Politica

di Lucia Scozzoli

George Soros e compagnia cantante

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Fino al 12 dicembre prevedo che le proteste anti Trump negli USA proseguiranno. Non ci vuole la palla di cristallo per questa previsione, basta leggere le dichiarazioni di intenti di alcuni personaggi emblematici: Lady Gaga e Pink, due pop star appariscenti in tutti i sensi, si sono fatte promotrici di una petizione lanciata dai sostenitori democratici sulla piattaforma Change.org per chiedere ai grandi elettori repubblicani di votare Hillary Clinton all’udienza che si terrà a Washington appunto il 12 dicembre (con spoglio delle schede il 20 gennaio in senato).

Alla petizione hanno già aderito più di 4 milioni di americani. Tra le motivazioni che dovrebbero indurre i grandi elettori a cambiare casacca, si legge nella petizione, c’è il fatto che la Clinton ha vinto il voto popolare (Hillary ha ottenuto 61.150.553 voti; Trump ha ottenuto 60.480.474 voti), cosa che non si è riflessa in un numero proporzionale di grandi elettori a causa dei complessi meccanismi dell’elezione che si differenziano tra stato e stato. Nella storia è capitato solo altre tre volte: nel 2000 tra George W. Bush e Al Gore, nel 1876 divenne presidente il repubblicano Rutherford Hayes, nonostante Samuel Tilden abbia preso più voti e nel 1888, nella sfida tra Benjamin Harrison e Grover Cleveland.

Certo è che nel 2000 nessuno si sognò di mettere in dubbio la correttezza del meccanismo elettorale e nemmeno nessuno avanzò proposte per modificarlo e porre rimedio a quella che oggi viene additata come una falla del sistema democratico. Anzi, un atteggiamento che noi italiani rissosi abbiamo sempre ammirato nei politici americani è la capacità di mostrare una coesione nazionalista compatta ed immediata dopo il voto presidenziale, nonostante il giorno prima i candidati si siano lanciati insulti e strali senza esclusione di colpi. Il presidente eletto si proclama presidente di tutti e come tale viene riconosciuto dal candidato sconfitto, con fermezza e nobiltà.

Anche Hillary Clinton ha riconosciuto in Trump il nuovo presidente, ma qualcuno dietro di lei no: in particolare Soros, il miliardario diventato famoso perché pochi mesi fa la sua fondazione, la Open Society, è stata hackerata e sono finiti on line migliaia di documenti relativi alle attività da lui direttamente gestite o finanziate. Si tratta di campagne elettorali, fondazioni umanitarie, associazioni per i diritti, società di ricerca che hanno ricevuto fondi per operare o indirizzare il consenso verso temi cari a Soros, vicino al Partito Democratico americano.

In questi 2.576 file pdf – consultabili su DCLeaks – è scritto che Soros avrebbe cercato di condizionare i risultati in ognuno degli Stati Europei in cui si è votato nel 2014. L’obiettivo di Soros era quello di contrastare i partiti anti-europeisti e favorire le politiche di integrazione interna ed esterna (relative all’ingresso dei migranti). Infatti Soros è diventato ancora più ricco di quanto già non fosse con il business dell’accoglienza ai migranti attraverso la miriade di associazioni “onlus” disseminate in tutti i paesi europei.

In quel marasma di email si parla anche del coinvolgimento diretto di Soros nella gestione di rivolte sparse per il mondo, tra cui quella Ucraina, e di una pioggia di quattrini data ad associazioni in favore dell’aborto, dell’eutanasia e dei diritti LGBT. Ma c’è anche il sostegno diretto a candidati politici, come quello a Hillary Clinton - circa 8 milioni di euro - per scongiurare il pericolo Trump.

Ma come si fa a far scoppiare una rivoluzione? Facilissimo: durante una delle tante manifestazioni antigovernative che si possono organizzare per i più disparati motivi, si verifica un “incidente” in cui muoiono uno o più dimostranti e uno o più poliziotti. Le gente si invelenisce e la polizia pure. Spuntano le armi, magari anche dei cecchini che poi nessuno troverà (né tantomeno cercherà). Gli scontri salgono di tono. Aumenta il numero dei morti. Le proteste diventano sempre meglio organizzate. I politici Usa dicono che ha ragione il popolo e che sono pronti ad aiutarlo in ogni modo. Completamente privi di argomenti per difendere gli interessi propri e dei popoli coinvolti, i politici europei solitamente ripetono le stesse dichiarazioni. Ed ecco la motivazione per un intervento più o meno armato nel paese di interesse è servita.

