Politica

di Emiliano Fumaneri

Appunti di teologia politica bergogliana

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«La mia lingua – è del popolo: io parlo troppo ruvido e cordiale per conigli dal pelo di seta. E ancora più estranea suona la mia parola a tutte le seppie che imbrattano carte». Sono parole dello Zarathustra di Nietzsche che tuttavia si adattano altrettanto bene a papa Francesco, tanto disprezzato dall’intellighenzia (che se non lo attacca cerca di blandirlo) quanto amato dal popolo.

Francesco e il popolo: un binomio ormai inscindibile che ha procurato al pontefice le immancabili accuse di populismo. Qualcuno, anche di recente, ha insinuato che il papa argentino ricerchi l’abbraccio del popolo per lucrare un facile consenso. È un giudizio superficiale, che non tiene in conto la storia di Jorge Mario Bergoglio. Al netto delle polemiche pretestuose o interessate, la cosa certa è che la predilezione per la lingua del popolo in Francesco ha poco di epidermico o di opportunistico.

Già nelle prime parole da successore di Pietro, la sera stessa della sua elezione, Francesco dava risalto a questo termine così tipico del sentimento sudamericano: «popolo». Nell’atto di affacciarsi per la prima volta su piazza San Pietro il nuovo papa pronuncia queste parole: «E adesso, incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo». Poi un altro gesto «popolare»: dopo essersi presentato, Francesco chiede la benedizione del popolo fedele, un invito («Per favore, non dimenticate di pregare per me») che gli sentiremo spesso ripetere al termine degli Angelus o delle udienze papali.

Francesco ci ha abituati a una comunicazione ricca di gesti simbolici, a cominciare dal linguaggio immaginifico. Non ha fatto eccezione a questo copione la spiritualità popolare, enfatizzata dalla visita all’icona della Salus populi romani all’indomani della sua elezione. E lì, nella cappella Paolina di Santa Maria Maggiore, che Francesco ha compiuto un gesto tipico della pietà popolare latinoamericana: toccare l’icona.

L’eredità contesa dell’esperienza del «popolo del Family Day» rende immediatamente chiaro quanto il tema del popolo rivesta una estrema importanza. E allora non sarà inutile attingere all’esperienza e al pensiero di papa Bergoglio, dove il popolo gioca un ruolo centrale.

Per essere precisi, la visione del papa venuto “dalla fine del mondo” reca l’impronta della “teologia del popolo” argentina, un ramo della teologia della liberazione nato a Buenos Aires alla fine degli anni ‘60 da una critica alle ideologie, sia di stampo liberale che marxista. I concetti fondamentali della teologia del popolo sono ben presenti nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium” pubblicata nell’autunno del 2013. Ne è convinto il teologo gesuita Juan Carlos Scannone, una vecchia conoscenza di Francesco. Padre Scannone è stato infatti professore di Jorge Mario Bergoglio quando questi era uno studente alle prime armi.

Nella lettura della “Evangelii gaudium” incorriamo nei temi del popolo, della cultura e dell’inculturazione, della spiritualità e della mistica popolari, ecc. Temi che Francesco non si limita a menzionare, ma che rielabora per ripresentarli in forma nuova. Bergoglio sviluppa in particolare le nozioni di popolo e di cultura. Parlando del popolo, il papa spiega che esso non è una «massa» quanto piuttosto un «noi» con delle precise responsabilità sociali. Un tema che Francesco aveva affrontato già nel 2010 come arcivescovo di Buenos Aires: «Nosotros come ciudadanos, nosotros come pueblo» («Noi come cittadini, noi come popolo»). I popoli evangelizzati si trasmettono, attraverso la cultura, la fede inculturata. Ma questa tradizione (da «tradere», consegnare, trasmettere) non è statica, bensì dinamica. Ogni generazione apporta qualcosa di nuovo. Nella concezione di papa Bergoglio il popolo non è uniforme, come nell’immagine della sfera. Francesco preferisce evocare un’altra immagine: il poliedro, un modello pluriforme che preserva le differenze senza attentare all’unità.

