Chiesa

di Claudia Cirami

51 anni di Dei Verbum

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Buon compleanno Dei Verbum. Tanto più in questi tempi di grandi turbamenti, di dubia espressi e di sottintesi non messi su carta ma intuibili, festeggiare qualche punto fermo non è un male. Perdonino, perciò, quei tanti (pochi cioè) che volentieri farebbero a meno di ricordarsi del Concilio Vaticano II, considerandolo alla stregua di una iattura per la Santa Chiesa, causa e origine di ogni male contemporaneo, se ci si ferma su queste pagine a ricordare il genetliaco della Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla Divina rivelazione, 51 anni oggi portati in ottima forma.

Per De Lubac, la DV era come il «portale di ingresso e fondamento dell’edificio teologico» del Vaticano II. Una definizione di indiscutibile importanza – per altro non l’unica in questo senso – che rileva come DV, nonostante la sua brevità, sia considerata una tappa e, al tempo stesso, un approdo di grande rilevanza all’interno del cammino che la Chiesa ha intrapreso dentro e fuori il tempo del Vaticano II. Si spiega probabilmente con la potenza di questo esito il travaglio che occorse per arrivare alla scrittura definitiva della Costituzione conciliare. Perché se è vero che Paolo VI, proprio lo stesso giorno in cui venne promulgata DV, scrisse che lo svolgimento del Concilio era «stato per ogni verso ordinato, regolare, libero e pacifico» e avesse avuto «lavori più assidui e sereni» (Discorso alla VIII sessione pubblica del Concilio, 18 Novembre 1965), in realtà sappiamo che la redazione del documento conciliare fu abbastanza contorta, con ben cinque redazioni del testo, prima di arrivare a quello promulgato. Singolare fu addirittura la risoluzione del Papa di ritirare lo schema preparatorio, De Fontibus revelationis, gesto che (dicono le cronache) fu salutato da un applauso a scena aperta, tanta era la tensione che aveva provocato. Questo clima conciliare – non dissimile per altro da quello di altri concili della storia – consente di ricordare sia ai profeti di sventura (secondo la felice espressione di Giovanni XXIII, mai andata in pensione) sia agli irenisti di professione che una tensione dialettica nella Chiesa non solo c’è sempre stata, ma che, in un certo senso, è anche fondamentale per mantenerla, con la Grazia di Dio, in quella situazione di et-et che è la sua forza.

Per capire il contesto in cui maturò la DV occorre riandare indietro nel tempo. Il Vaticano I aveva dichiarato solennemente – con la Dei Filius – il reale accadimento di una rivelazione soprannaturale che ha avuto come oggetto Dio stesso, anche nella sua vita intima. Questa divina rivelazione richiede un atto di fede da parte dell’uomo e questo atto è fondato sull’autorità di Dio che parla: un Dio che è Verità assoluta. Dopo queste dichiarazioni, tuttavia, iniziò quello che potremmo definire l’inverno della Divina Rivelazione. Voci diverse, infatti, tentarono in vario modo di soggettivizzare la Rivelazione, riducendola ad un’esperienza interiore, che riguardava la percezione che l’uomo aveva di Dio, e non l’oggettività di un fatto storico, realmente accaduto, con un preciso contenuto. La Chiesa reagì alcune volte sia con il decreto Lamentabili del 1907, sia con l’enciclica di San Pio X Pascendi dominici Gregis (1907), condannando, insieme ad altri errori del modernismo, anche quest’idea, diffusa a macchia d’olio, che rendeva la Divina Rivelazione niente più che una sorta di suggestione esperienziale, per altro non fissa, ma che poteva mutare con il passare del tempo. La condanna – come spesso accade – non si traduce automaticamente in un accantonamento di idee perniciose. Queste, di solito, vengono ripresentate con nuove parole e da nuovi volti, rimanendo perciò nell’aria. Niente di straordinario: in fondo, anche questa difficoltà di comprendere l’essenza della Rivelazione divina ha le sue radici in quell’incredulità che portò alcuni a rifiutare il Figlio di Dio, proprio perché era impossibile – secondo una logica umana – che Egli scegliesse di rivelarsi a noi in un modo così sconvolgente.

