Storie

di Davide Vairani

Repubblica ed i conti farlocchi su Radio Maria

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Non c’è niente di peggio che raccontare mezze verità, metterle nel tritacarne e cucinare una “notizia” per spacciarla come “informazione”. Sulla scia delle polemiche per la trasmissione del “castigo di Dio” di Padre Cavalcoli,, “Repubblica” confeziona l’ennesimo polpettone con l’unico evidente motivo di screditare Radio Maria. E cosa c’è di meglio che andarci a fare i conti in tasca? “Quegli anatemi di Radio Maria pagati con i soldi pubblici” è il titolo dell’articolo di Sebastiano Messina ieri su “Repubblica”. Dopo avere narrato le nefandezze etico-morali di Radio Maria, ecco che arriva il siluro bello carico da sparare: “Ebbene proprio lo Stato che secondo padre Cavalcoli avrebbe scatenato ‘il castigo di Dio’ è il finanziatore numero uno della Radio Maria. Di più: l’emittente religiosa è in cima alla lista della radio che ricevono ogni anno un contributo pubblico. Negli ultimi tre anni di cui si conoscono le cifre, ha incassato 779 mila euro per il 2011, 730 mila per il 2012 e 581 mila per il 2013: due milioni e 90mila euro nel triennio. Per svolgere un servizio pubblico? No, a titolo di ‘mero sostegno’”. E chiude poi il pezzo: “Ma perché questa emettente che lancia anatemi contro le istituzioni gode di un trattamento privilegiato nella distribuzione delle sovvenzioni pubbliche? La risposta è in un codicillo contenuto nella legge 448 del 1998 – al comma numero 190 dell’art. 4, precisamente – che assegna alle radio locali il 10% dei contributi destinati alle radio locali alla ‘emittenti nazionali comunitarie’, e quel ‘comunitarie’ non c’entra nulla con l’Unione Europea ma serve a distinguerle da tutte le altre che hanno fini di lucro. Ora le ‘emittenti nazionali comunitarie’ sono solo due, nel nostro Paese: Radio Maria e Radio Padania Libera”. “Il caso delle parole offensive e scandalose (di Radio Maria ndr) apre dunque un nuovo capitolo della tormentata storia del finanziamento pubblico alle emittenti private. Un tema di cui dovrebbe occuparsi presto il Parlamento, anche a costo di sentirsi annunciare un nuovo ‘castigo di Dio’ da padre Cavalcoli o un altro ‘funerale ‘da don Fanzaga”.

Questo è il livello dell’informazione giornalista italiana. Il pezzo in questione è pieno di inesattezze, sottintesi e falsità. Talmente strumentale, che basta andare alle fonti (tutte accessibili sul web) e in venti minuti di ricerca si smonta da solo.

Primo aspetto. Che lo Stato sia il principale finanziatore di Radio Maria è una bufala colossale. Basta andare a riprendere un articolo di “Repubblica” di qualche giorno fa’ (“Mille volontari, 31 dipendenti e offerte per 18 milioni l’anno ecco il business di Radio Maria “, 06 Novembre 2016) e si scopre che Radio Maria ha “mille volontari, 31 dipendenti e offerte per 18 milioni l’anno”. Ora. Se la matematiche non è una opinione, anche prendendo alla larga i dati che fornisce Messina su “Repubblica”, i contributi statali pesano al massimo per il 15-16% del fatturato di Radio Maria: il resto sono tutte donazioni, fondi che arrivano del 5 per mille, lasciti, etc. Non solo. Da come la mette l’articolista, pare che Radio Maria si sia comportata in maniera truffaldina nei confronti dello Stato, iscrivendosi nella categoria “emittenti nazionali di carattere comunitario” semplicemente per potere avere più contributi statali rispetto a tutte le altre emittenti locali a carattere commerciale (che prendono anch’esse sovvenzioni pubbliche, ma in quota minore). Insomma, con qualche strizzatine di aiuto sottobanco di qualche politico, Radio Maria avrebbe (legalmente) preso in giro i contribuenti italiani. Se le hanno, quelli di “Repubblica” intanto tirino fuori le prove e parlino chiaramente. I fatti intanto narrano una storia diversa. Nel 1987 si costituisce l’”Associazione Radio Maria” e diventa una emittente nazionale con la copertura di tutte le regioni italiane nel 1990. La radio si diffonde anche in altre nazioni e nel 1998 nasce la Famiglia mondiale di Radio Maria. Attualmente trasmette anche in tutta Europa via satellite digitale (Eutelsat Hotbird) e in tutto il mondo via internet. I costi di gestione vengono coperti principalmente dalle offerte degli ascoltatori e occasionalmente da contributi pubblici, senza introiti derivati da pubblicità. Il denaro che riceve, oltre a finanziare l’apparato tecnico, è utilizzata dalla World Family of Radio Maria per creare nuove emittenti di Radio Maria nel mondo. Essendosi sviluppata in Italia durante gli anni ottanta e novanta prima della legge Mammì, ha acquisito impianti strategici che garantiscono una perfetta copertura del segnale (banale finte: Wihipedia). Ora, la legge 448 del 1998 citata nell’articolo entra in vigore proprio nella fase di passaggio verso un nuovo riassetto del sistema radio e tv italiano. È una colpa richiedere contributi statali previsti e legalmente ottenibili? È colpa di Radio Maria se non ci sono altre emittenti senza scopo di lucro a carattere nazionale (oltre a Radio Padania Libera?). Evidentemente sì. “Repubblica” ha le prove che dietro ci sia stato un complotto con qualche politico compiacente di allora? Titi fuori le carte.

