Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Aborto, miseria e misericordia

«È finito l’Anno Santo: era ora. Adesso per qualche tempo nessuno mi parli più di misericordia». Non l’ha detto nessuno, non sui giornali, ma si è letto su molte facce di “buoni cattolici” che si fanno spiegare il Magistero pontificio dai giornaloni o dai proprî intellettuali di fiducia (meglio se “malpancisti”). Lo si è letto in svariate circostanze, e ultimamente in un crescendo di insofferenza a proposito della “lettera dei quattro cardinali” circa i “dubia emergenti da Amoris lætitia”: «Basta misericordia: la misericordia è finita!». E andiamo in pace.

Così ieri agenzie e giornali spiegavano che «il Papa ha “depenalizzato” l’ivg», che è il loro modo studiatamente incolto di dire che il Santo Padre avrebbe derubricato l’aborto dalle canoniche liste dei peccati gravi (ma diciamo pure dei peccati tout court). Questo si leggerebbe, stando ai giornaloni, nella lettera apostolica “Misericordia et misera”, pubblicata da Francesco nella conclusione dell’anno santo. Il che, a voler parlare in senso stretto, è già solo parzialmente corretto: un anno celebrativo si conclude, naturalmente, come si conclude il computo di ogni calendario; ma la concezione cristiana del tempo, che sfugge per sempre all’orbita dell’eterno ritorno, fa sì che mai un anno santo possa “concludersi”, cioè richiudersi dentro di sé – un anno di grazia si compie, cioè giunge alla sua pienezza. E alla pienezza porta i frutti che aveva disseminato e coltivato.

Quindi gli intellettuali malpancisti dovranno rassegnarsi: la misericordia non è finita. E possono andare, con o senza pace, pare dire Francesco, che inizia la sua lettera di “conclusione” dell’Anno Santo con l’icastica espressione usata da Agostino nella narrazione dell’episodio dell’adultera: dopo che se ne furono andati (i malpancisti), «rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia».

Ora basterebbe fare attenzione a questo binomio per comprendere, una volta di più, che esaltare la misericordia non comporta affatto la negazione della miseria, ma la sua esposizione e la sua rigenerazione. Se però bastasse così poco, i malpancisti che si esaltano nel discettare dei “dubia” non si sarebbero stracciati le vesti già un anno fa, quando il Santo Padre, denunciando nel «modificato rapporto con la vita» «uno dei problemi del nostro tempo», concesse «a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono».

Allora, per essere chiari, andiamo al titolo VI della parte II del VI libro del Codice di Diritto Canonico (del 1983) e riportiamo il canone 1398: «Chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latæ sententiæ». Vale a dire che non solo la donna che abortisce, ma anche il medico, i suoi assistenti che a qualunque titolo hanno collaborato all’atto e chiunque abbia consigliato o spinto la sventurata a far uccidere suo figlio, tutti questi sono immediatamente fuori dalla comunione della Chiesa nel momento in cui l’aborto viene effettivamente compiuto. Questo a oggi. Ora il testo della lettera “Misericordia et misera” recita: «[…] concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario». E soggiunge subito, per non essere frainteso (il più delle volte volutamente): «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente».

Quindi che succede? Il Papa ha sdoganato l’aborto? Questo assolutamente no, e in modo evidente. Ha quindi tolto la scomunica di cui parla il canone 1398, sopra ricordato? Per rispondere adeguatamente a questa domanda dovremo avere la pazienza di attendere la modifica dello stesso canone, che monsignor Rino Fisichella ha già annunciato ieri pomeriggio. Di per sé, stando la ratio del diritto canonico, il testo della recentissima lettera apostolica può essere letto in modo più o meno ampio, più o meno forte, con delle ricadute canoniche finali che oscillano tra: da una parte il mantenimento formale della scomunica, la quale però viene svuotata di ogni contenuto di censura, dal momento che qualunque sacerdote può rimetterla; dall’altra l’abolizione stessa della menzionata norma disciplinare. Quale di queste due è nelle possibilità del Papa? L’una e l’altra sono ugualmente a portata di mano del Romano Pontefice: si tratta di legge ecclesiastica, il legislatore può agire come meglio ritiene. Ci si vuole allora chiedere quale sia la prospettiva “migliore”? Ognuna delle due trova delle spiegazioni e delle valorizzazioni teologiche: la dottrina cattolica ha sempre sostenuto l’esistenza di una gerarchia di peccati, e perfino di gerarchie interne ai peccati lievi e a quelli gravi, così che non ogni peccato inaridisce allo stesso modo e in ugual misura il circolo delle virtù teologali nel credente, quindi non sarebbe insensato sostenere la permanenza dell’ex-communicatio di un abortista; d’altro canto, le dichiarazioni del presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione sembrano inclinare piuttosto alla soppressione esplicita della stessa censura di scomunica per il peccato di aborto. Il che si spiega semplicemente col fatto che la questione non è se sussista o no la scomunica del peccatore, ma se nel peccatore sussista o no «un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre». Perché – questo è così sicuro che il Papa lo ha ribadito “con tutte le sue forze” – «l’aborto è un grave peccato». Non un peccato tra gli altri.

