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di Elisabetta Cipriani

TUTTI I GRADI DELLA SCALA #FAHRENHEIT – PRIMA DEL 451

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Vi sono libri che, pur segnando un’epoca, superano le barriere del tempo e, pur appartenendo a un genere, ne travalicano i limiti per diventare un classico. Fahrenheit 451 è uno di essi: forse la massima espressione del genere distopico eppure ben più di questo, al punto che lettori freddi se non ostili nei riguardi della fantascienza non saprebbero non considerarlo un capolavoro. Del resto, solo di un capolavoro possono interessare le varianti o le versioni scartate: i prodromi di un libro mediocre sono mediocri scartafacci. Ecco perché, tra l’altro, dovrebbe avere valore intrinseco leggere i racconti preparatori di Fahrenheit 451 racchiusi nel volume Era una gioia appiccare il fuoco, usciti in Italia per gli Oscar Mondadori nel 2011 a seguito della raccolta americana A pleasure to burn: Fahrenheit 451 stories, edita appena l’anno precedente. Ma se l’interesse di questo libro fosse meramente filologico si potrebbe senza indugio soprassedere. Si tratta invece di schegge narrativa potentissime, capaci di condensare in poche pagine la visionarietà e la bruciante carica umanistica del messaggio di Bradbury.

In molti sanno che l’autore aveva già dato alle stampe un racconto anticipatore, due anni prima che Fahrenheit vedesse la luce: The fireman (Il pompiere), comparso sulla rivista Galaxy del febbraio del ’51. In pochi sono a conoscenza del fatto che esso fosse stato preceduto da un racconto quasi identico rimasto inedito per decenni: Long after midnight (Molto dopo mezzanotte), il cui dattiloscritto, prima trafugato, poi rocambolescamente riacquistato, è stato pubblicato per la prima volta in America solo nel 2006. Ebbene: il volume in questione li presenta entrambi e sono ambedue racconti superbi, differenti per minimi ma sostanziali tocchi. Molto dopo mezzanotte è la vera perla che nessun cercatore di tesori della fantascienza dovrebbe lasciarsi sfuggire. Costruito sulla base di un intreccio certo più lineare di Fahrenheit, con una prosa più asciutta, ben lontana dal temerario lirismo del romanzo, è pervaso di una esplicita radicalità nella contestazione del sistema americano che nel suo quasi-gemello Il pompiere appare invece anestetizzata.

Non solo ne emerge una sferzante critica delle vite alienate, colme di svaghi tecnologici eppure vuote di pensiero e sentimento, ma anche la profetica condanna del politicamente corretto che il nostro tempo sta scontando: “Ecco com’è andata (…) La tecnologia unita al mercato di massa e alla censura esercitata dalle minoranze: tutto quello che resta da leggere sono i fumetti, i romanzi rosa e le riviste di categoria”. Ecco com’è andata, com’è che la civiltà ha potuto ridursi all’omologata folla di teledipendenti che non leggono, non pensano, non conoscono se stessi né il mondo, subiscono guerre di cui ignorano le cause e governi che non hanno votato. Apparentemente soddisfatti di una vita comoda e senza rischio, intimamente disperati e desiderosi solo di darsi la morte. Come Mildred, la moglie di Montag, pompiere-piromane in un mondo dove i pompieri non spengono incendi, ma li appiccano per ardere libri e chi ne possiede. Tuttavia pompiere inquieto, che da esecutore meccanico degli ordini si fa dissidente, dopo che la moglie ha tentato l’ennesimo suicidio e Clarissa, e Faber, due stravaganti emarginati, hanno fatto la loro comparsa nella sua vita. “Tutto doveva essere facile. Scambiare il sistema più agevole per il sistema giusto, che deliziosa tentazione. Solo che non era vivere”.

