Società

di Cristiana Cattaneo

Il nodo gordiano: la scuola

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Tra le tante derive di questo nostro ordinamento del mondo, il popolo vive il peso di quello della scuola. Un peso che le trombe dei vari governi, né gli slogan e le rimanipolazioni pressoché casuali, non sanno sollevare. E non è solo il fatto che la gestione della scuola si sia fatta sempre più disvaloriale e strumentale, che il lavoro intellettuale sia sempre più svilito da una gestione produttivistica, che il futuro imploda nel chiuso dell’individuo sovrano, che non si sappia socialmente che fare dei nostri giovani, se non carne da consumo … tutto questo affiora in modo più o meno evidente alle coscienze smarrite dei genitori, dei giovani scolarizzati per forza, degli insegnanti stanchi e depressi. Ma non trova voce coerente, né chiara visione.

Il punto è che l’analisi di un fenomeno è impedita quando non si risale all’origine, non si mettono in discussione significati e processi che per tanto tempo si son dati per scontati.

Occorre riaprire sentieri di buon senso tra la giungla ideologica a cui purtroppo molti sedicenti intellettuali contribuiscono con prolificità davvero tropicale. Se la scuola è un’istituzione popolare e democratica, è ora che il popolo degli insegnanti e delle famiglie si riappropri del suo pensiero. In tal senso propongo un contributo di notazioni sintetiche preliminari.

La scuola moderna è un’istituzione, e poi una concezione consolidata, frutto della colonizzazione progressiva delle attività spontanee e degli istituti sociali tradizionali che caratterizza lo stato europeo post medievale.

Dopo l’esercizio della forza, della fiscalità, degli aspetti giuridico giurisdizionali, della produzione ideologica autonoma (idea di nazione e seguito), della sanità pubblica, si arriva all’istruzione.

Ciascuno di questi settori soggioga allo stato la popolazione, eliminando le mediazioni di volta in volta e di luogo in luogo tradizionali, appropriandosi delle funzioni preesistenti e rimodellandole sullo schema della centralità decisionale e operativa, formando eserciti di funzionari ed esperti accreditati che esautorano le competenze originarie. Il vantaggio è tutto per il potere centrale che organizza e gestisce una popolazione resa omogenea dalla comune inaudita ignoranza, indotta dal cambiamento dei codici, e dunque dal bisogno dell’intervento standardizzato dello stato.

Il modello che si impone naturalmente è quello disumano della produzione industriale. Cioè si incomincia a produrre servizi come si producono le merci, standardizzandone dunque anche il consumo e il bisogno.

Insomma, si sottraggono alla società originariamente autorganizzata l’autonomia preesistente, le capacità e gli specifici poteri del corpo sociale nelle sue articolazioni laiche e religiose. Via via emarginando il sapere tradizionale come desueto e superstizioso (ascientifico), criminalizzando le autonomie, demonizzando la Chiesa, unitaria e molteplice fonte e riferimento della società fino all’epoca moderna, con implacabile concorrenza.

Vengono sottratte alla cura diretta della società l’economia di sussistenza, la cura del Creato (questa non sostituita da nulla), la medicina tradizionale (a cui sono state sacrificate fra il ‘500 e il ‘600 innumerevoli donne) e infine l’educazione delle nuove generazioni.

Si parla, come si vede, di processi durati secoli, ma via via accelerati dall’esponenziale progresso tecnologico, sempre più sostenuto da investimenti industriali e statali.

Si arriva al monopolio dell’istruzione di massa quando la trasformazione industriale ha pienamente concentrato masse proletarie sradicate e dequalificate, al punto che l’istruzione statale appare un bene necessario, anzi un diritto da rivendicare, essendo spezzati tutti i legami di vita, di istruzione e formazione precedenti.

L’Illuminismo del resto ha già fornito con perfetto tempismo il modello unico del sapere, razionalistico e meccanicistico, basato sulla scrittura connessa alla stampa. Cioè in fondo su uno straordinario potere di plasmazione ideologica delle popolazioni ridotte a masse e degli uomini riqualificati cittadini (cioè numeri politici). Certo, alla condizione di detenere il controllo delle fonti e che si sia alfabetizzata la popolazione.

Lungo la fase che accompagna la prima rivoluzione industriale, lo stato inizia a riformare la preparazione delle élites tecnico-scientifiche (i Politecnici istituiti da Napoleone e presto diffusi nelle aree a maggior modernizzazione), per cedere poi gradualmente alla pressione sull’istruzione di massa gratuita e di seguito obbligatoria. La gradualità è dovuta alla difficoltà di un tale allestimento, e alla necessità di misurarsi col ruolo che la Chiesa da circa tre secoli andava incrementando di recupero e istruzione dei giovani più abbandonati, e in particolare ora (vedi Don Bosco)nelle aree in via di industrializzazione. L’attività della Chiesa nel settore educativo, benché in prospettiva destinata ad essere emarginata dalla successiva marcia trionfale statale e laica, è comunque fondamentale per lo stato nei suoi primi faticosi passi.

