Politica

di Davide Vairani

Cattolici ed evangelici uniti nella difesa della vita

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“Cara Radio Maria, caro Padre Livio

Ho seguito con attenzione in questi giorni, dopo la grande vittoria di Donald Trump, il suo reportage ogni mattina sulle elezioni in America. Mentre avere spiegato bene quello che riportavano i giornali in Italia, i sondaggi, ed i commenti durante i dibattiti, non siete risusciti a catturare il sentimento dei Cattolici in queste ultime settimane culminando con il voto ed anche l’immensa gioia della vincita.

Davvero abbiamo vissuto un momento di “koinonia” mai sentita fra di noi. Dobbiamo dare merito ai vescovi, parroci, e presbiteri che si sono veramente impegnati in una maniera aperta e con zelo per spiegare durante le omelie e tante altre occasioni, l’importanza del voto…non necessariamente per una persona, ma per una piattaforma che più si avvicinava ai valori della chiesa Cattolica. Dal West Coast all’ East Coast, i sacerdoti ed anche laici non sono rimasti nel silenzio PC (politically correct). Si sono svegliati dal clericalismo per suscitare le anime dei parrocchiani nel riconoscere l’orrore del aborto durante il nono mese ed anche nel giorno prima della nascita del bambino.

Non è stato un movimento dei “pro life activists” a fare campagna elettorale contro Hillary. Siamo stati tutti noi a voler scegliere la vita e non la morte di un’ anima nel grembo della madre. Nella mia parrocchia di Holy Family Church a Nutley, New Jersey, il sacerdote parroco ha fatto un’omelia fantastica, spiegando bene il dovere del cristiano nel votare con piena coscienza delle conseguenze della decisione. La sua predica ha procurato un applauso sostenuto e tanti sguardi di condivisione e sollievo fra la gente.

Anche gli evangelici sono andati porta a porta incoraggiando le persone di votare con la coscienza Cristiana e contro l’agenda secolare.

Mi dispiace che in Italia nessuno ha capito il vero danno che avrebbe procurato Hillary Clinton all’umanità, espandendo la cultura della morte, l’ideologia di Obama, e la promessa di estirpare i dogma della chiesa Cattolica. Era difficile se non, raro di trovare un Italiano che non faceva il tifo per Hillary, sacerdoti inclusi. Mi rallegro nel pensare che il manto della Madonna di Medjugorje ha protetto i neonati. Lei e stata fedele al popolo Cattolico degli Stati Uniti che l’ha interpellata con tantissimi rosari, messe, e “all night vigils” davanti alle cliniche di Planned Parenthood, i centri più grandi dell’aborto, che poche settimane fa’ Obama, per tutelare la sua “legacy” ha voluto finanziare permanentemente con i fondi federali.

La nostra gioia è immensa!! La nostra conquista per tante future anime e inestimabile, e sicuramente con la persona che sta emergendo nel President Elect Donald Trump, anche la pace nel medio oriente ci sembra tangibile sul orizzonte. La saluto cordialmente in Cristo.M. C. P, Nutley, New Jersey”

Questa è una delle tante dimostrazioni che i cattolici americani hanno resistito e hanno fatto una scelta di campo netta e precisa: la vita non si tocca. Ma è anche la dimostrazione di quanto troppa informazione voglia dipingere una realtà distorta. Intanto un dato di fatto: nell’elezione di Trump il voto cattolico è stato importantissimo, direi anzi determinante. Circa 68 milioni negli Usa, i cattolici costituiscono un quarto dell’elettorato e il tycoon ne ha conquistato il 52 per cento (contro il 45 per cento di Hillary Clinton). Ma siccome Trump è un populista, cialtrone e contro gli immigrati - e chi ne ha di peggiori le metta insieme tutte (questa è l’immagine che i media ci stanno dando) – non perde tempo il “Corriere della Sera” a lanciare il titolone: “Francesco, videomessaggio ai vescovi Usa: ‘La sfida è abbattere i muri e costruire ponti’. E nel sottopancia aggiunge: “A una settimana dell’elezione di Trump, il Papa si rivolge alla chiesa Usa che ‘durante tutta la sua storia ha accolto e integrato nuove ondate di immigrati. Serve ‘creare una cultura dell’incontro, che incoraggi gli individui e i gruppi a condividere la ricchezza delle loro tradizioni ed esperienze, ad abbattere muri e a costruire ponti’.