Secondo aspetto. Perché dovrebbe fare così scalpore il fatto che Radio Maria prenda soldi dallo Stato?

“Giornali e radio di partito: 344 mln di soldi pubblici, il 64% ha chiuso”, del 28 maggio 2015 su “Open Blog”. Open Blog è la piattaforma ondine dell’Associazione Openpolis, indipendente dal 2006, economicamente autonoma, partecipata da migliaia di persone. In Openpolis si occupano di progetti per l’accesso alle informazioni pubbliche, civic media che promuovono la trasparenza e la partecipazione democratica dei cittadini della rete. Un volume di informazioni che è a disposizione di tutti gratuitamente, e da aggregazione di dati diventa data-driven journalism, cioè un’indagine profonda e continua sui dati aperti che porta alla luce notizie. Questo lavoro li ha trasformati in breve tempo in un osservatorio civico della politica che analizza quotidianamente i meccanismi complessi che muovono l’Italia: sono una fonte d’informazione riconosciuta dai media locali ed esteri, dalla classe politica e dai cittadini della rete. Sono parte di un network internazionale che promuove l’open government. Bene. Nell’articolo citato, si narrano dati: “Dal 2003 – scrivono in “Open Blog” -, 25 testate hanno ricevuto soldi dallo Stato come organi di partiti o movimenti politici. 19 giornali e 6 radio, che negli anni hanno incassato oltre 340 mln di euro. Pochi i successi, oltre la metà ha chiuso i battenti. Fra le varie forme di sostegno all’editoria, lo Stato fornisce dei contributi per quotidiani, periodici e radio organi di partito o movimento politico. Ad oggi, lo storico accessibile sul sito del Governo parte dal 2003 e arriva fino al 2013. In 10 anni i giornali di partito hanno incassato oltre 252 milioni di euro dallo Stato , a cui bisogna aggiungere altri 92 milioni per le radio (anche qui i dati partono dal 2003). In cima al podio l’Unità, che in questi anni ha incassato oltre 60 milioni di euro, distanziando tutti gli altri giornali, e non di poco. La Padania infatti, seconda testata italiana che ha incassato più finanziamenti come giornale di partito, ha ricevuto “solamente” 37,43 milioni di euro. Per quanto riguarda le radio il discorso è analogo. Radio Radicale, per esempio, in soli 8 anni ha incassato poco meno de La Padania in 10. Con una media di poco più di 4 milioni all’anno la Radio del Partito Radicale ha raccolto 37,17 milioni di euro dal 2003 al 2011 .Subito dietro, EcoRadio che ha continuato a giovare del contributo pubblico fino al 2013, totalizzando oltre 27 milioni di euro. Quello che però fa notizia, è che nonostante i tanti soldi ricevuti, molte delle testate considerate non è più in attività. Il 77% dei giornali, e il 16% delle radio di partito ha ormai chiuso i battenti. Delle 19 testate che hanno ricevuto finanziamenti in questi anni, solamente il 16% continua a pubblicare sul cartaceo”: La vicenda de “L’Unità” è quanto meno “bizzarra”: ha ricevuto soldi pubblici 30 volte superiori a Radio Maria e nessuno grida allo scandalo? Perché? Evidentemente fa comodo a qualcuno. Così come fa comodo a qualcuno (evidentemente gli stessi) denigrare e demolire Radio Maria.

