Società

di Lucia Scozzoli

Nel cognome del padre e della madre

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Ogni cosa che succede in Italia e nel mondo ultimamente viene interpretata come un passo in avanti per la parità delle donne. Evidentemente eravamo davvero indietro (oppure ormai siam passate avanti ed è ora di fare dietro front).

In questo filone dei racconti mitici, si inserisce anche la decisione della consulta di questa settimana che accorda ad una coppia italo brasiliana, tali Marcello Galli e Manuela Magalhaes, il permesso di attribuire al figlio il doppio cognome padre madre, come avviene in Brasile, per armonizzare la condizione anagrafica del piccolo, che ha la doppia cittadinanza.

Naturalmente è anche per la parità tra i sessi (ci mancherebbe) ed era ora che un paese retrogrado come l’Italia si desse una svegliata in tal senso: la legge sul doppio cognome giace arenata al senato dal 2014 (magari abbiamo altre priorità eh) e quindi siamo sempre tutti molto felici quando il potere giudiziario si sostituisce a quello legislativo forzando la mano (o almeno sembrano felici i giudici e i giornalisti di Repubblica).

Fatto sta che tutti i bambini nati dopo l’11 dicembre avranno la facoltà di fregiarsi del doppio cognome, se i genitori lo vorranno e saranno d’accordo sull’attribuzione multipla.

E se non sono d’accordo? Beh, di preciso non si sa. Si suppone che varrà la prassi assodata, per cui si darà il cognome paterno. La legge arenata al Senato prevede l’attribuzione per ordine alfabetico. Non si sa quale dei due criteri sia più arbitrario e discriminatorio, e lo dico dalla profondità della “S” con cui inizia il mio cognome, penultima nell’elenco per tutta la mia vita scolastica. Esiste qualcosa di più ingiusto di un ordine alfabetico, ereditato senza colpa e da cui non ci si può redimere?

A parte le battute spiritose, però, è il caso di indagare quanto questa norma del doppio cognome sia in effetti e nella sostanza un passo in avanti nella parità dei diritti delle donne e quanto sia invece la solita becera propaganda di facciata e diamo un’occhiata a quel che succede all’estero:

* In Francia il figlio può ricevere il cognome di uno o dell’altro genitore o entrambi i cognomi.

* In Germania i coniugi possono mantenere il proprio cognome o decidere quale cognome coniugale (Ehename) adottare ed assegnare alla prole. Il cognome coniugale può comunque essere preceduto o seguito dal proprio.

* Nel Regno Unito al figlio può essere attribuito il cognome del padre, della madre oppure di entrambi i genitori; è altresì possibile assegnare un cognome diverso da quello dei genitori.

* In Spagna vige la regola del “doppio cognome”, per cui ogni individuo porta il primo cognome di entrambi i genitori, nell’ordine deciso in accordo tra di essi.

* In Islanda si usa il patronimico al posto del cognome. Ossia ogni persona assume come cognome il nome del padre seguito dal suffisso *son* se maschio, *dottir* se femmina. Pertanto, solo i fratelli maschi o le sorelle femmine avranno cognome uguale fra loro, mentre nella stessa linea di fratelli e sorelle ci saranno due cognomi.

* In Russia viene utilizzato il patronimico seguito dal cognome.

* In Tibet, in Eritrea ed in Etiopia i cognomi non esistono.

Mi pare di aver capito che la consulta ci invita sulla via della Spagna, cioè della trasmissione del primo dei propri cognomi (nell’ordine preferito), per cui il figlio di Mario Rossi Neri e Alice Bianchi Gialli si può chiamare Arturo Rossi Bianchi o Arturo Bianchi Rossi. Magari pure due fratelli potranno avere cognomi diversi (ma tanto in questa società di figli unici, chi li ha più i fratelli?)

Quando andavo a scuola io, la lezione che non mancava mai appena si era imparato a scrivere quattro lettere assieme era la ricostruzione del proprio albero genealogico, attività assai appassionante per un bambino: disegnare un albero che si allarga velocemente ad ogni gradino, con la comparsa di tutti quei nomi sconosciuti, quei volti lontani, e magari imbattersi in un omonimo due generazioni più indietro, è un’emozione forte, che dà un profondo senso di appartenenza ad una genealogia, ad una stirpe, costruisce identità e sicurezza.

In questo marasma di incroci casuali e vezzosi, non sarà più così facile ricostruire genealogie e soprattutto la profonda sensazione di tribù e famiglia che si ricavava da quel cognome ereditato da lontano finirà per dissolversi nel sentimentalismo dei genitori e nelle loro motivazioni contingenti, non più vecchie di un decennio, che li hanno spinti a scegliere per il figlio quel cognome piuttosto che un altro.

Per il momento, comunque, il doppio cognome è solo una prerogativa facoltativa, per cui staremo a vedere se ci sarà tutto questo gran correre a usufruirne: si sa che ultimamente i nostri progressisti legislatori e giudici, invece di farsi interpreti e normatori di istanze della popolazione, hanno la pretesa di crearli, i bisogni, di indurre nei cittadini dei comportamenti di cui avrebbero fatto tranquillamente a meno, spacciandoli come naturale progresso evolutivo della società.

Quindi è pure probabile che il ricorso al doppio cognome si diffonda rapidamente, soprattutto perché ci sono sempre più situazioni in cui una donna potrebbe volerne approfittare come atto di rivalsa indipendentista (che è esattamente lo spirito con cui la sentenza è stata presentata): madri single, o semplicemente non sposate, accompagnate ad un uomo che si prende le sue responsabilità a giorni alterni, o che proprio se l’è data a gambe. Oppure madri in carriera, orgogliose di ostentare una condizione di parità nominalistica, come sintomo di superiorità effettiva.

Certo è che un bambino col doppio cognome avrà il doppio da scrivere sui documenti che firmerà, a partire dal quaderno di scuola, e forse avrà anche da sciogliere qualche nodo affettivo familiare, nonché da rispondere a se stesso, e a chiunque glielo domanderà, su come mai ha due cognomi invece che uno.

Inoltre la prassi di tramandare il cognome paterno è un atto che serve a ristabilire una parità tra i sessi che la natura ha rinnegato, avendo dato alla donna il primato di partorire: chi sia la madre di una creatura è sempre certo (o almeno lo era in epoca pre utero in affitto e fecondazione artificiale), mentre il padre è formalmente incerto. Assegnare ad un bambino il cognome del padre serve per creare legislativamente quel legame indissolubile di certezza che un figlio ha solo con la madre. Questo lo sa bene Lo Giudice, il quale si è affrettato a gioire per la nuova norma, sperando di poterne usufruire anche lui per assegnare ai figli comprati anche il suo cognome ed affermare una genealogia biologicamente assente.

L’atto del riconoscimento all’anagrafe del padre ha un significato di assunzione di responsabilità e di volontà di partecipazione all’identità di quel figlio, insieme alla madre che ne è indissolubilmente e prioritariamente depositaria.

A me sembra che questo nuovo presunto diritto di dare il cognome materno abbia il sapore di un’emarginazione maschile, nel solco della marginalizzazione già in atto da un bel po’ del ruolo paterno.

Un padre non serve più nemmeno per dare il cognome. Ma non so se poi le donne sono così liete di vivere in una società di Amazzoni. Sicuramente i figli no.

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12/11/2016
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