Chiesa

di Emiliano Fumaneri

Quer pasticciaccio brutto de li castighi divini

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Davvero un pasticciaccio brutto quello esploso con le speculazioni di padre Giovanni Cavalcoli sul legame tra terremoti, castighi divini e legge Cirinnà. Lo sciame mediatico, a cominciare dall’ineffabile duo Cruciani-Parenzo della “Zanzara”, si è avventato sulla vicenda sfoderando tutto il repertorio della ferocia sadico-orale in uno shitstorm da manuale. A questo riguardo non si ricorderà mai abbastanza che sarcasmo viene dal greco “sarkazein”, che indica l’atto di lacerare le carni, strappandole via e facendole a brandelli.

Una vicenda spinosa dunque, dove per districarsi occorre anzitutto distinguere tra il merito e l’opportunità.

Nel merito: la questione è molto delicata e complessa. Certamente possediamo alcune coordinate teologiche:

Dio non è autore del male. Non solo del male morale ma anche di quello fisico;

Dio vuole il bene e permette il male solo in vista di un bene;

il peccato d’origine ha avuto ricadute cosmiche, sconvolgendo il rapporto con la creazione.

I teologi ci insegnano che Dio non vuole positivamente altro che il bene ma che, rispettoso della libertà della sua creatura, permette il male. Che dire allora dei passi della Scrittura che sembrano far risalire il male direttamente a Dio? Non è forse Dio a indurire l’uomo nel peccato, a inviare spiriti ingannatori, che ordina di maledire e dà occasione di peccare per far morire?

Si tratta di immagini da non prendere alla lettera, spiega il teologo dogmatico Bernhard Bartmann, che devono essere interpretate alla luce della volontà permissiva di Dio (nozione allora non posseduta in maniera chiara). Il peccato, ricorda Bartmann, si punisce da se stesso. Peccare è darsi volontariamente al male. In questo senso il peccato è già castigo e punizione di se stesso.

Così scriveva Gustave Thibon a riguardo dei castighi annunciati dalla Madonna a La Salette: «Certi spiriti superficiali sono rimasti sconvolti dalle terribili minacce contenute nei discorsi di Nostra Signora di La Salette. Non possiamo credere a un Dio tanto crudele, ho sentito dire. Si dimentica che le minacce divine non sono altro che delle promesse respinte. Dio non è crudele se non nella misura in cui gli uomini, chiudendo il proprio cuore alla sua grazia, gli impediscono di essere buono. «Non posso più trattenere il braccio di mio Figlio… ». Il primo rifiuto proviene da noi. Questa mano di Dio che ci colpisce è la mano tutta misericordiosa, colma di doni, preparata per noi da tutta l’eternità, e che noi costringiamo, con la nostra indifferenza, a rinchiudersi sulle proprie offerte. Dio neanche abbisogna di punirci positivamente: è sufficiente che si ritragga da noi perché, abbandonati al peso del peccato, franiamo fino al fondo dell’abisso. Lo spettacolo del mondo moderno, nel quale l’orgoglio ha respinto Dio, è testimone di questa verità con feroce evidenza».

Questa la teoria. Ma la teoria non è tutto né spiega tutto. C’è anche la pratica, il concreto vivente dell’esistenza. E qui entrano in gioco l’opportunità e la prudenza, le quali devono anche tenere in conto i limiti del discorso razionale. Quando si tratta di giudicare l’azione della provvidenza divina un eccesso di lume della ragione rischia di farci infilare nel vicolo cieco del razionalismo, inoculandoci un veleno tossico almeno quanto l’irrazionalismo e il sentimentalismo. Talora anche l’argomentazione deve cedere il passo.

«Non possiamo conoscere le ragioni nella divina Provvidenza», ci rammenta S. Tommaso. È impossibile determinare le intenzioni di Dio in casi particolari. Nel caso di una malattia, di un incidente, di un terremoto, di un cataclisma, di una guerra. Qui l’agnosticismo – a meno di non disporre di una qualche illuminazione divina – s’impone. Gesù respinge con forza i tentativi di spiegare avventatamente una disgrazia. Basti pensare al caso del cieco nato (Gv. 9, 1 ss.), a quello della morte improvvisa dei diciotto uomini schiacciati dal crollo di una torre, e ancora al caso di coloro che furono fatti uccidere da Pilato durante il sacrificio (Lc 13, 1-5).