Infatti, l’ideologia della prima era industriale (ma come anche dei partiti rivoluzionari che ne scaturiranno) è incentrata sull’idea di bene comune (della nazione, della classe) e di sacrificio del singolo; richiede perciò un addestramento (all’esercito, alla produzione, alla lotta eccetera) ispirato ai valori che alimentano una morale largamente condivisa dai laici come dai religiosi, caratterizzata da moderazione, temperanza, onore, disciplina, zelo, dedizione, altruismo, rispetto, obbedienza, lealtà, fermezza e via dicendo.

Una morale che verrà presto attaccata dall’intellighenzia più critica, in quanto mostra la corda della sua funzionalità al sistema produttivo e politico dell’epoca.

Quel che fu quasi invisibile ai critici dell’ideologia, oscurati dalle loro stesse ottime ragioni, era la differenza che passa tra la morale tradizionale, religiosa, da quella assunta dal potere politico economico in funzione della propria difesa e perpetuazione, che solo è propriamente ideologia. Nel primo caso, sono le radici stesse, comuni a popolo e gerarchia, a fungere da correttivo e costante metro di liceità all’agire del potente come del piccolo. Nel secondo caso invece, ciò che viene assunto arbitrariamente dal potere in atto, in funzione di se stesso, non ha radice (se non per equivoco, come nel caso di questa nostra storia) ed è quindi solo uno strumento di manipolazione, al quale ci si può opporre non più in nome di una verità comune e superiore a entrambe le posizioni, ma solo in nome di un’altra verità, uguale e contraria, e dunque solo in termini di forza.

Questa impercettibile eppur sostanziale differenza è a mio parere la ragione dell’accanimento radicale e profondo della lotta del potere moderno alla religione.

Infatti il potere secolarizzato del mondo e sul mondo, il dominio su uomini e cose richiede di essere ab-solutus, sciolto da qualsivoglia condizione superiore e libero di ridefinire se stesso e il mondo secondo gli sviluppi che solo la sua conservazione gli impone. Questo dà ragione della catastrofe a cui necessariamente è andata incontro l’istruzione di massa.

Perché l’istruzione di massa era fin dall’origine pesantemente ideologica. E lo è stata tanto più nella fase della deideologizzazione che ha caratterizzato il secondo dopoguerra nel ‘900, nonostante le apparenze, e lo è tutt’ora nel suo sfaldamento funzionale e nella sua scarsa credibilità.

Il primo ‘900 è caratterizzato da tutto un fermento laico che va dalle scuole nuove a quelle di partito, dalle dispute sulla supremazia della cultura umanistica o scientifica al rilancio della scuola dei valori patrii sotto i vari regimi. Pare il decollo della nuova grande educazione del popolo auspicato dall’Illuminismo e segno trionfale dell’autosufficienza, culturale e dunque educativa, del mondo orizzontale, finalmente bastante a se stesso. Ma è un’autosufficienza che destina alla deriva ogni strumento che risulta non più idoneo.

Finché si tratta di regimi produttivi che devono disciplinare la forza lavoro umana, irregimentarla nelle guerre, dirigerla attraverso una classe dirigente preparata e anch’essa solerte, l’apparato scolastico mantiene o si dà una precisa forma e svolge, ai diversi livelli, una precisa funzione sia d’istruzione, sia di educazione.

Quando poi, con maggiore anticipo o ritardo, s’affaccia la società del benessere e dei consumi, dove un relativamente breve intervallo di Welfare illude e prelude allo smantellamento produttivo e dunque culturale, è il tracollo dell’educazione di massa.

Dapprima è la critica erosiva alla stessa ideologia, come dicevamo, che investe l’istituzione scolastica, la gerarchia sociale in tutti i suoi settori, la morale corrente come ipocrisia del potere e della cultura, nonché dell’intera società dei padri.

Ma a chi depreca il ’68 della rivolta giovanile bisognerebbe rispondere che nessuna rivoluzione culturale sarebbe riuscita se non fosse stata assecondata da quei poteri forti che non vedevano l’ora di aprire le cataratte del consumo e della finanza sregolata, di scrollarsi di dosso le remore morali del vecchio regime, di dar fondo all’esuberanza del desiderio sfrenato e incessantemente creativo di bisogni fittizi (e vieppiù disperati) delle masse giovanili, che avrebbero dato luogo a generazioni di potenziali parassiti del mercato, mentre nuovi schiavi più economici in varie parti del mondo si sarebbero occupati di produrre. E così è stato.

La scuola di massa, fiore all’occhiello della recente storia sociale, è appassita.

Attraverso riforme destrutturanti ma sempre molto ideologiche è diventata un puro contenitore di masse giovanili senza alternative, né lavoro, spesso senza alcuna sana socialità; un interminabile addestramento alla disciplina delle varie procedure che caratterizzano ogni accesso alle cose della vita; una mortificazione di intelligenza, risorse personali, qualità che non servono più a nessuna trama sociale. Solo lo sporadico emergere di personalità isolate tutte volte al successo personale, nessun anelito comune al riscatto sociale attraverso gli studi, molla universale nella storia dei popoli statalizzati; perché, grazie alla televisione e all’opera o alla sola presenza invadente dei media, non si avverte più nessuna differenza sociale da colmare tranne quella che si misura in termini di spesa consumistica. Coi ragazzi di volta in volta indottrinati a tappeto sui business pseudo-sociali emergenti, disgustosi surrogati di moralità (sessualità precoce, donazione degli organi, oggi gender, eutanasia eccetera).