Ovviamente il messaggio che si vuole trasmettere è chiaro: state attenti Vescovi americani, opponetevi a Trump che vuole cacciare tutti gli immigrati e chiudere le frontiere. L’occasione è data dal fatto che nel giorni scorsi la conferenza episcopale Usa, riunita in assemblea plenaria a Baltimora, ha eletto i propri organi: come presidente, Daniel Di Nardo, arcivescovo conservatore della diocesi texana di Galveston-Houston e di origini abruzzesi; come vicepresidente, l’arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gomez, 65 anni, nato in Messico a Monterrey ed emigrato con i genitori da bambino, il più strenuo e autorevole difensore dei diritti dei migranti nella Chiesa americana. A differenza di quanto narra lo stesso Corriere della Sera nel medesimo pezzo, non stiamo parlando di due Vescovi “progressisti”: dal punto di vista ecclesiale sia Di Nardo che Gómez sono teologicamente “conservatori”. Di Nardo è uno dei tredici cardinali che nel 2015 ha firmato una lettera al Papa per ‘contestare’ i lavori del Sinodo sulla famiglia, è un esponente pro-life. Di Nardo è stato fatto cardinale da Benedetto XVI, ed è stato sempre Benedetto XVI che ha nominato nel 2010 Gómez coadiutore e, l’anno successivo, arcivescovo di Los Angeles (più a destra del suo predecessore, Roger Mahony). Gomez inoltre proviene dalle fila dell’Opus Dei (ordinato prete dell’Opera, nel 1978).

È innegabile che sul caldo tema dell’immigrazione Gomez abbia posizioni di forte apertura e accoglienza e che si è sempre battuto per una chiesa ed una società inclusiva, visto che nei tre anni passati è stato il presidente del relativo Comitato dei Vescovi. Come è evidenti che le preoccupazioni dal medesimo espresse più volte possano essere un rischio reale. E però. Il punto è: Trump è davvero una minaccia per i più poveri, per il latinos e gli afro-americani, per gli immigrati? Non lo so, visto che non ha ancora iniziato la sua attività di Presidente degli USA. Ma qualche dato su ciò che è accaduto durante la fase delle elezioni americane potrebbe fornirci qualche elemento interessante (e forse per tanti “nuovo”).

Intanto basta raccontare balle: il famigerato muro messicano o muro di Tijuana esiste già e le due amministrazioni Obama si sono bene sognate di abbatterlo. Il muro esiste fin dal 26 ottobre 2006, quando l’allora presidente George W. Bush ha firmato la risoluzione 6061 (H.R. 6061) - Legge sulla barriera di sicurezza - che era stata votata da ambedue le camere del Congresso. Quindi basta scrivere che il muro lo vuole costruire Trump. Andiamo avanti. Secondo i flussi elettorali elaborati da Edison Research per il National Election Pool – riporto quanto scritto da “Il Fatto Quotidiano” il 10 Novembre 2016 – “le minacce di deportazione di Trump non hanno spaventato gli ispanici . Le frasi razziste che Trump ha inanellato in campagna elettorale contro la categoria non hanno prodotto effetti evidenti. Gli exit poll dicono che Hillary Clinton ha raccolto il 65% dei voti degli ispanici, il 2% in meno di Obama nel 2008 e ben il 6% in meno del 2012, quando il presidente uscente raccolse il 71% delle preferenze dei latinos. Martedì il 29% di questi ultimi hanno scelto Trump, meno di quanti ne convinse McCain nel 2008 (31%) ma più di quelli che scelsero Romney 4 anni fa: il 27%. Cosa significa? Che le minacce di deportazione degli immigrati e le espressioni razziste proferite negli ultimi mesi dal presidente eletto non hanno spostato voti in favore di Hillary. Né il razzismo strisciante del tycoon ha spostato il voto afroamericano. Uno come Trump, appoggiato da Ku Klux Klan e da una galassia di gruppi neo-nazi e suprematisti, avrebbe potuto spaventare i neri d’America, si potrebbe pensare. Sì, ma non fino al punto da aiutare Hillary Clinton. Secondo le rilevazioni di Edison Research, l’88% della popolazione di colore ha votato per l’ex first lady, contro l’8% che ha scelto Trump. E fin qui nulla di sorprendente. Sorprende, invece, che la percentuale di coloro che hanno scelto il partito Democratico è rimasta pressoché invariata rispetto alle ultime due presidenziali: nel 2012 Obama raccolse l’87% del voto nero, nel 2008 (quando il senatore di Chicago era la novità dirompente) aveva votato per lui il 91% della popolazione di colore”. Gli aggettivi coloriti sono ovviamente tutte del quotidiano, ma i numeri restano e la dicono lunga su cosa sia realmente accaduto negli States. Sul fatto poi che Trump sia stato sostenuto e appoggiato dal Ku Klux Klan e da una galassia di gruppi neo-nazi francamente e onestamente non ne ho trovato traccia da nessuna parte e – ammesso fosse vero – fatico a credere che il loro appoggio numericamente possa avere una influenza tale da fargli vincere le elezioni. Ma a parte quest’ultimo punto, insomma, o gli americani sono improvvisamente diventati tutti razzisti e omofobi oppure la narrazione che ci vogliono propinare ha qualche falla.

