Storie

di Claudia Cirami

Belle, perdute e ritrovate: Teodora, Grace e Melania

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Melania, Grace, Teodora. Tre donne diverse accomunate però da due elementi: l’apparente distanza dal mondo del potere e la capacità di adeguarsi a questo. Una storia che testimonia come l’outsider possa essere talvolta la persona giusta al momento giusto, in grado di travolgere, con la propria efficienza, pregiudizi e ostacoli, per essere – nel caso di una donna – la compagna perfetta per l’uomo di potere. Come fosse un archetipo, la figura di donna apparentemente fuori contesto ma in grado di “imprimersi” al cuore del potere si è più volte ripresentata nella storia e, come si vedrà, ogni volta è stato insieme uno stupore e una conferma. Condividendo con altre donne, più adatte di loro e quasi naturalmente portate per ruolo o eredità familiare ad occupare un posto importante, la sorte di essere l’ombra e, insieme, il simbolico riflesso che emana un uomo di successo, il quale, probabilmente, senza una compagna accanto in grado di sostenerlo, può essere vincente allo stesso modo e la storia lo ha dimostrato. Indubbiamente, tuttavia, essere in due è meglio, se ognuno compie le scelte più opportune per l’altro.

L’abbiamo vista sorridente accanto al marito, Melania Knauss Trump, nel momento del coronamento di una lunga stagione esaltante ma insidiosa fino alla fine. Essere la moglie di Trump non sarà certo facile da questi momento in poi: Melania, slovena naturalizzata statunitense, aveva sposato un imprenditore miliardario e probabilmente mai avrebbe immaginato che suo marito si sarebbe fatto tentare dalla politica. Poi è successo e la donna si è trovata catapultata in un mondo dove ogni piccolo passo falso può costare carissimo. Dove ogni peccato può venir messo in vetrina perché possibile occasione per atterrare un avversario. Eppure il marito ce l’ha fatta, si trova sulla vetta del mondo e ora c’è da chiedersi – se si è trattato di un miracolo politico (e in un certo senso lo è stato) – quanto Melania sia coartefice di questo successo. La donna che aveva scelto la moda e che a questa si era dedicata anche quando aveva smesso di sfilare, si trova ora di fronte a qualcosa di certamente più grande di quello che aveva immaginato, come il marito. Eppure, fin dall’inizio della campagna per le presidenziali, non si è tirata indietro. C’è un’immagine di lei che dice e testimonia il suo impegno e lo sforzo di adeguarsi già a quello che sarà: quando ha parlato in tv, lo sguardo serio, gli occhi lucidi, prendendo le distanze dalle parole sessiste del marito ma non da lui, anzi “riforgiandolo” con le sue parole come un uomo nuovo, a cui gli americani potessero credere e a cui, in effetti, hanno creduto. Il giorno dopo la vittoria del marito, con le violente proteste anti-Trump – che hanno scosso non tanto l’America, ma la visione di un’America democratica, ormai al collasso, dove non si accetta più un risultato liberamente ottenuto (inutile meravigliarsi: la dittatura del pensiero unico ha assunto anche queste forme) – Melania ha avuto un assaggio di quello che significheranno questi quattro anni. Avrà la stoffa per resistere? Per essere al fianco di un uomo che forse è più attaccabile di altri che hanno occupato in precedenza il suo posto? I suoi occhi caparbi sembrano dire che è pronta. L’immagine che l’ha ritratta nell’incontro ufficiale con Michelle Obama evidenzia che si stanno fronteggiando due donne, diverse certamente per formazione, ma ormai comprese entrambe in quella complicata e delicata posizione che una ha appena finito di occupare e l’altra ha appena iniziato a farlo. Se una foto è un simbolo, questa può esserlo di come il mix tra scelte personali e circostanze possono contribuire a condurre due donne differenti allo stesso ruolo: erano lontane anni luce, forse, adesso non lo sono più. Paradossalmente potrebbe anche accadere che l’ultima arrivata lasci un segno maggiore rispetto alla prima, proprio perché adesso è solo questione di come Melania Trump saprà gestire il suo matrimonio e la sua posizione di First Lady.