Certo, per ridursi a questo la scuola ha gettato nella spazzatura la compromettente componente educativa, a vantaggio (presunto e decantato, ma irreale) dell’istruzione. No all’educazione perché… ideologica e costrittiva, non rispettosa delle imponderabili tendenze ed esigenze di ciascuno preso nella sua individualità.

Ecco che la scuola fa da specchio alla società che plasma e da cui è plasmata: una miriade di singoli individui da coltivare, anche attraverso la frustrazione delle doti personali, come costellazione di punti d’acquisto svariato onde colmare l’infinita insufficienza inflitta dall’isolamento solipsistico.

Certo, alcuni si suicidano, ma nel conteggio complessivo non incide.

Una presunta non educazione educa i popoli che si credono più civilizzati alla fissione atomica della privazione che scatena il desiderio di ogni tipo di merce, dal cibo alla droga, dagli oggetti al terrorismo, dai gadget alle trasformazioni del corpo, dalla fabbrica di figli all’eutanasia… merce che l’industria mondiale gestita da una finanza asettica e priva di scrupoli è continuamente disposta a mettere sul mercato.

Questo in sintesi brutale il processo che conduce all’apogeo e poi al declino della scuola di massa moderna.

La crisi che l’investe è profondamente culturale. Chi continua a credervi si aggrappa all’illusione di ulteriori riforme, a un improbabile rilancio dell’entusiasmo degli insegnanti mortificati e vieppiù figli di questo stesso disastro; ma il fatto è che per accudire, istruire ed educare i nostri giovani occorre avere un’idea di che cosa sia e dove debba orientarsi questo mondo.

Una filosofia deve cioè supportare l’azione e le scelte. Mentre il fai da te accompagnato dal burocratismo scatenato e dalla penetrazione capillare delle indicazioni ideologiche del momento non è che segno di dissoluzione.

Questo vivono in larga misura i giovani, diffidenti del mondo adulto incapace di offrire prospettive, affannato a indottrinare a scuola al seguito dei mass media.

Essi sono oberati dalla morsa burocratica che avvelena ogni atto quotidiano e anche le più succulente offerte di cultura; angosciati dall’impotenza o dall’insipienza dei genitori che attaccano gli insegnanti a cui hanno delegato fin da principio ogni responsabilità educativa, pardon, formativa; oppressi da un neonozionismo becero e ridondante a copertura del vuoto di sapere e di passione, segno esso stesso di una stanchezza che uccide l’anima dei nostri figli.

Dunque, se si vuole pensare alla scuola, bisogna tornare all’origine della questione.

Scuola e cultura non coincidono. Attraverso quali fessure uscire dal disastro dell’intellettualismo di massa imperante?

La scuola istituzionale non è l’unica fonte di apprendimento. Come riaccreditare le molteplici varietà di scuole di vita e di sapienza al di là dell’assedio mediatico e istituzionale? Cioè convincere innanzitutto i padri e le madri che essi sono capaci relativamente ai loro figli?

Non c’è apprendimento senza orientamento e l’orientamento è educazione. Il fanciullo lasciato a se stesso intorno agli orientamenti di fondo, ai comportamenti e agli atteggiamenti, semplicemente si fa educare dal contesto che percepisce, ma ancor più dal fondamentale abbandono che sperimenta da parte di chi gli è vicino. Come sgusciare allora dal vuoto di valori ideologicamente perseguito, o riempito di indegni surrogati, e riappropriarsi del naturale buon senso che accompagna la vita reale non ridefinita dal totalitarismo gestionale del potere costituito?

L’educazione non coincide con l’istruzione, non è addestramento, non coincide con la cura corporea.

Prima di ogni capacità corporea, l’uomo è sentire.

È tale sentire la radice e l’oggetto dell’educazione, cioè della cura di cui il nuovo nato ha bisogno per orientarsi con autonomia nell’esistenza. Un sentire che sviluppi in sé il discernimento, la forza, la resistenza, il coraggio, la prudenza, il consiglio, la benevolenza al mondo e ai suoi simili, la temperanza, l’amore di verità, la probità, la lealtà, eccetera necessari alla vita dell’uomo che, nonostante tutti gli sforzi del materialismo più greve, purtuttavia rimane ben al di sopra della bestia. Perché, ben al di là, e persino prima, dei bisogni materiali, necessita di bene, bellezza, verità.

Insomma l’educazione è il sostegno alla vita che le generazioni incessantemente per tutta la storia dell’umanità hanno donato ai loro nati. Che nessuna istituzione sovraordinata alla società può inventare e sostituire o demolire senza con ciò attentare all’umanità in se stessa.

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19/11/2016
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