Storie

di Giuseppe Brienza

Perù: consacrazione ai “sacri cuori”

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Interessa a qualcuno che, lo scorso 21 ottobre, un importante capo di Stato sudamericano, l’economista Pedro Pablo Kuczynski, ha consacrato sé stesso, la sua famiglia, il Governo, lo Stato e la Nazione peruviana «al Sacro Cuore di Gesù ed al Cuore Immacolato di Maria»? La domanda è lecita perché, in Italia, tranne qualche piccola testata cattolica, la notizia non è stata data da nessun mezzo di comunicazione nazionale.

Ci pensa quindi “La Croce” a informare ed a complimentarsi con Kuczynski, in carica dal 28 luglio 2016, per l’ottima scelta di ricorrere, come recita la formula originale della consacrazione, «al amor y proteccion de Dios Todopoderoso a traves de la intercesion del Sagrado Corazon de Jesus y del Inmaculado Corazon de Maria» (cit. in Oscar Sanguinetti, 1873-2016: 143 anni fra una Consacrazione e l’altra, in www.alleanzacattolica.org, 28 ottobre 2016).

Alla cerimonia del 21 ottobre, cui ha partecipato anche Luz Salgado, presidente del Congresso della nazione peruviana, il presidente ha proclamato questa impressionante (lo dico in senso positivo) formula di consacrazione: «Io, Pedro Pablo Kuczynski, Presidente della Repubblica del Perù, con l’autorità conferitami, faccio un atto di consacrazione di me stesso, della mia famiglia, qui presente con mia moglie e della Repubblica del Perù all’amore e alla protezione di Dio Onnipotente per intercessione del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria. Metto nelle loro mani amorose il mio governo con tutti i suoi lavoratori e i cittadini che si trovano sotto la mia responsabilità. Offro a Dio Onnipotente i miei pensieri e le mie decisioni come presidente, affinché li utilizzi per il bene del nostro paese e rimanga sempre consapevoli dei Dieci Comandamenti per governare. Chiedo a Dio, per intercessione del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, di ascoltare e accettare il mio atto di consacrazione e coprire il nostro paese con una protezione speciale. Con questa preghiera chiedo perdono a Dio per tutti i peccati che ho commesso in passato, per tutti quelli che sono stati fatti nel passato della Repubblica e per tutte le decisioni che sono state prese contro i suoi dieci comandamenti, chiedendo il loro aiuto per cambiare tutto ciò che ci separa da lui. Io, Pedro Pablo Kuczynski, in qualità di Presidente della Repubblica del Perù, dichiaro questo solenne giuramento davanti a Dio e cittadini del nostro paese oggi 21 ottobre 2016».

Figlio di un medico tedesco di origine ebraico-polacca, il 45º presidente del Perù è nato a Lima il 3 ottobre 1938. Di professione economista e imprenditore, è stato già Ministro dell’ambiente, dell’Economia e delle finanze e, da ultimo, Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro degli esteri dall’agosto 2005 al luglio 2006. Alle elezioni generali del 2016 si è affermato alla prima carica della Repubblica battendo al ballottaggio del 5 giugno la più forte (nell’establishment) candidata Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, il quale sta scontando una pena di 25 anni in carcere per corruzione e violazione dei diritti umani.

Nonostante stia affrontando una situazione politica nazionale assai complessa, nella quale ha necessità di governare costantemente con l’appoggio delle opposizioni, per la sua integrità morale, non appena entrato in carica come presidente del Perù, Kuczynski ha voluto dichiarare che non intende amnistiare Alberto Fujimori, sebbene non intende opporsi alla concessione degli arresti domiciliari al vecchio presidente, qualora il Parlamento approvi una riforma che glielo permetta.

Fondatore e presidente per oltre 7 anni del nuovo partito PPK-“Peruviani per il Cambiamento” (“Peruanos Por el Kambio”, 2010-2016), Kuczynski è stato già candidato alla Presidenza della Repubblica nel 2011, classificandosi al terzo posto. La sua recente elezione è frutto anche dell’importante appello rivolto ai candidati alle presidenziali alla vigilia delle elezioni dall’arcivescovo di Lima cardinal Juan Luis Cipriani Thorne. Quest’ultimo aveva infatti chiesto a tutti i candidati di «non schiacciare» la famiglia ma, anzi, di ritornare a rispettare il diritto-dovere originario dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni. Nello stesso discorso pubblico, che ha avuto ampia eco nel Paese, il porporato aveva anche criticato i pericoli dell’ideologia gender, «una corrente che fa della differenza tra uomini e donne un fatto sociale, piuttosto che qualcosa di biologico o naturale». Secondo Cipriani Thorne, inoltre, la Chiesa ha il dovere di intervenire «in un momento in cui la società sta disfacendo la sua organizzazione a livello mondiale con questo veleno che è l’ideologia di genere, che non riconosce che ci sono uomini e donne e neppure riconosce che la nascita è il prodotto tra un uomo e una donna. Si stanno distruggendo ciò che sono la maternità e la paternità e al tempo stesso il matrimonio e l’istituzione familiare» (cit. in G. Brienza, #Cipriani, un Cardinale contro le “nozze” gay, in “La Croce quotidiano”, 19 gennaio 2016, p. 5).