Arriviamo dunque al Vaticano II e alla necessità della Chiesa di confrontarsi ancora una volta con il tema della Rivelazione. Il proemio è delicato come lo sbattere di ali di farfalla («in religioso ascolto», «seguendo le orme», «intende proporre») e, al tempo stesso, citando la Prima Lettera di Giovanni e Agostino, è solido come la roccia che vuole essere e la «ferma fiducia» che vuole esprimere. Proprio il riferimento al santo di Ippona dà la motivazione della DV: «affinché per l’annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami».

L’inizio del primo capitolo della Dv è di quelle parole – naturalmente costate fatica ai Padri Conciliari – da imparare a memoria perché dicono tutto quello che è importante sapere a riguardo del fatto cristiano: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà». Viene espressa la gratuità dell’azione divina, perché Dio non è costretto da nessuno a rivelarsi, tanto meno dall’uomo: a lui, però, si rivela perché è un Dio d’amore e lo fa “in persona”, manifestando anche la sua volontà di salvezza. Questa rivelazione – dice DV – assume la caratteristica di un parlare come ad amici, perché così Dio tratta gli uomini per condurli alla comunione con sé. Poco prima DV aveva detto che questa comunione voleva dire: essere «resi partecipi della divina natura». In che modo? Grazie all’incarnazione del Verbo che ci porta al Padre nello Spirito Santo. C’è in questo paragrafo anche l’oggetto della Rivelazione: è Dio stesso, che manifesta la sua volontà. Questa rivelazione, poiché è rivolta agli uomini – e gli uomini sono fatti di carne e sangue – avviene in un modo che essi possano comprendere: con «eventi e parole intimamente connessi»: è il Dio della storia che si fa storia per l’uomo e lo fa attraverso le azioni (gli interventi salvifici) che manifestano «le realtà significate dalle parole», e le parole che illuminano il significato profondo degli eventi, che altrimenti ci rimarrebbe sconosciuto nel suo senso più profondo.

Al n. 4 DV dice che la Rivelazione è completata da Cristo, «Verbo fatto carne». In Lui abbiamo visto il Padre, in Lui l’opera di salvezza è portata a compimento, in Lui sono spiegati i segreti di Dio. Poiché abbiamo una Rivelazione completa, dice il Concilio, sul finire di questo numero, «non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo»: su questo avremmo molto da meditare, soprattutto quando, presi da ansie apocalittiche, ci gettiamo a capofitto su quello che potremmo definire “rivelazionismo”: la ricerca esasperata di segni, parole, profezie e quant’altro ci distolgono dall’unica Rivelazione per sanare le nostre inquietudini. In quello che si mostra – in realtà – un penoso circolo vizioso: mancanti spesso di buona preparazione teologica e carenti di una fede salda, ci ritroviamo con le nostre ansie triplicate al contatto di quel “materiale infiammabile”, vivificante quanto potenzialmente insidioso, costituito dalle rivelazioni private. Torniamo a Cristo, sembra suggerirci la DV: l’unico che – titola il Concilio – «completa la Rivelazione».

Senza addentrarci troppo nei densi meandri di DV – che meriterebbe certo uno spazio più grande e una riflessione più attenta – vogliamo qui fermare e affermare quelli che sono i caratteri di questa rivelazione, così come li ha evidenziati D. Hercsik, nel suo libro Elementi di teologia fondamentale, commentando DV: la rivelazione – così come l’ha presentata il Concilio – presenta un carattere storico, perché nella storia ha il suo inizio (con Abramo e Mosè), lo svolgimento attraverso l’azione di profeti e sapienti e il suo compimento in Gesù Cristo, che si è incarnato; ha poi un carattere cristologico perché Cristo è non solo il compimento ma anche Colui verso cui la Rivelazione «tende fin dall’inizio»; c’è poi un carattere ecclesiale, perché Dio, anche attraverso i singoli, si rivolge sempre ad un popolo, ad una comunità e poi questa storia di Rivelazione continua nella Chiesa di Cristo; infine ha un carattere di novità assoluta, perché – dice Hercsik – sconvolge «tutte le attese dell’uomo»: il nostro è un Dio che ama sorprenderci, ma, nelle sorprese, sa darci ancor più di quello che umanamente possiamo richiedere.

Sono passati 51 anni ma questo documento ha ancora molto da dirci. Curiosamente non è nemmeno tra i più commentati: eppure, anche per la difficoltà che costò ai Padri Conciliari, sarebbe importante riprenderlo in mano e poterlo meditare. Convincendosi, una volta per tutte, che il Concilio, quello vero, non ha responsabilità alcuna nelle crisi ecclesiali odierne, vere e presunte.

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18/11/2016
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