Grace voleva e doveva essere attrice e lo fu in modo straordinariamente ammaliante. In realtà, però, a guardarla sulla scena c’era già allora qualcosa in lei che diceva altro: il portamento regale, i gesti misurati, la bellezza non esibita. Era un’eredità familiare – Grace arrivava da una famiglia bene di Philadelphia – ma che aveva saputo conservare intatta nel grande schermo. Non a caso divenne una delle attrici predilette di quell’uomo che, quando girava, nulla lasciava all’improvvisazione, né alle tipiche mattane da star: Hitchcock. Con lui recitò in alcune pellicole che ancora oggi conservano un loro fascino: Il delitto perfetto (1954), La finestra sul cortile (1954) e Caccia al ladro (1955). Tre capolavori del cinema che devono anche alla sua recitazione, ma soprattutto alla sua presenza scenica, il loro successo. Hitchcock aveva per lei una notevole predilezione e probabilmente avrebbero ancora lavorato insieme se, nell’ultimo set del grande maestro, Grace non si fosse imbattuta nell’uomo che doveva diventare suo consorte, ma anche lo strumento principale della sua leggenda mondana, Ranieri di Monaco, con cui convolò a nozze l’anno dopo averlo conosciuto: il 18 aprile del 1956. Se l’osserviamo un attimo in una delle foto, scattate anni dopo, in cui si affaccia sul balcone nel Principato, notiamo quello che attrasse chi l’ha conosciuta e gli uomini (tanti) che persero la testa per lei: Grace è una visione color crema, con un capello dalla tesa in tinta e gli occhiali scuri. È una foto del 1981, un anno prima di morire. È principessa da quasi 30 anni, ma in un modo inspiegabile è anche la diva di un tempo. Come un rincorrere se stessa da principessa a diva e da diva principessa lungo una vita. Forse fu questo enigmatico essere sospesa tra due mondi ad incantare prima il principe, poi i sudditi del piccolo principato e a far aumentare in misura esponenziale quella fama che già la circondava. Quando sposò Ranieri, Grace Kelly salutò il mondo del cinema che, oltre ad averle dato il successo, le aveva regalato anche un Oscar per La ragazza di campagna (1954). Il suo ultimo film fu una commedia musicale con un titolo che in qualche modo sembrava persino profetico, Alta società. L’addio al cinema di Grace Kelly può in un certo modo lasciare stupefatti. Aveva vinto l’opposizione familiare per calcare le scene e, adesso, era pronta a rinunciarvi senza apparentemente batter ciglio. Il suo comportamento potrebbe spiegarsi, naturalmente, facendo riferimento al profondo sentimento che la legò al consorte, ma verosimilmente c’è di più. Grace Kelly, ovunque andasse, sembrava destinata a creare attorno a sé attenzione e ammirazione: il passaggio dal cinema al principato fu quasi uno sbocco inevitabile. Grace – diva una volta, poi principessa – era sempre identica a se stessa, un’attrazione naturale verso cui tutti non potevano fare a meno di essere rivolti. Che fosse al cinema o tra i regnanti europei, Grace sapeva essere a suo agio, come se avesse portato iscritto dentro di sé che una donna simile non poteva avere un destino comune. Alcune volte fu tentata di ritornare sul grande schermo, una delle volte con l’uomo che più di ogni altro le aveva regalato la notorietà: tuttavia, alla fine disse no. Perché quel ciclo aveva avuto il suo compimento o almeno così doveva essere. La Kelly adesso era altro. Ranieri l’aveva sposata perché, oltre ad essersene innamorato, la Kelly era cattolica e avrebbe potuto dargli degli eredi che consentissero al principato di mantenere la sua autonomia. Così accadde: nacquero in pochi anni Carolina (1957), Alberto (1958), Stefania (1965). Ma il suo ruolo non fu soltanto funzionale alla preservazione dell’indipendenza del piccolo regno: la favola bella dell’attrice che diventa principessa fu fondamentale per regalare al Principato notorietà e turismo, mondanità e soldi. Soprattutto, però, garantì una classe e uno stile inimitabile, che le figlie non sono mai riuscite, infatti, a riprodurre, trovandosi o protagoniste di piccoli e grandi scandali oppure, talvolta, nell’anonimato di un silenzio che le ha messe in ombra, come se fosse difficile essere al centro dell’interesse popolare e mediatico come accadde alla madre e, nello stesso tempo, come lei non offrire un cattivo spettacolo dei propri sentimenti e delle proprie vite. C’era forse un lato oscuro nella sua vita e rivelazioni o pettegolezzi dicono che, forse, come tutti, fu meno felice e risolta di come siamo tentati di pensare: c’erano poi le piccole e grandi sofferenze della quotidianità, come accade ad ognuno. Le fiabe belle o brutte che siano, tuttavia, certe volte hanno nella vita esiti drammatici. Eppure, per certi versi, anche la prematura e misteriosa scomparsa della principessa divenne altra “materia” per la sua leggenda. Rivelazioni e contro-rivelazioni, da anni, si susseguono per dire la parola fine – e chissà mai se succederà – su quell’enigmatico incidente stradale, che ebbe l’esito più inatteso e fatale. Accadde il 13 Settembre del 1982: Grace morì a 52 anni. Guidava lei? La figlia Stefania? Stavano litigando? Fu un normale incidente? Ebbe un malore prima di morire? Qualcuno aveva manomesso i freni? E se sì perché? Ipotesi su ipotesi che, ogni volta, ci restituiscono pochi frammenti di una verità che forse non si troverà mai ma, al tempo stesso, ci lasciano ampi bagliori di una vita entrata nel mito a cui si guarda ancora con una certa nostalgia. Se fosse ancora viva, Grace Kelly avrebbe compiuto 87 anni oggi. Ranieri morì nel 2005: proprio sul finire dei suoi giorni, Grace aveva accettato di ritornare al cinema e stava lavorando come interprete di un film che, tuttavia, non fu ultimato per la sua scomparsa e il marito non volle che fosse mostrato. Grace era ormai principessa per l’eternità e tale doveva rimanere.