La decisione di Kuczynski di rimettere la religione al centro della vita pubblica, gli sta causando, com’era naturale prevedere, le opposizioni concertate e le campagne mediatiche innescate dalle forze laiciste e massoniche che, fino ad ora, hanno goduto invece di piena libertà e influenza nel sistema economico-politico del Perù. Nelle ultime settimane è per esempio montata la polemica demagogica sugli alti introiti annuali del nuovo presidente che, per la sua professione, gode naturalmente di redditi superiori alla media del Paese sudamericano (cfr. Presidente Perù se queja que su sueldo es muy bajo, in “El Universo”, 21 ottobre 2016). Fra l’altro si tratta di critiche che possono essere avanzate proprio a motivo della correttezza e onestà di Kuczymski, che ha reso del tutto trasparenti le sue condizioni finanziarie. La sua vicenda attuale ha fatto richiamare ad alcuni osservatori il parallelo con personaggi politici del passato contemporaneo latinoamericano quali il presidente dell’Ecuador fedelissimo di Pio IX Gabriel García Moreno (1821–1875), che nel 1873 fece consacrare il suo Paese al Sacro Cuore di Gesù e per questo, sarà poi fatto pugnalare a morte dalla Massoneria, il 6 agosto 1875. La stessa massoneria il Venerdì Santo del 1877 ucciderà, avvelenandolo, l’arcivescovo di Quito Jose Ignacio Checa (1829-1877), che aveva compiuto la consacrazione solenne davanti all’episcopato. Storia morta e sepolta? Mica tanto se, pontificato per molti aspetti aperto alla “modernità” come di San Giovanni Paolo II, recandosi nel 1985 in Ecuador, ha recitato proprio la formula di consacrazione di García Moreno per promuovere uno Stato “integralmente cattolico”.

Non contento delle opposizioni e critiche che si sono concentrate su di lui nelle ultime settimane, Kuczynski ha inviato un messaggio di felicitazioni al nuovo Presidente degli Stati Uniti Trump, scatenando altre polemiche perché nel suo partito non è condivisa la sua annunciata decisione di costruire il “muro” di frontiera con il Messico (cfr. PPK envía escueto saludo a Donald Trump por triunfo electoral, in “La republica”, 9 novembre 2016).

Sta di fatto che, il gesto del nuovo presidente del Perù, che richiama indubbiamente quello fatto a rischio della sua vita da García Moreno, arriva proprio alla vigilia della festa della regalità sociale di Gesù Cristo che, espressa in forma compiuta nell’enciclica Quas primas di Pio XI (1922-1939), suscitò a suo tempo reazioni furibonde e violente in quella che allora si presentava come la “Chiesa della ragione”, cioè la massoneria. Come rilevato dallo storico Oscar Sanguinetti, il gesto di Kuczynski si presenta «singolare e imprevedibile». Infatti, il nuovo presidente del Perù, oltre che divorziato risposato, nel passato è stato «promotore di una legislazione progressista su aborto, unioni same sex e gender». Allora cosa pensarne della sua consacrazione? A rispondere è sempre Sanguinetti: «Non pochi sono gli interrogativi che il gesto suscita e occorre attendere di capirne meglio le motivazioni. In ogni caso, non riesco a non pensare a come Dio - “che ci stupisce e ci sorprende sempre” - dimostri ancora una volta di tessere i fili della storia in maniera invisibile, sì da porci all’improvviso davanti a realtà che la ragione ci sconsiglierebbe di porre fra le aspettative immediate. L’esempio più clamoroso del fatto che il bandolo della matassa è nelle mani di Dio è senz’altro il crollo repentino dell’immenso impero socialcomunista sovietico avvenuto nell’arco di soli tre anni, fra il 1989 e il 1991. Ora, la Provvidenza ci ripropone un gesto che, se per alcuni, pochi, ha un carattere esemplare e rappresenta un desiderio tanto intensamente coltivato, quanto giudicato di là da venire, visti i trend attuali, per altri, per i “sacerdoti” e per i “mistici” del laicismo, rappresenta il massimo oltraggio che si possa commettere in campo politico. Un gesto su cui occorre meditare, ma che si pone di fatto in radicale contrasto con tutti i pseudo-dogmi sulla natura e i compiti dello Stato, uno Stato oggi - ma almeno dal 1789 - ridotto a strumento per imporre ai popoli l’“Antidecalogo” di giovannea memoria» (O. Sanguinetti, art. cit.).

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15/11/2016
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