Storie

di Matteo Marini

Roma, parliamo di cultura con Croppi

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Roma, la Capitale d’Italia. Sinonimo di arte e di storia. Il suo centro storico, unitamente alle proprietà della Santa Sede dentro la città e alla Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è inserito dall’Unesco tra i 51 siti italiani della World Heritage List.

Il centro storico, delimitato dalle mura aureliane (a sinistra del Tevere) e delle mura gianicolensi (a destra del fiume), comprende 25.000 punti di interesse ambientale e archeologico.

Chi si occupa di gestire e manutenere questo patrimonio artistico, archeologico e monumentale? Bella domanda.

La competenza infatti rimpalla continuamente tra il Ministero dei Beni culturali e il Comune di Roma. Da anni queste due istituzioni si fanno la guerra, ostacolando l’una il lavoro dell’altra.

Umberto Croppi, scrittore, consigliere di Federculture ed ex assessore capitolino alla Cultura dal 2008 al 2011, questo problema lo conosce bene e si dice sicuro che il nocciolo della questione risieda: “In quanto il Comune riesce ad esercitare la propria azione politica”.

Di cosa parliamo quando parliamo di gestione di beni culturali a Roma?

La particolarità di cui stiamo parlando consiste nel fatto che in tutta Italia, eccezion fatta per la Sicilia, i beni culturali in toto (architettonici, artistici, monumentali, ecc.) appartengono allo Stato e sono affidati alla cura e alla responsabilità del Ministero dei Beni e delle Attività culturali.

Tutto questo salvo l’aspetto relativo alla valorizzazione, che non è ben chiaro cosa sia, che - con la riforma del Titolo V - era (sulla carta) affidata alle regioni (le quali non hanno poi esercitato alcun ruolo reale), mentre domani, con la riforma Boschi, ritornerebbe di nuovo nella mani dello Stato.

Roma è un discorso diverso, dovuto al fatto che c’erano tutta una serie di beni che appartenevano allo Stato Pontificio e che poi passarono al Governatorato in una fase successiva (quando Roma venne “acquisita” e diventa Capitale) con la legge 1089 del 1939.

La proprietà quindi di quei beni è rimasta al Comune che ha istituito un ufficio per la gestione e la tutela degli stessi. Tra questi possiamo annoverare tutti quelli emersi prima di questo passaggio (o quasi tutti visto che, inspiegabilmente, Castel Sant’Angelo non è incluso), come: l’Ara Pacis, il Mausoleo di Augusto, i Mercati di Traiano, parte dei Fori Imperiali, la colonna Traiana e poi moltissimi reperti e beni emersi sull’Appia Antica, largo Argentina, i due templi davanti la Bocca della Verità.

Tutti i beni emersi dopo la legge del ’39, non facendo parte di quelli di proprietà del Comune, sono andati direttamente allo Stato.

Ci sono, in questo scenario, dei casi sui generis come il Teatro di Marcello. Tutta la parte centrale è del Comune ma i primi 3/4 metri sotto - essendo emersi in seguito a degli scavi novecenteschi - sono dello Stato e l’ultima parte sopra è addirittura privata!

Si parla però di proprietà. Il Comune quindi su cosa è impegnato?

Il Campidoglio, da proprietario, si assume storicamente l’onere di conservare un determinato bene (come i 19 chilometri delle mura aureliane). Questo compito, teoricamente, faccio notare che dovrebbe essere di pertinenza dello Stato.

Lo Stato, però, in base ad un’errata interpretazione dell’articolo 9 della Costituzione che sancisce come la Repubblica debba tutelare “il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, pone un vincolo anche a tutti quei beni che sono invece di pertinenza comunale.

L’incongruenza sta in questo aspetto: il Comune è proprietario e sopporta il peso della manutenzione ma le decisioni sull’utilizzo e le modalità di intervento restano in capo allo Stato.

E qui si arriva alla situazione di scontro quasi quotidiano, con problemi anche gestionali. I Fori Imperiali, come dicevamo, sono del Comune mentre i Fori Romani (Palatino, Colosseo) sono dello Stato.

Anche la Domus Aurea è nelle stesse condizioni perché le strutture esterne, già alla luce del sole, sono del Comune e quelle interrate sono dello Stato.

Quando io ero assessore crollò un pezzo di un criptoportico esterno della Domus Aurea e quello rientrava nelle mie incombenze.

Questo problema gestionale si ripercuote anche sui costi che sopporta la collettività?

No perché non c’è una sovrapposizione di competenze che determina un aumento di personale - per esempio - e quindi un aumento dei costi. Tutt’altro. Il personale è pressoché scarso.

Chiariamo un punto però su questa sovrapposizione mettendo i puntini sulle i. Di quali uffici stiamo parlando esattamente?

Ci arrivo subito. A questa situazione, quella delle doppie competenze, si aggiunge poi una novità. Prima esisteva una Sovrintendenza unica per Roma, che comprendeva anche il polo museale, mentre adesso - con quanto introdotto - c’è una moltiplicazione delle responsabilità anche all’interno della Soprintendenza di Stato.

