo dove i bambini trascorrono la maggior parte della loro giornata. Le tradizioni non offendono nessuno se l’istruzione è laica, e quando gli studenti conoscono i motivi della tradizione può diventare per loro una fonte di crescita e di apertura mentale. Ad esempio, può essere consentito di avere studenti recitare una commedia che contiene una scena in cui la famiglia apre i regali la mattina di Natale, ma una scena sulla nascita di Gesù sarebbe inammissibile perché affermerebbe una devozione religiosa. Tuttavia, le polemiche sulla religione sono in tutte le scuole, sia in Italia e sia negli USA. In caso di conflitti, i docenti e gli amministratori devono esercitare sensibilità e flessibilità trovando una risoluzione alla contrarietà creando ponti tra i popoli e le culture e non polemiche. Nessun programma scolastico obbliga gli insegnanti a organizzare feste e recite per Natale o per altre festività religiose, anche se parecchi docenti organizzano feste per tradizione, impegnando il loro tempo libero. Il problema si crea in seguito, perché a volte ciò che si fa per buona volontà diviene un obbligo, o una pretesa. In Italia spesso non sono gli stranieri che non vogliono il Presepe, o quelli che richiedono di togliere il Crocifisso dalle aule, ma sono gli stessi italiani laicisti che tirano in ballo queste polemiche. Il Crocifisso nelle aule scolastiche è presente anche in altri paesi. In conclusione, a scuola e in classe è importante che tutti gli studenti si sentano a proprio agio e accettati”.

Alla fine dei conti, pur con mille distinguo, entrambi non possono rinunciare oggi più che mai ai simboli della nostra identità. Possiamo farlo tutti, in casa, nelle scuole e nelle piazze senza dover per forza chiedere scusa a qualcuno e fieri di appartenere ad un popolo . quello italiano – che per la maggior parte non ha timore a dire ciò che è? Borghesie e intellettuali permettendo?

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04/11/2016
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