Teodora sapeva di essere bella, aggraziata e le piacevano gli uomini. Era una donna di origini modeste e la sua fortuna – secondo quello che ci raccontano gli storici, tra cui Procopio di Cesarea – poteva essere affidata solo alla professione di ballerina o attrice. Ma quell’ammirazione per gli uomini, ampiamente ricambiata, la spinse presto su strade che erano apparentemente più foriere di nuove fortune e certo di nuove avventure. Teodora poteva essere solo una ballerina o un attrice di un certo successo ma divenne anche una prostituta. Qui non sapremo mai veramente quanto queste narrazioni fossero fondate sul pregiudizio che certe professioni siano sbocco inevitabile di dissolutezza e prostituzione. Procopio ce la presenta come la quintessenza della dissolutezza, dedita ad accoppiamenti selvaggi e ad uno stile di vita licenzioso, ma forse la sua penna pecca un po’ di malafede ed esagera le tinte fosche per motivi politici. Eppure deve esserci una minima parte di verità nel racconto se anche altre fonti, persino meno ostili, ci dicono che la donna aveva dei trascorsi peccaminosi. Sappiamo tuttavia che Teodora volle dire un giorno basta alla sua vecchia vita, per lo meno a quell’incertezza sentimentale che la rendeva la donna di tutti e di nessuno. Ambiva ad essere qualcosa di più: così quando entrò nel favore di un maturo e ricco corteggiatore, Ecebolo di Tiro, non esitò ad abbandonare il mondo che l’aveva vista protagonista e a seguirlo per diventare la ricca moglie di un governatore. Ma le vecchie vite non ci abbandonano davvero e ce le conduciamo dietro finché qualcosa non ci cambia nel profondo. Così, dopo che il maturo corteggiatore, stanco dei suo tradimenti e delle sue spese folli, la lascia, Teodora torna al suo mondo, forse in modo più dimesso. Ed è qui che entra in scena Giustiniano, nipote di Giustino, che con lei sarà imperatore di Bisanzio. La loro storia d’amore culmina in un matrimonio e per sposarla occorse una modifica al Codex Justinianum per consentire le nozze con un’attrice se si fosse pentita di quello che era stata un tempo. Riuscirono da soli a far di nuovo grande l’impero e, nello stesso tempo, Teodora incontrò la fede (anche se è dibattuto se si sia trattato veramente di adesione sincera al cattolicesimo o, più realisticamente, alla sua versione eretica del monofisismo, perché le simpatie di Teodora per i monofisiti furono evidenti). Nell’impero si dimostrò capace di consigliare il marito, determinata, sicura: le occasioni in cui dovette dimostrare le proprie capacità furono diverse e seppe anche compiere scelte forti e che non erano immuni da una crudeltà tipica di quei tempi lontani. L’antica donna dissoluta che era stataaveva lasciato assolutamente il posto ad una nuova che aveva ben chiaro il ruolo a cui era stata chiamata. Quando morì, di malattia, nel 548, molti ebbero la consapevolezza che non era morta una donna qualunque. Se dovessimo valutare tutte le outsider che arrivano al potere guardando alla figura di Teodora, potremmo dire che non c’è necessariamente ostacolo che possa pregiudicare a qualsiasi persona, qualunque origine sociale abbia e qualsiasi siano stati i suoi trascorsi, la possibilità di lasciare un segno indelebile quando è chiamata a ruoli notevoli.

Questa breve carrellata ci mostra che nelle stanze che contano non c’è posto soltanto per le Jackie, così naturalmente vocate ad un destino naturale di potere da poter persino essere identificate soltanto con il nome, o le Hillary Clinton e le Michelle Obama, per studi e formazione consorti in grado da subito di supportare l’attività del marito. Si tratta più di un fatto caratteriale e di quell’inclinazione naturale a comprendere qual è la posta in gioco e quali possono essere le migliori strategie di pensiero e comportamento in grado di assicurare la prosperità del proprio paese, anche sacrificando – come spesso è accaduto – qualcosa di personale. Non sembra esserci impedimento alcuno perché anche una persona che non ha affinità con il mondo del potere possa fare bene. Dipende più da lei, dalla capacità con cui riuscirà ad entrare in empatia con gli altri, con quella disponibilità a dare consigli e sostegno all’uomo cui è accanto. Come diceva Eleonore Roosvelt, moglie abile di un presidente degli Stati Uniti: «La filosofia personale di ognuno non si esprime al meglio attraverso le parole; è espressa nelle scelte che si fanno. Nel lungo periodo, modelliamo le nostre vite e modelliamo noi stessi. È un processo continuo fino alla morte; e le scelte che facciamo sono in definitiva una nostra responsabilità». Queste parole inquadrano perfettamente la consapevolezza del ruolo rivestito e, in qualche modo, potrebbero applicarsi ad ognuna delle donne di cui abbiamo trattato. Il processo continuo a cui ha fatto riferimento la Roosvelt, proprio perché chiama in causa il proprio senso di responsabilità, non sembra precluso ad alcuno. Tantomeno alla signora Trump.

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12/11/2016
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