L’idea bergogliana del popolo è quella di un corpo con una memoria storica, uno stile di vita e un progetto condiviso in vista del bene comune. L’unità del popolo si basa sulla osmosi di tre pilastri fondamentali:

1) memoria delle radici;

2) coraggio di fronte al futuro;

3) analisi della realtà.

Un popolo è tale se ha dei valori da conservare (memoria). Ma le radici non sono dei fossili da conservare sotto vuoto quanto nutrimenti per fondare e alimentare l’azione. La tradizione serve a proiettarsi nel futuro, azione che implica un rischio (coraggio). Ma rischiare non vuol dire darsi all’avventura. Ogni proiezione verso il futuro richiede un progetto (analisi). Un progetto non ideologico, che consiste anzitutto nel fare ritorno al reale. Non si può agire bene senza aver preso contatto con la realtà così come essa è. Il futuro non può che essere costruito a partire dal presente.

Il popolo non vive di sole «origini» ma anche di «progetto». Non si piantano radici profonde se non per vederle un giorno fruttificare. L’origine deve aprirsi alla speranza, alla trascendenza. Si tratta, scriveva il futuro papa Francesco nel 2005, di «porre la fine al principio». Bergoglio, geniale inventore di neologismi, riassume questa idea con uno dei suoi celebri «bergoglismi». Chiama infatti «telostipo» (dal greco «telos», scopo o fine, e «tipos», cioè «modello», «marchio» o «esemplare») questo amalgama che plasma il carattere di un popolo. Con questo termine Bergoglio ci dice che il principio combacia col fine (Cristo non è forse «l’Alfa e l’Omega»?). La memoria delle origini non deve rinchiudere un popolo su se stesso, quanto piuttosto lanciarlo nel tempo (lo attesta la stessa etimologia: «progetto» viene da pro-jectus, l’azione di gettare in avanti).

È sul «telostipo» che deve basarsi il legame sociale, la relazione che unisce le sorti degli uomini in un determinato luogo. In questa maniera si crea un ethos, quell’etica comune che permette lo spazio dell’incontro. Soltanto così il popolo si salda in una comunità di destino. Il gesuita Bergoglio sa bene che una società sana giova alla salute spirituale, creando le condizione propizie alla riforma interiore. «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime», aveva detto Pio XII nel messaggio di Pentecoste del 1941. La vera rivoluzione popolare, rammenta Francesco, è una rivoluzione «non contro un sistema, ma una rivoluzione interiore».

Non bisogna poi dimenticare che Romano Guardini ha fortemente segnato la formazione di Jorge Mario Bergoglio, che dal pensatore italo-germanico ha ricavato il realismo dinamico che lo contraddistingue. In questa prospettiva la realtà è conosciuta all’interno di una tensione vivente tra poli opposti (non nel senso della dialettica hegeliana o marxista).

Francesco pertanto ha uno sguardo organico sulla realtà. Ciò lo inclina naturalmente a guardare al popolo attraverso la metafora del corpo. Il popolo appare così come un soggetto che nasce e si sviluppa secondo leggi analoghe a quelle organiche.

Nella “Evangelii gaudium” troviamo alcune di queste leggi. Papa Bergoglio indica infatti quattro coordinate (abbozzate già nel 1974, quando era Provinciale dei gesuiti) utili a rivitalizzare il legame sociale e a perseguire il bene comune.

1) Il tempo è superiore allo spazio: come tutto ciò che si articola nel tempo, anche la vita del popolo reca in sé potenzialità da realizzare, è soggetta cioè alla legge dello sviluppo e del mutamento. La vera fedeltà, direbbe Gabriel Marcel, è una fedeltà di adattamento che non consiste nella riproduzione costante nel tempo della medesima immagine esteriore. Essa scaturisce piuttosto da uno scambio vivente che non nega il mutevole in nome dell’eterno ma vuole invece insaporire ogni mutamento col gusto dell’eternità. La fedeltà è rinnovatrice, non si trova nella rigidità morta e fossilizzatrice che impedisce ogni cambiamento; sta piuttosto nella paziente coltivazione della simbiosi tra immutabile e mutevole. Solo l’idolo, qui sulla terra, è inesausta ripetizione di se stesso.