La storia è nota, non vale ripeterla. Vale piuttosto sottolineare l’acuta disamina delle cause della tragedia in pagine di una densità filosofica impressionante. Qui il libro è il custode della tradizione e della memoria degli uomini: un uomo che non conosce il passato ignora la propria identità, non ha elementi per determinare il presente o il futuro, in una parola non è libero. Il primo passo di ogni potere che voglia imporsi alla coscienza dell’uomo consiste dunque nel recidere quelle radici. Perciò il libro è espunto dalla vita degli uomini come Montag. La rivoluzione industriale, del resto (di cui quella digitale in corso è solo il più recente epifenomeno) non ha bisogno di cuori pensanti quanto di automi intercambiabili: l’era della macchina disprezza la lentezza della meditazione e la complessità della cultura scritta che quella lentezza necessita. L’era tecnologica esalta la velocità e semplifica, sminuzza, riduce, banalizza il pensiero per renderlo funzionale al suo trionfo. “I libri diventano più brevi, si affaccia il fenomeno dei condensati. Dei tabloid. Dei programmi radio semplificati. (...) Tutto viene sacrificato al ritmo. I grandi classici vengono tagliati per adattarsi ai programmi da un quarto d’ora, ai due minuti concessi all’Angolo della lettura. (...) Ma la proiezione dei film diventa sempre più veloce, Montag, più veloce! (…) Click, scatta, guarda, occhio, ora! Corri, qui, là! Svelto, perché, come, chi, eh? La politica mondiale diventa affare di una colonna sul giornale, una frase, un titolo. Poi scompare a mezz’aria. (…)Non c’è più posto per le sottigliezze, tutto si riduce a bang, smack e wow (…). Cartoni animati dappertutto, la mente si nutre sempre meno. Impazienza, impazienza nervosa. (...) I film diventano minestra riscaldata, le riviste omogeneizzati. Il periodo scolastico è abbreviato. Esistono scorciatoie per tutto, filosofie e linguaggi vengono abbandonati(…) Perché imparare qualcosa che non sia semplicemente il modo di far funzionare le mani, premere un bottone, tirare una leva o avvitare un bullone? (…) Schiacciare il quoziente intellettivo sotto la media è lo scopo. La gente dev’essere soddisfatta, caro il mio Montag, e i libri la turbano (…). Ora che lo conosci comprendi il senso della nostra civiltà, così grande da doversi mantenere sedata”.

Questo racconto è una miniera di ammonimenti alla nostra società, la voce che da un recente passato si leva per cogliere il nostro presente in essenza. Anche Il pompiere (che apparve per la prima volta in Italia col titolo Gli anni del rogo) fa altrettanto, ma con una vis polemica smorzata, con taluni riferimenti espunti, forse su richiesta del direttore della rivista che per prima lo ospitò. Per questo ha un senso che entrambi i racconti siano pubblicati, l’uno di fianco all’altro, quasi a consentirne una lettura sinottica. Entrambi si concludono con un finale aperto alla speranza, fragile epperò liberatoria, di una silenziosa resistenza alla devastazione: uomini-libro che imparano a memoria testi o stralci di testi per salvarli dall’oblio. Un esercito di individui disfunzionali al sistema, vagabondi nonviolenti che dissentono incarnando letteralmente ora Shakespeare ora Platone ora Poe ora i quattro Evangelisti. Come novelli monaci salvano i libri dalla furia dei barbari: ma a differenza degli antichi amanuensi, hanno bisogno di tornare alla pura oralità per preservare la cultura scritta. Sono essi stessi, nella concretezza delle loro persone – carne sangue cuore mente – il baluardo ultimo. Un autentico ardore umanistico, una fiducia inespugnabile nell’uomo che nessuna tirannide può realmente soffocare, nessuna tecnica surrogare, animavano dunque Bradbury già negli scritti precorritori di quella cattedrale dell’umana resistenza che è Fahrenheit 451.

Quanto tutto ciò sia significativo per noi, oggi, monadi disancorate in una tempesta mediatica in cui è arduo rinvenire la verità, spettatori votanti di campagne elettorali (di qua o di là dall’Atlantico) da cui la realtà è espunta, per far posto a slogan e mistificazioni e bassi insulti, giudichi il lettore con quel residuo di coscienza che (anche) qualche buon libro avrà contribuito a formare.

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09/11/2016
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