Questo format è stato applicato con successo in Ucraina, Georgia, Siria, nella famosa primavera araba. Ora sembra che Soros cerchi di innescarlo pure nel suo paese: infatti sul web si possono rintracciare offerte di lavoro con paga oraria dai 15 ai 20 dollari all’ora per andare a gridare «Not my president» contro Trump, si trovano manifestanti per niente spontanei, spostati con file di pullman da una contea all’altra per sventolare le loro bandiere.

Magari all’inizio in mezzo alla bolgia c’erano anche manifestanti sinceramente democratici, però ormai sono comparsi ragazzi mascherati che vogliono solo spaccare vetrine, tipi che dire loschi è dire poco che mettono in scena pantomime oscene, tipo defecare su manifesti di Trump; si è già arrivati a scontri diretti con la polizia a Portland e ci è scappato il primo ferito. Su twitter sono stati lanciati gli hashtag #RapeMelania e #AssassinateTrump e stanno andando alla grande.

In mezzo a questo panorama angosciante, spicca la deferenza di certa intellighenzia statunitense e mondiale in generale, pronta a fornire l’alibi morale a quello che si sta delineando essere un vero tentativo di colpo di stato: il suffragio universale va corretto, perché la gente per votare deve essere prima adeguatamente formata (leggi indottrinata) ai principi del diritto, perché la democrazia è una cosa seria, difficile, non adatta agli ignoranti e al popolino minuto.

Al di là di Trump o della Clinton nello specifico (su chi dei due sia più impresentabile o meno ci sarebbe da dire molto), evidentemente sta sfuggendo ai più il cuore della questione: qui si parla di democrazia in pericolo, non di questo o quel presidente. Infatti se è vero che pure Hitler fu democraticamente eletto (con qualche broglio in aiuto), è vero però che divenuto premier si affrettò a modificare proprio la costituzione per accentrare nelle proprie mani le fila di tutti i poteri dello Stato, eliminando i controlli indipendenti di garanzia e la possibilità di una reale opposizione parlamentare, chiamando poi il popolo (nell’agosto del 34) ad un referendum confermativo dal tono plebiscitario. Da lì in poi, neutralizzata per via legislativa la democrazia, il dittatore ha potuto fare e disfare tutto il male possibile che ben conosciamo. (Se qualcuno nota un’analogia con l’attuale governo Renzi, non gliel’ho suggerita io).

La democrazia non è un diritto (qualcuno ha detto in questi giorni convulsi e assurdi), ma è solo una forma di governo come un’altra. Ecco, mi domando se la storia ne abbia suggerita ancora una migliore, oppure se dobbiamo tenercela stretta come antidoto contro i totalitarismi, che sono sempre la tentazione di ogni oligarchia al potere.

La democrazia non è il paradiso in terra: una vera dialettica democratica prevede un confronto continuo tra istanze differenti, un compromesso che è mediazione di interessi, un dialogo che a volte si fa litigio. Ma in questa fatica, lenta, farraginosa, estenuante, sta il suo valore, sta la garanzia di giustizia, la migliore possibile per cittadini variegati per necessità, scopi e risorse, cittadini che sono prima di tutto persone e per questo degne di rispetto e tutele, e anche del diritto di esprimere la propria opinione in modo civile.

Quando leggo di petizioni contro un presidente eletto nel pieno rispetto di una legge che per secoli ha garantito un sereno avvicendamento del potere nel paese che per antonomasia nel mondo si definisce democratico (che si è anche definito esportatore di democrazia, tanto ne è traboccante), mi domando se chi applaude e magari firma pure ha una vaga idea di cosa significhi. Ma abbiamo perso la lungimiranza di uno sguardo in prospettiva, non ci guardiamo più indietro per imparare dalla storia e non sappiamo nemmeno capire le conseguenze delle nostre azioni collettive di oggi sul futuro prossimo del mondo.

Le varie Lady Gaga, Pink e Ciccone sembrano le scimmie ammaestrate alla corte del sovrano, menestrelli addestrati a cantare sulle musiche arcobaleno la solita filastrocca dei finti diritti, per distrarre il popolo mentre da sotto banco gli scippano la libertà.

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16/11/2016
2407/2019
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