Altrove Francesco ha parlato dell’importanza della virtù della pazienza, virtù storica per eccellenza. Solo un cuore paziente può far maturare la vita. L’homo patiens è un custode della vita che diviene. È colui che per amare e proteggere la vita crescente deve dotarsi della forza necessaria a reggere il páthos. Aver pazienza è prendersi cura del divenire alla maniera del contadino sollecito per il germoglio. È voler reggere la tensione tanto misteriosa quanto delicata tra l’atto e la potenza, tra ciò che l’uomo attualmente è e ciò che potrebbe essere, tra ciò che riesce a fare e quel che vorrebbe fare.

«La pazienza – ha scritto proprio Guardini – è la condizione della crescita del grano», giacché «la materia della realtà non cede né all’entusiasmo, né all’eroismo, ma solo allo sforzo perseverante, continuo e sempre rinnovato della pazienza». Francesco gli fa eco quando osserva che «l’impazienza ha un castigo immanente: la sterilità».

La fretta di bruciare le tappe, l’ansia frenetica di imprimere il proprio marchio alla realtà è il marchio di ogni fanatismo fondamentalista. Ciò spiega perché il fondamentalismo ricerchi ossessivamente l’abbraccio del potere. Il potere serve a plasmare brutalmente la realtà a propria immagine, senza concedere alle cose della vita il tempo della maturazione.

Ecco perché Francesco insiste sulla necessità di «dare priorità al tempo». Riconoscere il primato del tempo sullo spazio significa infatti «occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». Viceversa, «dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli».

L’antipazienza è il contrassegno del potere. Chi vuole soltanto possedere spazi è incapace di progettare per il futuro, non vivendo che per dominare l’attimo presente. È l’impossibile pretesa di Faust, che si illude di poter arrestare l’istante. La ricerca ossessiva della potenza finisce per svilire il potere stesso (che è servizio e non dominio).

Il desiderio di conquistarsi degli «spazi» ha conseguenze malsane: come la tecnicizzazione della vita indebolisce l’uomo, rendendolo incapace di affrontare in prima persona le scomodità e le prove dell’esistenza, anche la volontà di «possedere spazi» (tipica attitudine delle élites) smorza lo slancio popolare.

L’elitarismo non a caso brama il potere e disprezza il popolo, che considera materia prima da manipolare. Anche le élites, nella loro tronfia pretesa di infallibilità, sono sterili. Col loro tatticismo e il calcolo esasperato elevano la prudenza a idolo e congelano le radici del popolo. Ne consegue che presto o tardi finiscono per incagliarsi nella palude del compromesso, sottomettendosi alla retorica avvizzita del male minore (è quell’atteggiamento che con un altro «bergoglismo» si può definire come «sincretismo conciliatore»).

2) L’unità è superiore al conflitto: la teologia del popolo non disconosce la funzione tonificante del conflitto, ma non ne fa la levatrice della storia come vogliono i marxisti. Francesco sa bene che esistono febbri purificatrici, che purgano l’organismo e preludono a una salute migliore, e febbri consuntive che al contrario esauriscono le forze dell’organismo. È sempre la visione organica di Bergoglio a richiedere il primato dell’unità sul conflitto, giacché quest’ultimo acquisisce un significato positivo nella misura in cui concorre a corroborare il corpo sociale.

3) La realtà è superiore all’idea: uno dei mali peggiori della nostra epoca sta nell’irrealismo. Il pensiero, privo di comunione col suo oggetto concreto, finisce per fluttuare nell’astrazione. Il rapporto oggi si è invertito ed è l’idea a rivendicare la propria supremazia sulla realtà. È il predominio dell’ideologia, dove tutto diventa -ismo. Bergoglio definisce questo sradicamento del pensiero come «primato della formalità sulla realtà». Con l’irrealismo l’etica diventa «eticismo senza bontà», la morale si tramuta in moralismo, l’intelligenza in «intellettualismo senza saggezza», la politica diventa «totalitarismo del relativo» e così via. Ogni attività, quando è sconnessa dalla realtà, invece di avviare progetti reali ne mette in moto di formali. Così, ancora una volta, è alla sterilità che ci si vota.