La sofferenza innocente di Giobbe vale da esempio, lo ribadisce la “Salvifici doloris” di san Giovanni Paolo II: «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione» (n. 11).

Si cade nel razionalismo teologico senza concedere spazio al mistero, senza lasciare un margine all’inesprimibile (lo riconosce anche il leggendario tomista domenicano Réginald Garrigou-Lagrange nel suo “Le sens du mystère et le clair-obscur intellectuel”). Per questo è sconsigliabile eccedere in ragionamenti e in giustificazioni razionali, alla maniera dei falsi amici di Giobbe. Ogni mistero richiede riserbo, evocare gli imperscrutabili disegni della Provvidenza divina esige una certa dose di pudore. Proprio perché le vie divine non si possono scrutare c’è il rischio tremendo di cadere nell’antropomorfismo. Non tutto può essere trattato “more geometrico”. E non in qualunque circostanza. San Tommaso nella “Summa” ricorda quanto sia inopportuno disputare di teologia in maniera troppo “tecnica” di fronte a semplici fedeli, cosa che avrebbe l’unico esito di mandarli in confusione.

E a una madre straziata per aver appena perso un figlio cerchereste di dimostrare razionalmente che la provvidenza divina tutto volge al bene? Oppure la abbraccereste cercando di consolare il suo dolore inconsolabile, che solo ai piedi della Croce di Cristo può trovare senso? Qui la testimonianza deve precedere la dimostrazione.

Sovente la provvidenza, ce lo ha insegnato Manzoni, non dimostra dolcezza di cuore. Le sue vie non sono le nostre. Proprio per questo imbastire un discorso teologicamente razionale – per quanto ineccepibile sul piano formale – davanti a un cuore straziato dall’amarezza non sarebbe più opportuno del tentativo di spiegare i riflessi anatomici e fisiologici di una ferita da taglio a chi geme in un lago di sangue a causa di una coltellata…

Non è tanto questione di dottrina quanto della maniera di presentarla. A certi insondabili misteri, a simili “arcana Dei” è sconsigliabile accostarsi con “esprit de géométrie”. L’eccesso di teo-logica, in certi frangenti, porta all’oblio della componente fondamentale di ogni mistero. La sola limpidezza è insufficiente. Troppa nettezza nuoce ai misteri della fede, contraddistinti da una specie di “oscurità limpida”. Ci dice sempre Gustave Thibon che «le cose profonde sono sempre preparate e avvolte da una certa oscurità».

Ci piace ricordare le parole con cui Benedetto XVI ha accolto il ricordo doloroso e la domanda di Elena («perché devo avere tanta paura? perché i bambini devono avere tanta tristezza?»), una bambina giapponese di sette anni, spettatrice terrorizzata del devastante tsunami del 2011.

La risposta di Benedetto colpisce tanto da meritare una trascrizione integrale: «Cara Elena, ti saluto di cuore. Anche a me vengono le stesse domande: perché è così? Perché voi dovete soffrire tanto, mentre altri vivono in comodità? E non abbiamo le risposte, ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù, sta dalla vostra parte. Questo mi sembra molto importante, anche se non abbiamo risposte, se rimane la tristezza: Dio sta dalla vostra parte, e siate sicuri che questo vi aiuterà. E un giorno potremo anche capire perché era così. In questo momento mi sembra importante che sappiate: «Dio mi ama», anche se sembra che non mi conosca. No, mi ama, sta dalla mia parte, e dovete essere sicuri che nel mondo, nell’universo, tanti sono con voi, pensano a voi, fanno per quanto possono qualcosa per voi, per aiutarvi. Ed essere consapevoli che, un giorno, io capirò che questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c’è un progetto buono, un progetto di amore. Non è un caso. Stai sicura, noi siamo con te, con tutti i bambini giapponesi che soffrono, vogliamo aiutarvi con la preghiera, con i nostri atti e siate sicuri che Dio vi aiuta. E in questo senso preghiamo insieme perché per voi venga luce quanto prima».

