Media

di Lucia Scozzoli

Gli ossequi mediatici al “doppio cognome”

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Si sta rivelando sempre più eclatante come l’ovvio disturbi spaventosamente. E mi ritrovo a stupirmi di come alcune banali considerazioni di buon senso scatenino tanto scalpore. Nello specifico, ieri ho scritto quattro righe spedite sulla sentenza della consulta che scavalca il parlamento italiano, nel quale giace una legge dal 2014, e rende legale l’opzione del doppio cognome anche in Italia: la mia critica non è tanto alla sentenza (di cui peraltro non sono ancora note le motivazioni), quanto all’esultanza generalizzata dei giornali e allo sbandieramento di tale sentenza come progresso di emancipazione femminile.

Ma scusatemi tanto, indignati di tutto il mondo, com’è che negli USA una donna maritata può assumere (e lo fa quasi sempre) il cognome del marito e capita pure che se lo tiene anche se divorzia (vedi Lindsey Vonn)? Non è sessismo questo? Non è maschilismo interiorizzato, secondo il nuovo gergo da psico polizia? Com’è che pure Hillary Clinton, paladina dei nuovi diritti femministi e affini, si tiene ben salda il cognome del marito?

Ecco, andare ad indignarvi un po’ più in là, quando dico che la possibilità di mettere il doppio cognome al figlio non mi pare un atto di emancipazione femminile.

La scelta del cognome, ove possibile, è fatta sempre e solo secondo criteri di convenienza economica e di prestigio, per cui è ovvio che, potendo scegliere, un figlio di una Agnelli preferirebbe il cognome della madre a quello del padre (e non certo l’unione di entrambi), e in questa scelta non c’è traccia di fantomatica parità tra i sessi né di conquiste femministe.

Quando il cognome viene brandito come forma di rivendicazione materna, siamo in presenza di fratture tra i due genitori, e quel desiderio di rivalsa della madre sul padre sa tanto di pessimo sintomo di salute della coppia, non mi pare un sentimento di cui rallegrarsi, soprattutto per il futuro del nascituro.

Ci tengo a sottolineare che anche la coppia che ha scatenato la causa che ha poi prodotto la sentenza della consulta, Marcello Galli e Manuela Magalhaes, aveva come obiettivo l’armonizzazione del nome del figlio tra Brasile e Italia, dal momento che la legge brasiliana assegna il doppio cognome e il bambino ha la doppia cittadinanza, non certo la rivendicazione femminista di tramandare con orgoglio anche la denominazione materna. Tra l’altro se il primo cognome assegnato è, come in questo caso, quello del padre, la “discriminazione sessista” è solo rimandata di una generazione.

Questi mi sembrano fatti di una banalità sconvolgente, davvero mi domando da dove sorga la polemica. Se poi vi volete rallegrare per la demolizione di una norma vecchia di secoli per mano della magistratura e in barba al rispetto della costituzione, che dà il potere legislativo al Parlamento, mi sembra che abbiate anche qualche carenza in merito al diritto, oppure avete in dispregio la costituzione e credete nella favoletta della oligarchia illuminata dei magistrati da cui scenderà tutto il bene possibile, in spregio alla democrazia che prevede l’elezione del Parlamento da parte del popolo. Ma questa teoria, della democrazia fallace e del suffragio universale da correggere, ultimamente sta prendendo piede, soprattutto da quando il popolo si ostina a votare diversamente da come indicano i giornali.

In ultimo, ma non per ultimo, la mia ostilità alla norma non è solo formale, per le modalità in cui è stata inserita (e cioè un colpo di mano della magistratura, su istigazione dell’Europa e dei suoi oligarchi), ma anche di contenuto: in Italia la famiglia, benché depredata da leggi ingiuste e aggredita quotidianamente da un mainstream spietato, che esalta la singlitudine e l’omosessualismo, e demonizza la maternità, sembra stranamente resistere, nella sua conformazione classicamente intesa, di padre, madre e figlioli, grazie anche al sostegno concreto e indispensabile dei nonni, che in tantissime realtà si sostituiscono alle mancanze di uno stato sociale tarato su misura per i single. I nonni fanno da asilo nido meglio e gratis, i nonni aiutano economicamente i figli in difficoltà, i nonni restano accanto alle nuove famiglie, spesso anche in senso spaziale e non solo morale, rendendo ogni coppia meno sola e più sicura di sé.

Invece illustri esponenti del governo, a più riprese, hanno affermato che il futuro è la liquidità: relazioni instabili, casa non di proprietà, disponibilità a spostarsi di continuo, posto precario, e, conseguentemente, niente figli o al massimo uno.

Nella norma così obsoleta e patriarcale di tramandare in modo rigido, da secoli, il cognome paterno, è nascosta la capacità degli italiani di restare aderenti alla propria identità personale e familiare, per cui nella sala d’attesa del dottore il cognome di un bambino che riecheggia accende in tanti l’associazione mentale al padre o al nonno che magari si conoscono, permette di riagganciare una trama storica del territorio che restituisce esattamente un quadro identitario definito. Sul web esistono semplici e simpaticissimi siti che forniscono la distribuzione spaziale dei cognomi sul territorio nazionale: è bellissimo vedere come il proprio cognome si sia localizzato, dietro ad ogni focolaio c’è una storia di emigrazione, un amore o un lavoro che hanno portato in un’altra regione, un filo di Arianna che ricuce e fa sentire sempre parte di un tutto.

A me piace questa norma, mi piace perché esiste da tanto prima che esistessi io e grazie al suo rigore io posso incontrare uno Scozzoli in fila alle poste e domandare in che modo siamo parenti (che anche al 6° grado si resta sempre parenti, almeno nel cuore) e sentirmi più vicina e più salda, come la foglia che scopre di essere attaccata ad un rametto, che sbuca da un ramo più grande, che viene da un tronco possente, che affonda le sue radici stabilmente in terra.

Il mio nome è stato scelto dalla cura e dall’amore dei miei genitori, dalla loro particolare sensibilità e originalità. Il mio cognome viene dalla storia che anche loro, i miei genitori, non possono cambiare, su cui non hanno più potere. Avere la prerogativa di fare di ogni figlio una tavolozza bianca, far spuntare un Rossi da un Verdi e un Bianchi, più che un atto di libertà, mi pare l’esercizio arbitrario di un vezzo modernista, la pretesa di essere i padroni indiscussi della nuova creatura a dispetto di tutto l’entroterra esperienziale e storico dei due genitori. Noi nasciamo da qualcosa che esiste e quel qualcosa forma la nostra identità.

Non cambierei mai la nostra obsoleta legge sui cognomi con la liquidità permessa in Francia o Germania, e mi pare una complicazione inutile il modello spagnolo. Non ritengo che la libertà di scelta sia sempre e per forza un bene, soprattutto se brandita come arma di emancipazione di un coniuge sull’altro, peraltro sulla pelle del minore che dovrà portarsi il cognome addosso per tutta la vita (a meno di iniziare una noiosa pratica legale per cambiarselo una volta adulto).

Infatti qui state tutti a cianciare di emancipazione femminile e bla bla bla, ma non è mica la madre che si cambia il cognome: è la povera creatura appena nata. La facciamo partire subito con un bel carico di responsabilità: essere l’oggetto di una contesa millenaria tra i sessi. Ma un figlio non dovrebbe essere il frutto dell’amore e dell’alleanza tra uomini e donne?

15/11/2016
1801/2017
Santa Prisca

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