4) Il tutto è superiore alla parte: qui si tratta di conciliare l’universale e il particolare, il globale e il locale. Il Papa non punta né al multiculturalismo né all’identitarismo, giacché l’unità del popolo è minacciata proprio dal fronte unico di questi pericoli. Da un lato c’è la minaccia dello sradicamento provocato dall’individualismo e da un «universalismo astratto e globalizzante». Dall’altro c’è il pericolo della ricerca di un «rifugio culturale». La minaccia del rifugio culturale, scrive altrove Bergoglio, designa la tentazione di un «percorso di ritorno». È quella che Augusto Del Noce avrebbe definito «utopia archeologica»: l’idealizzazione statica del passato. Francesco ne è cosciente: «L’uomo, per inerzia, tende a ricostruire il passato. Ma una cultura che faccia delle sue radici un luogo statico e chiuso è destinata a capitolare».

Occorre pertanto contrastare questi due idoli. È malsano tanto lo sradicamento astratto che sacrifica il particolare all’universale quanto l’«eremitismo localista» che esalta il particolare a spese dell’universale. Per questo il Papa evoca un’altra immagine. Il modello proposto da Francesco non è la sfera, dove ogni punto è equidistante dal centro e non c’è alcuna differenza tra un punto e l’altro. La vera unità è poliedrica. Il modello che Bergoglio esorta a seguire infatti è proprio quello del poliedro (metafora dell’interculturalità), dove ogni realtà popolare conserva la propria identità particolare all’interno di un ordine universale.

Papa Bergoglio è ritornato a parlare del popolo con padre Spadaro nella conversazione introduttiva del libro “Nei tuoi occhi è la mia parola”, il volume uscito in questi giorni che contiene le omelie e i discorsi tenuti da arcivescovo di Buenos Aires tra il 1999 e il 2013.

E lo ha fatto per ribadire un concetto a lui caro, cioè che il popolo è più che una massa di individui ma meno di un corpo mistico. Per questo è un errore, dice, maltrattare la parola «populismo». Il «popolo» infatti «non è una categoria logica, né è una categoria mistica» (e a minor ragione è una categoria sociologica, come pensano i critici più sciocchi di Francesco). Non bisogna angelicare il popolo, canonizzando ogni sua iniziativa. Né la logica né la mistica spiegano il popolo. La categoria più adatta è quella del mito: «È una categoria mitica», afferma Francesco, che ribadisce il concetto: «Popolo è una categoria storica e mitica. Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o un progetto comune. La storia è costruita da questo processo di generazioni che si succedono dentro un popolo. Ci vuole un mito per capire il popolo. Quando spieghi che cos’è un popolo usi categorie logiche perché lo devi spiegare: ci vogliono, certo. Ma non spieghi così il senso dell’appartenenza al popolo. La parola popolo ha qualcosa di più che non può essere spiegato in maniera logica».

Un simile approccio, commenta il giornalista Patrice de Plunkett, è liberante per almeno due ordini di motivi.

1) In primo luogo perché affranca dall’ideologia liberale, per la quale il «popolo» non è altro che un’aggregazione su base volontaria di individui legati da un contratto. Elaborato dalla borghesia alla fine del XVIII secolo, il contrattualismo liberale sostituisce alle realtà popolari una logica artificiosa derivata dal diritto commerciale. L’ideologia liberale rappresenta un esempio di quell’universalismo astratto e livellatore condannato da Francesco.

2) La concezione di Francesco libera anche dall’ideologia etnicistica forgiata nel XIX secolo in reazione al liberalismo borghese. Massimo esempio di «rifugio culturale», l’etnicismo carica il «popolo» di un contenuto quasi biologico, esaltando una «identità» cristallizzata, rigida e fissa, determinata da una «origine». Secondo la corrente völkisch germanica di fine Ottocento, l’anima era il riflesso intimo del popolo (in senso etnico). Letteralmente ossessionata dal passato e dalle radici, questa ideologia sosteneva di attingere all’«energia del popolo delle origini» (Urvolk). Il mito etnico viene presentato a un tempo come anteriore e superiore al «cristianesimo d’importazione», dunque capace di fagocitarlo. È per questo che i movimenti identitari avanzano la pretesa di ridefinire anche l’ortodossia cattolica di papi e vescovi.