Andiamo avanti. Radio Maria – di fatto – svolge un servizio pubblico o no? Qui non c’entra il fatto di condividere o meno ciò che viene trasmesso. C’è un “piccolo” dato che forse qualcosa può dire a tale riguardo: si chiama share. I dati del primo semestre 2016 forniti da di Radio Monitor di GFK/Eurisko ci dicono alcune cose interessanti. Ricordiamo che questo rilascio dei dati è relativo a 60.000 interviste dell’indagine RadioMonitor CATI condotte nel I semestre 2016, da gennaio a giugno e che Radio Maria si è disicritta da qualche anno dall’elenco di radio oggetto d’indagine. “Fra le ‘grandi Radio territoriali’, Radio Subasio è a 1.634.000, Radio Norba a 709.000, Radio Bruno a 644.000, Radio Margherita a 612.000, Discoradio a 531.000. Analizzando le Radio nazionali, tuttavia, è sempre RTL 102.5 al vertice con ben 6.996.000 ascoltatori nel gmi. Salgono anche Deejay (4.849.000) e 105 (4.647.000), mentre RDS ottiene un dato pari a 4.618.000. Sono 4.446.000 i fedelissimi di Radio Italia Solo Musica Italiana, mentre chiude la soglia dei quattro milioni Radio1 Rai (4.173.000). Gli ascolti proseguono con Radio2 Rai (3.020.000), mentre Virgin Radio ottiene 2.364.000 e Radio 24 supera i due milioni (2.011.000). A breve distanza Kiss Kiss (1.991.000), mentre più distanziate sono R 101 (1.686.000) e Capital (1.655.000). Elemedia chiude il proprio trio con m2o a quota 1.581.000, mentre Radio3 Rai totalizza 1.433.000. Chiudiamo segnalando le performance di Radio Monte Carlo (1.149.000) e di Isoradio (659.000). Ebbene, Radio Maria è la radio privata italiana con più “mi piace” su Facebook, 1 milione e 400mila, e accompagna la giornata di circa 1 milione e 500mila ascoltatori in Italia (dati Audiradio stimano in 1.644.000 gli ascoltatori medi giornalieri nel 1º semestre 2009) e di altre decine di milioni nel mondo tramite le emittenti collegate (e i dati citati di share sono vecchiotti). Fate voi i confronti con emittenti molto più blasonate e fate presto i conti. Una radio privata senza scopo di lucro come Radio Maria, che non raccoglie pubblicità, che si finanzia per l’85% circa con fondi privati, riesce a battere ampiamente competitor commerciali ben più attrezzati.

Ultima cosa. Stia tranquillo e sereno Sabastiano Messina di “Repubblica” e racconti la verità. Il Parlamento ha già approvato nuove “linee guida” per l’elaborazione del nuovo regolamento sui criteri e le procedure di erogazione dei contributi in favore delle emittenti televisive e radiofoniche locali”. Di fatto è il primo passo verso la riforma della disciplina di sostegno alle radio e tv locali prevista dalla legge di stabilità 2016. I materiali sono pubblicati anche su web al sito del Ministero dello Sviluppo Economico. Le regole cambiano. Ma cambiano per tutti. E cambiano anche per Radio Maria.

Al punto 11 si legge: “Alla luce dei nuovi criteri e delle modalità di attribuzione dei contributi, è altresì necessario reimpostare le attuali procedure di gestione istruttoria delle domande presentate dalle emittenti radio e televisive, puntando sulla massima informatizzazione possibile, al fine di semplificare le procedure e ridurre i tempi di conclusione del procedimento di concessione del contributo annuale, anche secondo quanto indicato dalla Corte dei Conti con la deliberazione 28 dicembre 2015, n.13/2015/G, emessa dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato. In base alle precedenti considerazioni, si indicano di seguito, con maggiore dettaglio, i contenuti del Regolamento che il Ministero si accinge a predisporre.

a) Soggetti beneficiari delle risorse disponibili e loro ripartizione.

Il Ministero provvede annualmente al riparto del Fondo tra i fornitori locali di contenuti televisivi e radiofonici, secondo quote percentuali, rispettivamente, dell’85% e del 15%.

Più in particolare, le categorie di beneficiari dei contributi sono le seguenti:

i) titolari di autorizzazioni per fornitura di servizi media audiovisivi ai sensi della delibera AGCOM n. 353/11/CONS per uno o più marchi/palinsesti diffusi con numerazione automatica (LCN);

ii) emittenti radiofoniche locali legittimamente operanti in tecnica analogica ai sensi dell’art. 1, commi 2bis e 2ter, del decreto legge 23 gennaio 2001, n. 5, convertito con modificazioni dalla legge 20 marzo 2001, n. 66, in possesso dei requisiti indicati dall’art. 24 del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177;

iii) titolari di autorizzazioni per fornitura di servizi radiofonici non operanti in tecnica analogica, ai sensi della delibera AGCOM n. 664/09/CONS, allegato A, art. 3, comma 12.

Una quota percentuale (da fissare anche in base alle valutazioni che saranno formulate dai soggetti maggiormente rappresentativi) delle risorse disponibili per i contributi destinati rispettivamente alle emittenti televisive e radiofoniche, è riservata ai soggetti aventi carattere comunitario, ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettera n) e comma 1, lettera bb), punto 1), del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177.

Inoltre, una quota fino al massimo dell’1% del totale è accantonata per far fronte a revisioni degli importi dei contributi attribuiti negli anni precedenti a seguito degli esiti di eventuali contenziosi”.

Allora, dove sta la notizia? Allora perché non racconta la verità per intero? Evidentemente perché ci sono altri interessi che si devono difendere: interessi editoriali, ideologici e – probabilmente – anche di altra natura. Se questo è giornalismo…

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08/11/2016
1512/2019
Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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