Politica

di Marco Vigna

Minacce alla libertà religiosa

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Il saggio La democrazia in America del francese Alexis de Tocqueville (1805-1859), in cui questo studioso tradusse per iscritto le sue osservazioni sulle istituzioni e la società degli Usa da lui esaminate durante il suo viaggio del 1831, è ancora oggi ritenuto un testo cruciale nella storia del pensiero politico.

L’opera di Tocqueville è giudicata da molti il più importante testo del liberalismo politico ed è basata, a differenza della maggioranza delle altre riflessioni politiche affini, sull’analisi attenta di un caso storico concreto quale quello appunto della Federazione americana. L’aristocratico e cattolico francese era convinto che il cammino verso l’uguaglianza giuridica, ovvero la democrazia, fosse inarrestabile, ma temeva le conseguenze negative di questo, quali si erano espresse anzitutto nel giacobinismo.

Il regime politico giacobino è stato definito da numerosi storici, come Jacob Talmon, un esempio di democrazia totalitaria, tanto da essere divenuto un modello per posteriori dittature come quella sovietica. Lenin e Gramsci, fra gli altri, hanno paragonato i metodi e la prassi politica giacobine a quelli del partito bolscevico. Non è senza significato che lo storico Reynald Secher abbia potuto asserire drasticamente che nella regione francese della Vandea, insorta contro la repubblica per la sua politica antireligiosa, l’esercito repubblicano abbia compiuto un vero e proprio genocidio, con l’obiettivo di sterminarne la popolazione: il primo genocidio moderno, si è ipotizzato.

Tocqueville, aristocratico e cattolico francese, scorse quindi nella democrazia americana un modello politico possibile capace di conciliare libertà ed uguaglianza, evitando il pericolo di un totalitarismo su base democratica. Anche se la sua mastodontica opera sugli Usa è complessa e ricchissima di spunti sui temi più differenti, è proprio nel rapporto fra religione e sistema politico che s’incardina il fulcro stesso del suo ragionamento. Egli infatti attribuiva un ruolo cruciale nella conservazione della libertà del singolo contro la «onnipotenza della maggioranza» ai mores ossia ai “costumi” nel senso alto e romano del termine, dal Tocqueville compresi nella formula dello «stato morale e intellettuale del popolo». La base principale dei mores era la religione, che in ultima analisi costituiva il fondamento stesso dell’autonomia della società e del privato cittadino dinanzi al potere politico.

La teoria di Tocqueville ha conosciuto grande fortuna. Ad esempio, Danièle Hervieu-Léger, sociologo, ha proposto una sintesi illuminante sulla differenza radicale fra i concetti di separazione fra Stato e Chiesa scaturiti rispettivamente dalla rivoluzione americana e dalla rivoluzione francese. Mentre in Francia e nelle tradizioni politiche condizionate dal suo paradigma questa divisione è intesa ad impedire che la Chiesa influenzi lo Stato, in Usa tale distinzione sorse per proteggere le comunità religiose dalla possibile invadenza del potere politico.

Questo rapporto fra fede religiosa e sistema politico democratico, che era tipico della Federazione americana, risaliva sino alle radici storiche di quest’ultima. Semplificando al massimo grado per brevità e comprensibilità, alle remote origini degli Usa esistevano comunità religiose che solitamente nel loro paese di provenienza - nella maggioranza dei casi il Regno Unito - erano osteggiate per le loro convinzioni. Anche se le colonie americane erano in prevalenza protestanti, erano relativamente numerosi anche i cattolici, tanto che uno degli stati americani, il Maryland, ossia la “Terra di Maria”, ebbe per fondatore un cattolico inglese che desiderava dare una patria ospitale ai correligionari, pesantemente discriminati in Inghilterra. Fu infatti il cattolico George Calvert, primo barone di Baltimore, che nel 1632 richiese al re d’Inghilterra Carlo I l’autorizzazione a creare una colonia in America, il cui nome, scelto dal figlio Cecilius dopo la morte del padre, fu Terra Mariae, ossia in inglese Maryland, denominazione che conserva tutt’ora. Proprio il Maryland, prima colonia con una popolazione a maggioranza cattolica, poi stato della federazione americana, con il suo Atto di tolleranza riconobbe nel 1649 la libertà religiosa.

La compresenza di una molteplicità di confessioni cristiane ed il loro appartenere in prevalenza a chiese che avevano alle spalle una storia di ostilità, od anche persecuzioni (soprattutto di riformati contro riformati), fecero sì che nella nuova società americana in corso di formazione si desse grande importanza alla libertà religiosa, sia per assicurare la convivenza reciproca, sia perché gli americani serbavano memoria delle conseguenze della sua negazione.