Questi due antichi errori, complementari perché figli l’uno dell’altro, continuano oggi a esercitare il loro influsso maligno. Il primo errore ispira la ultraliberale «costruzione europea» nonché quel multiculturalismo che ne rappresenta il logico sviluppo, mentre il secondo errore ispira l’utopia neoreazionaria dei partiti identitari.

L’approccio di Francesco, smarcandosi da entrambi gli errori, descrive semplicemente la realtà: il popolo non è una massa né una somma di individui atomizzati, piuttosto scaturisce dalla compenetrazione nel tempo di generazioni differenti. I popoli nascono e si sviluppano a partire da processi socio-culturali complessi che non si riducono alle loro passate eredità (il popolo si percepisce in maniera differente ad ogni generazione). La solidarietà del popolo, il senso del «noi» riposa sull’adesione condivisa a un «mito», vale a dire su una struttura culturale capace di rivolgersi all’immaginazione. Secondo de Plunkett il papa usa la nozione di mito nell’accezione di Georges Sorel (1847-1922): un insieme di immagini spontanee e istintive in grado di spingere all’azione. La suggestione del mito funziona come fattore di coesione e mobilitazione sociale.

Ma il mito soreliano si sprigiona da una «volontà di credere» orfana di scopo e progetto, priva di contatto col reale: è uno scoppio di violenza immediata (il mito dello sciopero generale), un’irruzione dell’irrazionale che concentra ed esaurisce in sé tutta l’energia rivoluzionaria delle masse.

Come può il mito senza «telos» di Sorel conciliarsi col «telostipo» di Francesco? Appare evidente che il mito a cui allude Francesco è qualche cosa di molto differente. Il mito non è un inganno, diceva Tolkien. Non è altro che il racconto in termini simbolici di storie o di personaggi che diventiamo modelli capaci di richiamarci alle cose supreme dell’esistenza: le nostre origini, gli ideali più profondi, il significato stesso della nostra vita.

C. S Lewis va anche più in là: non c’è alcuna contrapposizione tra mito e cristianesimo. Il mito è una specie di ponte tra l’astrazione dell’intelletto e la concretezza dell’esperienza umana, è un collegamento tra l’universale e il particolare.

Ad esempio: parlare di «paternità» in termini di princìpi ideali equivale a fare opera di astrazione. Ma quando leggiamo di Ettore, che prima di trovare la morte in battaglia eleva il figlio Astianatte chiedendo agli dèi di farlo più forte di lui, quello che era soltanto un principio astratto diventa una realtà immaginabile. La ragione discorsiva circoscrive il mistero, l’immagine mitica lo evoca per via intuitiva. Il mito mette in relazione il mondo del pensiero con la realtà. Non è astratto come la verità ma nemmeno è vincolato, come l’esperienza diretta, al particolare. Ettore è figura personale ma al tempo stesso è modello, esempio che parla di tutti i padri di tutti i tempi.

Per questo Lewis sostiene che in Cristo il mito è divenuto un fatto: la Verità si è incarnata nella storia in una persona, in un luogo, in un’epoca precisa. La Verità consiste in un avvenimento, in un incontro.

In questa accezione, il mito è pienamente compatibile col «telostipo» bergogliano. Se questo «mito» decade, il popolo è sguarnito di fronte all’immigrazione esterna. Divenuto incapace di assimilare i nuovi venuti, o si dissolve oppure si irrigidisce. È quanto accade all’Europa di oggi, e spiega la proliferazione dei due errori gemelli: il «multiculturale» (abolizione dell’idea stessa di popolo) e l’«identitario» (riduzione dell’idea di popolo all’utopia dell’origine etnica).