Navigando in internet, ho trovato un articolo intitolato: “Sono un ragazzo latino. E sogno di diventare come Trump”. Pubblicato da “Vanity Fair” a firma di Monica Coviello. Mi sembra interessante e ve ne propongo una parte. “Angelo Gomez, un diciottenne originario del Nicaragua, è un fervente sostenitore di Trump: a lui si ispira, vorrebbe ripercorrere la sua storia, diventare come lui. Ha lasciato la sua testimonianza al quotidiano inglese The Guardian. ‘La mia famiglia potrà anche essere democratica, ma io sono sempre stato un repubblicano, e mi sono iscritto ufficialmente al partito poco dopo il mio diciottesimo compleanno. Il primo raduno per Donald Trump a cui sono andato a era a Las Vegas, lo scorso anno. La folla era gioiosa e felice, la gente cantava e faceva il tifo, e quando Trump è salito sul palco, tutti gli occhi erano su di lui. Questo raduno mi riempito di eccitazione, e allora ho capito che avrei fatto tutto il possibile perché Trump venisse eletto. Mio padre e la sua famiglia sono dal Nicaragua, e mia mamma per metà portoricana, così ho aderito ai ‘Latinos per Trump’. Durante tutto il mio ultimo anno di liceo, mi sono offerto volontario, e ho lavorato ore e ore per la campagna Trump: ho fatto telefonate, parlato agli elettori, bussato alle porte. Ho studiato i problemi che l’America deve affrontare, come il nostro debito, e le politiche che non funzionano, tra cui ObamaCare. Trump ha promesso di affrontare questi problemi a testa alta. Vuole sopprimere ObamaCare, per fornire un servizio più economico. Un mercato più libero nel settore sanitario aumenterà la concorrenza tra le compagnie di assicurazione, e garantirà prezzi più bassi. Ha anche detto che rinegozierà il North American Free Trade Agreement e si assicurerà che il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico non venga messo in atto. Ha parlato dei terribili trattati commerciali che abbiamo dal 1980, mentre Hillary Clinton ha votato a favore di ognuno di questi, che sono costati posti di lavoro agli americani.

I media hanno cercato di dire che i latinos sono tutti contro Trump, ma una parte non trascurabile di noi ha votato per lui: il 29%, secondo la CNN. Molti dei commenti che Trump ha fatto sui messicani, ad esempio chiamandoli ‘stupratori’, sono stati estrapolati completamente dal contesto. Lui ha detto solo che una certa percentuale di clandestini provenienti dal confine meridionale stavano commettendo crimini, che è sicuramente vero. Nel suo libro Crippled America, Trump si dice certo che molti immigrati clandestini in America siano buoni, gente laboriosa, ma per come sono adesso gli Stati Uniti dobbiamo mettere al primo posto gli americani. Ci sono più di 3 miliardi di persone nel mondo che vivono in condizioni di povertà. Gli Stati Uniti non possono aiutare ognuno di loro. Dobbiamo focalizzarci sui 13 milioni di bambini americani che soffrono la fame, le madri single che sotto Barack Obama sono finite in povertà, e sui nostri veterani che hanno perso i loro benefici. Trump si preoccupa per il nostro benessere e il nostro futuro. Vuole abbassare le tasse per rendere più facile per le famiglie che lavorano fare soldi e avviare imprese, e vuole contribuire a stimolare l’economia e creare più posti di lavoro che risolverebbero tutti questi problemi. È così che ha conquistato le classi medie e i lavoratori. Quando ha annunciato per la prima volta la sua candidatura, ha detto che sarebbe diventato ‘il presidente più attento al lavoro che Dio abbia mai creato’. Stavo camminando in un centro commerciale locale e ho parlato con un altro latino mia età, che ha detto che non era necessariamente contro Trump, ma non aveva chiare le sue politiche, e non si fidava di tutte le cose negative che dicevano di lui i media. Trump rappresenta la tenacia latino-americana, la capacità di essere determinati nella vita e appassionati in tutto ciò che facciamo. Farà grandi cose per la mia comunità, restituendo posti di lavori, investendo più di 20 miliardi di dollari nei centri urbani, dove un sacco di minoranze vivono, abbassando le tasse, e facendo interventi nel campo dell’istruzione, che è una questione importante. Vuole porre fine al Common Core, gli standard educativi che impongono ciò che deve essere insegnato gli studenti, e restituire a genitori e insegnanti la facoltà di decidere come i bambini devono venire istruiti”.

Staremo a vedere che farà Trump. Ma nel frattempo, un po’ di sana e onesta informazione non guasterebbe. Grazie.

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18/11/2016
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