La Sovrintendenza quindi è quella Comunale mentre la Soprintendenza è quella del Ministero dei Beni culturali.

Con, adesso, la nuova arrivata: la Sovrintendenza del Parco dell’Appia Antica…

Esatto, come se non bastasse arriva anche questa nuova struttura che non si sa quali competenze e confini dovrà avere.

Già adesso c’era un responsabile territoriale della Soprintendenza che era in conflitto con il Parco e la Sovrintendenza comunale. Ora che verrà creato una sorta di polo speciale, non si capisce bene come verrà coordinato.

Tutto questo scenario da te descritto a cosa porta?

A, come detto, problemi di coordinamento delle attività, della promozione e della fruizione. Ancora più serio, però, è il conflitto costante e sistematico che si crea fra la Soprintendenza e la Sovrintendenza.

Ecco, come scaturisce questa permanente contrapposizione?

La Sovrintendenza comunale, che un dipartimento come gli altri dal punto di vista amministrativo, è composta comunque da persone che hanno competenza in materia (storici dell’arte, architetti, ecc.). Loro quindi esercitano le loro funzioni non come semplici esecutori ma danno prescrizioni, pareri che però, spesse volte, entrano in conflitto con quelli dei colleghi della Soprintendenza. Questi ultimi, al contrario del dipartimento comunale, hanno un potere vero.

Se il Comune di Roma decide quindi di realizzare anche un piccolo intervento di restauro su un pezzo di mura aureliane e il funzionario della Soprintendenza decide a sua insindacabile discrezione che quell’intervento va fatto in un modo diverso, non c’è niente da fare. Oppure, come mi è capitato da assessore, ricevere reclami e minacce di denuncia da un funzionario della Soprintendenza perché una riproduzione in scala 1 a 1 del Muro di Berlino mostrata, nel corso dell’anniversario della sua caduta, sulla scalinata di Piazza di Spagna, è brutta. Cioè mi si intimava di rimuoverla non perché fosse contraria a qualche norma. Solo perché era “brutta”. Vaglielo a spiegare che l’obiettivo era proprio mostrare la “bruttezza” di quel periodo e di quel muro così divisivo.

E non ho parlato di tutti i progetti approvati e rimasti in stand by perché nel frattempo, cambiato il soprintendente competente, cambiavano le regole e i pareri. L’opera o il plastico andava bene per il predecessore ma non per il successore.

Tutto è affidato all’arbitrio dei funzionari.

Situazioni di questo genere se ne verificano ogni giorno a decine. Il risultato? La paralisi più totale.

Qual è la tua opinione sul progetto, rimasto sempre sulla carta, di creare una sorta di organo che racchiuda queste due strutture? Una sorta di terza sovrintendenza praticamente.

In realtà non si tratterebbe di un terzo ente ma di un’attività di raccordo. Io, da assessore alla Cultura, avviai questo processo - anche con discreto successo - almeno per quanto riguarda l’area dei Fori. I miei successori hanno alla fine virato su un’altra idea che questa sì ha creato solo problemi: un tavolo tecnico tra Sovrintendenza e Soprintendenza che decideva su tutto. Persino sull’utilizzo delle piazze.

Quest’istituzione, così rigida, aveva portato ad un’altra situazione di paralisi.

Pensa che già nella situazione precedente, con questa attività di coordinamento anche ad altri livelli (come il tavolo di coordinamento per l’arte contemporanea in cui siedano Maxxi e Macro) che avevo pensato, la Soprintendenza cercava sempre di bloccare qualsiasi cosa.

Il problema a monte qual è secondo te? E come si scioglie - in sostanza - questo nodo?

Risiede tutto in quanto il Comune riesce ad esercitare la sua azione politica. È chiaro che la cosa più ovvia è l’eliminazione all’origine di questo conflitto. Due le strade: o attribuire per intero tutto quello che c’è sul territorio di Roma al Campidoglio stesso - conferendogli però anche i poteri che oggi sono saldamente in mano al Ministero - oppure adeguare l’intera struttura con il sistema nazionale e passare ogni bene allo Stato, privando il Comune della proprietà.

Su alcuni giornali è stato sottolineato, in maniera ironica, il fatto che Palazzo Senatorio chieda al governo nazionale di essere risarcito per le competenze che esercita. Se ci si riflette bene, però, questa è una cosa giusta perché se le competenze restano nella Capitale - anche soltanto quelle attuali - non si vede perché solo il Comune si debba accollare l’intera spesa della manutenzione di questi beni senza che esistano dei trasferimenti ad hoc da parte dello Stato.

Questo è un sogno storico di debolezza da parte di Roma Capitale che non ha mai saputo rivendicare questo aspetto.

I cittadini romani dovrebbero capirla questa cosa. Quando si parla del deficit del Campidoglio si parla anche di questo.

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04/11/2016
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