L’insegnamento a un tempo antiliberale e antidentitario del papa argentino è una preziosa “road map”, indispensabile per orientarsi nel pantano della politica odierna. E che permette di capire meglio le parole rilasciate nell’intervista dello scorso maggio “La Croix”, quando Francesco si è soffermato sul tema caldo delle radici cristiane del continente europeo: «Quando sento parlare delle radici cristiane dell’Europa», ha confessato il papa, «a volte temo il tono, che può essere trionfalista o vendicativo. […] Giovanni Paolo II ne parlava con un tono tranquillo. L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio. […] L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista».

Come c’era da aspettarsi, queste parole hanno scandalizzato molti «identitari». L’equivoco nasce dal fatto che alla medesima parola («identità») si attribuiscono significati diversi. Così emergono tutte le ambiguità dell’alleanza tra un certo cattolicesimo politico e la destra identitaria. Patrice de Plunkett, che conosce bene la variante francese dell’«ateismo devoto» dato che proviene dalla militanza maurrassiana e nella destra neo-pagana (Nouvelle Droite), fa osservare che «spesso coloro che parlano a voce più alta di “radici cristiane” non sono cristiani praticanti, e si irritano delle posizioni evangeliche della Chiesa. Altrettanto spesso sono legati a identitari di ultra-destra. Questi ultimi sono presentati come catto-compatibili in nome di un impegno, ritenuto «comune», in favore delle radici e dell’identità… Così si dimentica che le nozioni di radici e di identità non hanno il medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano: presso quest’ultimo, esse veicolano un soggettivismo etnico che implica un rifiuto radicale di Cristo e del cristianesimo. Gli identitari tendono la mano ai cattolici invocando una battaglia comune: se i cattolici accettano questa mano tesa, accettano l’idea che qualche cosa sia “più importante” (o “più urgente”) della fede in Cristo. Si lasciano così infondere un relativismo mortale per la fede! Tanto più che la visione delle “radici cristiane” esibita dagli identitari è sempre “trionfalista o vendicativa”: agli antipodi del vangelo, che consiglierebbero volentieri di lasciare dentro un ripostiglio».

Il papa al contrario accosta l’apporto del cristianesimo a una cultura alla lavanda dei piedi di Cristo. Con l’immagine di una relazione di servizio siamo agli antipodi del trionfalismo rivendicativo e arrogante della concezione identitaria. Quando l’estrema destra impiega la formula delle «radici cristiane dell’Europa» non intende certo significare «apporto permanente del Vangelo a una cultura» (cioè dare vita a forme rinnovate in ogni epoca della storia). È giusto l’opposto: il richiamo alle radici cristiane serve a condannare il presente in nome di un passato essenzializzato. Il cattolico che cede a questa visione diserta la vera battaglia cristiana: evangelizzare al presente, non al passato.

Altro «scandalo»: il fatto che il papa abbia ricordato che questo apporto non deve essere «colonialista». Bisogna ricordare che per la “teologia del popolo” argentina il termine colonialismo non ha lo stesso significato che ha per un europeo. La “teología del pueblo” considera con grande attenzione l’evangelizzazione delle culture: l’inculturazione del Vangelo, un lavoro sempre da riprendere e ricominciare giacché le culture sono mobili… In questa prospettiva, la parola «colonialismo» designa la figura antagonista: non il radicamento (vivente e dinamico) del Vangelo nelle culture, ma l’applicazione forzata di un modello unico a realtà che vi si sottraggono. Un esempio di questa applicazione, lo ricorda de Plunkett, è lo slogan catto-identitario «la Francia è cristiana e lo resterà», uno slogan irreale e artificioso dato che allo stato attuale, nel 2016, la grande maggioranza dei francesi non professa la fede in Gesù Cristo, della quale conosce poco o niente. Un cristianesimo cosiffatto si riduce a ideologia, esponendosi alla mutazione genetica che Rémi Brague ha battezzato «cristianismo»: un cristianesimo senza Cristo, che antepone all’evangelizzazione la «civiltà cristiana» e i «valori cristiani» dimenticando che questi sono la conseguenza della fede in Gesù Cristo.

Papa amato quanto incompreso o travisato dai suoi, Francesco si rivela guida profonda e sicura in questi tempi di sradicamento e nebulizzazione delle coscienze.

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16/11/2016
2506/2019
Ss. Guglielmo da Vercelli e Massimo di Torino

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