Nelle parole del saggio Benedetto c’è calore umano, c’è il mistero del dolore innocente associato, in maniera altrettanto misteriosa, alla Croce di Cristo. Su tutto regna la fiducia nella costitutiva bontà di Dio, un Padre buono che ama i propri figli. Una sola cosa non c’è nella risposta di papa Benedetto: un sistema di risposte a tutto, una FAQ teologica a misura della ragione umana. Ci sono invece appelli alla meditazione, inviti alla preghiera. Pregare, ce lo dice l’etimologia, implica il riconoscimento della propria precarietà: è un’esortazione ad affidarsi, atto antipelagiano per eccellenza.

La chiacchiera geometrica sulle rovine del dolore viceversa ha qualche cosa di crudele, emana un sentore di profonda disumanità. Ogni insensibilità nasconde un malcelato disprezzo del sensibile, dunque della carne stessa… Forse non è un caso che orchestrare surreali discussioni di fronte alla manifestazioni visibili del male sia una specialità di colui che la Scrittura chiama “menzognero e padre della menzogna”. A questo proposito Fabrice Hadjadj nella “Fede dei demoni” menziona le dispute grottesche tra leibniziani e volterriani al tempo del terremoto di Lisbona (1755). Voltaire scrive che col terremoto devastante è crollata tutta la teodicea razionalista del “migliore dei mondi possibili”. È lo stesso Voltaire però a fare professione di razionalismo insinuando che la colpa del terremoto è da attribuirsi alla provvidenza divina.

Che lezione dobbiamo trarne allora? Che a seconda delle circostanze il razionalismo è capace di produrre tanto una teo-dicea quanto una ateo-dicea. Il razionalista produce giustificazione o rassegnazione. L’unica cosa che il razionalismo si guarda bene dal fare è aprirsi all’abisso della Croce. Non si affida mai, rifiutando di riconoscere il proprio limite, la propria debolezza, la propria precarietà. Il razionalista, teologico o ateologico che sia, non vuole fare credito a Dio. E questa cos’è se non un’astuzia demoniaca?

Anche qui pertanto bisogna fare le debite distinzioni. Il razionalismo teologico non merita grandi difese. Vanno difese invece le persone, che hanno una dignità mai coincidente con le loro idee o con le loro argomentazioni, giuste o sbagliate che siano.

Per questo è ingiustificabile il vergognoso linciaggio morale a cui è stato sottoposto un anziano religioso come padre Cavalcoli, al quale va la nostra piena e incondizionata solidarietà. Lo stesso vale per la pubblica umiliazione inflitta a padre Livio e a Radio Maria, la cui meritoria e pluridecennale opera nel campo dell’evangelizzazione non può essere infangata in questa maniera infame.

Allo stesso modo sono deplorevoli l’imprudenza e la superficialità con cui il vicesegretario di Stato vaticano si è prestato al gioco delle contrapposizioni tra Santa Sede e Radio Maria, esponendo il patrimonio della radio al killeraggio mediatico lanciato dalla macchina del fango.

Che Radio Maria sia un patrimonio della Chiesa da salvaguardare, non da esporre al massacro, lo ha riconosciuto papa Francesco nell’udienza del 19 ottobre 2015, quando ha mostrato di apprezzare il «carisma di Radio Maria». Il Papa, lo ricordiamo, ha lodato il «coraggio di proporre contenuti di alto profilo a partire da una chiara appartenenza cristiana» esortando al tempo stesso padre Livio e i suoi collaboratori a perseverare nel loro impegno, «che è diventato una vera missione, con fedeltà al Vangelo e al Magistero della Chiesa e in ascolto della società e delle persone, specialmente dei più poveri ed emarginati, in modo da essere per tutti i vostri ascoltatori un punto di riferimento e un sostegno».

Ci è anche noto che proprio per questo impegno a favore degli umili e dei semplici nonché per la fedeltà eroica all’insegnamento della Chiesa Radio Maria è avversata da quella specie di parassita dello spirito che è il sadduceo: la posterità spirituale di “coloro che sanno”, da sempre ben alloggiati nell’establishment ecclesiale e costantemente impegnati a disprezzare “coloro che credono”.

Il Vangelo però ci dice chiaramente da che parte stia Gesù Cristo. Ci auguriamo che in futuro qualcuno se ne ricordi, prima di esprimersi.

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08/11/2016
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