La relazione fra il sistema politico e giuridico americano e la sua storia religiosa è ampiamente riconosciuta e sono letteralmente innumerevoli gli studi che lo confermano. Basti ricordare il saggio di uno storico italiano, Giorgio Spini, Autobiografia della giovane America. La storiografia americana dai Padri Pellegrini all’Indipendenza, che ha ricostruito l’autocoscienza che la “giovane America” aveva della sua natura cristiana.

Esistono tuttavia numerosi sintomi di come gli Usa, o per meglio dire la sua classe politica, con l’appoggio di minoranze piccole ma assai potenti economicamente e mediaticamente, stiano infrangendo la tradizionale separazione fra sfera pubblica e privata, con il risultato che la libertà religiosa appare, a detta di molti osservatori, in crescente pericolo.

Il 7 settembre 2016 la Commissione degli Stati Uniti sui diritti civili ha pubblicato un rapporto dal titolo apparentemente rassicurante di Peaceful coexistence: reconciling nondiscrimination principles with civil liberties. La denominazione prescelta potrebbe però essere ritenuta paradossale, poiché, a detta dei suoi critici, l’applicazione delle proposte contenute nella relazione finirebbe con il limitare radicalmente la libertà di religione in nome della “democrazia” e delle “lotta alla discriminazione”.

In primo luogo, Peaceful coexistence si sofferma sulla difesa dei diritti civili per categorie identificate sulla basa della razza, colore, sesso, orientamento sessuale ed “identità di genere”, mentre omette di menzionare l’appartenenza religiosa.

In secondo luogo, questo rapporto suggerisce di reputare legittimo restringere o di fatto negare la libertà religiosa qualora questo venga giudicato opportuno per meglio tutelare i “diritti civili” di alcuni gruppi, come ad esempio gli omosessuali.

Eppure, la libertà religiosa è un diritto teoricamente indiscusso nella costituzione americana, poiché il primo emendamento stabilisce il diritto al libero esercizio della religione, assieme alla libertà di parola, alla libera associazione ed alla libertà di riunione. Al contrario, con l’eccezione dei principi di non discriminazione razziale presenti negli emendamenti XIII, XIV e XV, le cosiddette norme antidiscriminatorie sono semplici costrutti di legge od applicazioni di decisioni giudiziarie.

Le conseguenze dell’applicazione dell’indirizzo politico di Peaceful coexistence potrebbero essere gravi ed estendersi progressivamente alla società. Ad esempio, si potrebbe giungere a chiedere d’imporre ad ecclesiastici di celebrare nozze omosessuali, oppure proibire di affermare dal pulpito che l’aborto è un peccato. Una volta affermato il principio che la libertà religiosa può essere limitata, o di fatto negata, in nome della “uguaglianza”, quale viene interpretata da certi teorici della sinistra radicale, si potrebbe innescare un meccanismo inarrestabile di coercizione della coscienza, del pensiero e del linguaggio. Si giungerebbe, così, all’esatto opposto di quella limitazione del potere politico, fondata sull’identità morale e religiosa del popolo americano, che costituiva la sua originale tradizione.

La relazione della commissione parlamentare degli Usa non è l’unico indizio di un profondo cambiamento sopravvenuto nella prassi politica americana, ovvero in parte della classe dirigente della Federazione. Ha destato molta inquietudine una precisa dichiarazione di Hillary Clinton, rilasciata al “2015 Women in the world summit”, in cui ella ha affermato recisamente: «deep-seated cultural codes, religious beliefs, and structural biases have to be changed». Ella ha sostenuto, quindi, che «codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e condizionamenti strutturali dovranno essere cambiati». Si tenga conto delle posizioni abortiste della Clinton medesima e di come ella stesse parlando, fra le misure a sostegno della cosiddetta condizione femminile, anche della “pianificazione familiare”, pseudonimo di aborto.

Una tale affermazione dichiara apertamente l’obiettivo del potere pubblico di voler cambiare le dottrine religiose, qualora siano giudicate contrarie ai principi dell’ideologia governativa. Se davvero si applicasse un simile progetto di ingegneria socioculturale, che cosa resterebbe della libertà religiosa?

Non sorprende, quindi, che sia emerso dalla pubblicazione di messaggi di posta elettronica che John Podesta, stretto collaboratore della Clinton e suo curatore della campagna elettorale per le presidenziali americane, abbia auspicato, già nel 2012, ciò che egli definiva una «primavera cattolica». Essa, facsimile delle varie “primavere arabe”, avrebbe dovuto condurre al cambiamento radicale della stessa dottrina della Chiesa.

Questi pochi esempi possono dare una misura del divario fra l’America di oggi e quella descritta dal Tocqueville, che scriveva: «Così dunque, allo stesso tempo che la legge permette al popolo americano di fare tutto, la religione gli impedisce di concepire e di osare tutto. La religione, che in America non si mescola mai direttamente al governo, deve dunque essere considerata come la prima delle istituzioni politiche, poiché, se essa non dà agli americani il gusto della libertà, ne facilita grandemente l’uso». Era il cristianesimo, affermava il pensatore francese, ad impedire alla «tirannide della maggioranza» di realizzare negli Usa un dispotismo peggiore, più radicale ed esteso, di quello delle vecchie monarchie europee.

