Storie

di Leonida Bartali

La Rai Tre della Bignardi fa tv sulle nozze gay

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Lanciato da Fabio Fazio al termine del “Rischiatutto” di giovedì 3 novembre come un “nuovo programma a cui la rete tiene molto”, è andato in onda “Stato Civile. L’amore è uguale per tutti”, la trasmissione che la direzione renziana di Raitre dedica alla celebrazione della legge n. 76 del 20 maggio 2016 sulle “unioni civili”. Si tratta di una produzione realizzata, in appalto totale, dalla PANAMA FILM, dei napoletani Paolo Rossetti e Riccardo Brun e del più noto, romano, Francesco Siciliano, figlio di Enzo, già presidente della Rai in quota PDS e noto per aver coniato quel “Michele, chi?” riferito a Michele Santoro, con il quale si scontrò vivacemente. Francesco è attore e militante politico, è membro dell’assemblea nazionale del PD, dirigente regionale e cittadino del partito, ex vice responsabile nazionale dell’informazione e cultura, ex assessore alla cultura della provincia di Cagliari, collaboratore de L’Unità e di Left e attualmente anche consigliere della Lazio film commission, ente della regione retta da Zingaretti che eroga contributi pubblici alle aziende audiovisive che operano sul territorio. Insomma uno di quelli che, fino a qualche tempo, fa si chiamavano “intellettuali organici”. Evidentemente una costante che in Rai non passa mai di moda.

Appalto totale, dicevamo. E di appalto ben pagato si tratta, perché le 6 puntate per celebrare il trionfo dell’amore per tutti in salsa italiana costano care. Fonti bene informate parlano di quasi € 600.000 totali. Circa tre volte tanto il costo medio di un programma di seconda serata prodotto dalla stessa Rai tre. Soldi spesi bene? Vediamo… Dal punto di vista dell’originalità e della creatività, francamente, “Stato Civile” non si distacca molto da un semiprofessionale video di un … “matrimonio”. Uno di quei video che, forse anche meglio realizzati, possiamo commissionare per qualche centinaio di euro a un bravo fotografo o a un amico che sappia ben smanettare su una video camera e un pc. Un bel ricordo di un giorno importante come tanti di noi hanno a casa conservato insieme all’album fotografico. Non sono forse un po’ troppi 100.000 euro per un simile programma? Come si giustifica di fronte ai contribuenti che pagano il canone una spesa del genere? Non c’erano, forse, in Rai dipendenti in grado di ideare e realizzare un bel filmino di matrimonio? Domande che naturalmente nessuno, tranne noi, oserà porre a Daria Bignardi.

Ma veniamo ora al contenuto del programma e al suo intento, che è chiaramente ideologico. In origine pare che il titolo dovesse essere appunto “Matrimoni” ma poi il timore di incappare in polemiche circa la smaccata ammissione che il vero obiettivo della legge sulle unioni civili fosse quello di giungere al cosiddetto “matrimonio egalitario” ha spinto la rete a modificarlo in “Stato civile”. Ma il contenuto, partendo dalla sigla, con abiti, fedi e torte nuziali fa esplicitamente e continuamente riferimento alla celebrazione matrimoniale. Nel racconto si incrociano le storie di 2 coppie omosessuali. Gli ormai anziani pensionati Orlando e Bruno e i più giovani Michele, architetto e Giorgio, quest’ultimo sindaco di S. Giorgio a Cremano. Storie, in gran parte già note, di uomini che vivono già insieme da tempo, rispettivamente 52 e 9 anni, serenamente e pacificamente accettati, perfettamente integrati nelle loro comunità pienamente realizzati dal punto di vista professionale. In fondo sono la dimostrazione più evidente che la discriminazione e la negazione dei diritti individuali delle persone omosessuali era ampiamente superata da tempo e che il nostro paese, artatamente dipinto come omofobo e intollerante è invece uno dei più accoglienti nei confronti di chi fa scelte personali differenti per orientamento sessuale. Lungi da noi perciò voler apparire irriguardosi nei confronti dei protagonisti principali del programma. Tuttavia la pantomima in cui gli autori scelgono di mostrarci le effusioni, la prova dell’abito, la scelta del bouquet e dei fiori, della sala per il ricevimento, in un’atmosfera artefatta e al limite del ridicolo, lascia davvero perplessi. Un’ostentazione di “normalità” che diventa, in fondo, anormale. Ciò che era pacifico - la scelta di vita personale - ora diventa forzatamente una “celebrazione”, che serve molto di più a illustrare una tesi, ovvero che “tutto è famiglia” ma molto poco a cambiare la qualità del rapporto interno alle 2 coppie e fra loro, gli amici, i parenti, il paese. Una sorta di strumentalizzazione insomma, alla quale si spingono, in maniera più o meno consapevole, i 4 protagonisti, invogliati, perché no, dall’idea che il filmino del loro matrimonio sia trasmesso in TV.

Ma è sul finire della puntata che finalmente scopriamo cosa c’è sotto e qual è, in fondo in fondo, lo scopo e il mandante di tutta l’operazione. Indovinate infatti chi è a “celebrare”, in pubblica piazza, il “matrimonio-unione civile” di Giorgio e Michele? Ma è lei: Monica Cirinnà, la “pasionaria” transitata dai diritti degli animali a quelli dei gay, in tailleur gessato, catenona d’oro al collo e ghigno da arringa popolo. Una vera “omelia” la sua, forse per pudore leggermente accorciata, a cura di qualche solerte funzionario Rai, consapevole della clamorosa “marchetta” fatta alla parlamentare del PD: “Con questa celebrazione nasce una nuova famiglia”, dice Monica alla folla. Ma come? Non era una “formazione sociale specifica” quella formata dall’unione civile, cara Cirinnà. Non recita questo la legge del 20 maggio 2016? Perché se così non fosse, non solo la legge sarebbe contro la Costituzione ma cadrebbe ogni argomento nei confronti dei coraggiosi sindaci che si dichiarano obiettori di coscienza, proprio perché intravedono nel provvedimento una maniera surrettizia per giungere, appunto, allo scardinamento della famiglia naturale… Ci ha riflettuto onorevole Cirinnà? Oppure la smania di prendersi meriti e ottenere un programma in Rai che le renda omaggio, le ha fatto perdere il senso della realtà?

Una cosa, fra tante domande, resta certa: cambiano i mandanti ma in Rai il vizio di assecondarne le voglie è sempre lo stesso. Peccato che si sia perso quello stile che un tempo connotava anche gli “omaggi” ai potenti di turno. Li si sconsigliava di apparire direttamente. Facendo in modo che fosse l’operato a parlare per loro. Ma forse quelli di un tempo erano potenti più intelligenti. Che accettavano di buon grado i saggi consigli.

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06/11/2016
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