A prescindere da tutto ciò, molti temono che l’Occidente contemporaneo possa essersi incamminato sulla strada di un nuovo totalitarismo, che si prefigge l’imposizione alla società di una antropologia paradossalmente contraria alla natura umana stessa. Il saggio Unisex – La creazione del mondo senza identità di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta ricostruisce il progetto pervasivo che sottostà all’ideologia detta gender, di cui femminismo e controcultura omosessuale sono i cardini e che si propone lo snaturamento (alla lettera) dell’essere umano. L’Homo sapiens sapiens, distinto nei due sessi del maschio e della femmina, diversi e complementari per intelligenza, psicologia, comportamento, biologia, dovrebbe essere sostituito da un “uomo nuovo” unisex, amorfo e privo di identità. Trattandosi di un progetto contrario alla natura umana stessa, esso può realizzarsi unicamente attraverso la coercizione, e difatti viene portato avanti da autorità politiche che pretendono d’imporlo per forza di legge e di estenderlo ad ogni ambito socioculturale: la famiglia, la scuola, l’abbigliamento, persino il linguaggio.

Proprio l’esempio della lingua evidenzia come il potere statale spesso si arroghi un’autorità in contesti che non gli sono mai appartenuti finora. È rimasto proverbiale l’esempio riportato da Svetonio nelle sue “Vite dei Cesari”, in cui riferisce un aneddoto riguardante l’imperatore Vespasiano. Egli fu corretto da un senatore per aver fatto uso sbagliato di un vocabolo. Floro = questo il nome del senatore - fece cortesemente notare all’imperatore che egli poteva comandare agli uomini, ma non alle parole. Una lingua è una creazione collettiva, assieme tradizionale e democratica, nel pieno senso delle due espressioni, per la quale “usus facit legem”: essa non dovrebbe cadere sotto le decisioni arbitrarie di una autorità politica. Non a caso George Orwell aveva predetto, nel suo celebre romanzo “1984”, che un totalitarismo estremo avrebbe preteso anche di modificare il linguaggio, proprio per imporre il proprio dominio anche in questo. Egli aveva profetizzato la nascita di una “neolingua”, in cui il significato reale dei termini sarebbe stato rovesciato, cosicché il ministero della guerra sarebbe stato chiamato ministero della pace, il ministero degli interni, che terrorizzava la popolazione, sarebbe stato denominato ministero dell’amore, e così via.

Lo scrittore inglese era stato buon profeta, poiché oggigiorno la neolingua è esperienza quotidiana, dalle spedizioni militari dette “missioni di pace” a padre e madre ribattezzati “genitore 1” e “genitore 2”. L’aborto, ossia l’uccisione deliberata e cosciente di un essere umano, è definito “interruzione volontaria della gravidanza” oppure, con un autentico capolavoro di mistificazione linguistica, “maternità responsabile”, sebbene sia la negazione della maternità medesima.

L’Occidente del XXI secolo conta molti casi in cui misure discriminatorie a scapito di date categorie sono chiamate “pari opportunità” o “norme contro la discriminazione”, capovolgendo la realtà. In generale il linguaggio della sedicente “correttezza politica” è un esempio di neolingua orwelliana, con cui si mistifica e si discrimina, mentre al contempo si sostiene di combattere la discriminazione.

Le religioni, a cominciare dal cattolicesimo, ancora teoricamente maggioritario in interi paesi, sono bersagli privilegiati di questi stravolgimenti forzosi: basti dire che si è proposto seriamente di imporre un termine neutro per designare Dio, poiché la tradizionale e biblica forma maschile sarebbe “sessista”.

Il Tocqueville seppe fare molte previsioni di eventi futuri, che si rivelarono sorprendentemente esatte. Il suo massimo timore era che sorgesse una società di esseri umani ridotti ad insetti in un alveare, omologati e tutti uguali forzatamente, in cui la libertà ed il pensiero sarebbero stati ridotti al minimo. Le democrazie, insisteva questo raffinato intellettuale, avevano potenzialità di coercizione maggiori di altri regimi politici, ma erano frenate dai mores e dalla religione. Ora questa barriera rischia di crollare in Occidente - come dimostra il caso degli Stati Uniti, che stanno palesemente stravolgendo la loro tradizione, al suo tempo additata ad esempio da Tocqueville - con il crescere del nichilismo teorico e pratico ed il declino vertiginoso del cristianesimo.

Si arriverà infine in nome dei “diritti” ad una persecuzione anticristiana, forse meno violenta e sanguinaria, ma certamente più subdola ed abile di altre del passato?

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10/11/2016
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