Ciò detto, è certamente lecito chiedersi come possa essere mediaticamente trasmesso quest’atto magisteriale (perché tale è; inutile che certi alti prelati si affatichino: la classe del documento e le formule utilizzate nello stesso sono quelle di un atto magisteriale “in alta uniforme”). Il rischio che la vulgata del provvedimento impoverisca l’articolazione dottrinale e giuridica al punto da dire che “l’aborto non è più peccato” appare tutt’altro che infondato e, riteniamo, per niente remoto: è apparsa disgustosa la strumentalizzazione operata da mercenari della politica e dello show business – penso a Monica Cirinnà e a Roberto Saviano – che hanno colto la palla al balzo per esigere con voce grossa l’abolizione della tutela per l’obiezione di coscienza dal testo della legge 194. È lecito chiedersi perché il Papa si esponga a queste strumentalizzazioni, che non giungono affatto inattese. Cionondimeno, penso che in tal senso saranno determinanti tre fattori, di cui solo uno è la presentazione mediatica (che agisce nel momento presente ma in modi di per sé inadatti a modificare la memoria a lungo termine di un popolo): il secondo è la formulazione con cui sarà riscritto il canone del Codice, e lo si vedrà nel medio periodo; il terzo è l’applicazione pastorale che si farà della norma e la ricezione che della stessa farà la comunità dei fedeli. Questo lo si vedrà nel lungo periodo.

In pratica, che cosa accadeva fino all’anno scorso? Chi aveva commesso l’aborto (in qualunque modo, quindi anche “solo” preparando i ferri per la macellazione del feto) andava dal confessore e questi rispondeva: «Non posso assolverti ora, devo chiedere la facoltà al vescovo». Quindi in un secondo incontro il confessore, che naturalmente aveva comunicato il caso ma non l’identità del penitente, dava la penitenza e l’assoluzione. Più frequentemente, i vescovi designavano uno o più penitenzieri, più spesso canonici o religiosi, specie se amministratori di santuarî (i gesuiti sacerdoti hanno tutti questa facoltà, per il diritto stesso), e davano loro la facoltà di rimettere quella scomunica, fatto salvo il loro dovere di relazionare periodicamente al Vescovo. Anzi, il più delle volte le facoltà erano distribuite “a pacchetti”: ogni sacerdote poteva rimettere la scomunica un numero preciso di volte e poi doveva tornare dal Vescovo, per relazionare e per avere un nuovo “pacchetto” di facoltà. Chiedo scusa per il linguaggio, che specie ai non addetti può suonare arido e freddo (e in una certa misura lo è): in questo contesto va a intervenire il Papa, certo non per indebolire la già gracile coscienza del valore della vita, ma per agevolare i percorsi di riconciliazione. Mi spiego: le cose funzionavano così perché il legislatore aveva riservato “all’ordinario del luogo” (ossia al Vescovo) la remissione della scomunica, e perché questa facoltà era delegabile. Il meccanismo che si veniva a creare, e che ho descritto per sommi capi, aveva però due scopi collaterali: da un lato un fine deterrente (perché la pena di dover confessare un peccato così schiacciante veniva raddoppiata o indirizzata a luoghi ben riconoscibili); dall’altro un fine statistico-informativo (perché le relazioni dei confessori finivano incolonnate in tabelle e registri per tenere d’occhio il trend). Ora, contro questo modo di fare si è sempre osservato che: da un lato non si è mai sentito che una donna che davvero volesse abortire non l’abbia fatto per paura di dover poi chiedere la remissione della scomunica; dall’altro quelle statistiche non misuravano né gli aborti sul territorio né gli aborti tra i fedeli, ma unicamente le confessioni del peccato di aborto, comportando inevitabilmente una indefinibile incognita che ne relativizzava di molto il valore.

Mi spiace, quindi, per chi si aspettava da questo editoriale «la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari»: non ce l’abbiamo, perché solo il tempo ci darà gli elementi necessarî a un giudizio meno parziale. Oggi dobbiamo invece registrare il dato ancipite dei numerosi cattolici “impegnati” che valutano il proprio impegno dalla severità con cui accolgono un documento magisteriale. Sono spesso così presi dal personaggio che non si avvertono grotteschi, mentre scorrono rapidamente il testo con gli occhialini in punta di naso e la matita rossoblu tra le dita: finisce così che si trovino ad amplificare l’odiata vulgata dei media laicisti, la stessa che vorrebbero contrastare, e a diventare nella loro impertinenza uguali e contrarî a quei superbi soloni che consigliano registi di grido nella messinscena di Vaticani da operetta psicanalitica.

In tutto questo, finisce che “Misericordia et misera” diventa veramente “il documento che parla di aborto”, e io stesso non sono contento delle diecimila battute che ho già speso a discettare dell’argomento, perché le rileggo e non vi ritrovo l’armonia della lettera apostolica né una traccia della gioia che il suo equilibrio teologico mi ha trasmesso (la citazione sulla gioia dal Pastore di Erma, al n. 3, mi ha così piacevolmente sorpreso…). In realtà, l’estensione della facoltà di perdonare gli abortisti pentiti non dovrebbe fare più notizia dell’estensione di quella di perdonare i lefebvriani: a quelli viene chiesto di essere pentiti del loro peccato, per ottenere l’assoluzione; a questi non viene chiesto neanche di accogliere il Magistero del Concilio Vaticano II («fino a nuova disposizione», ha buttato là il Papa…). Tenendo a freno le considerazioni emotive, bisogna riconoscere che con questo secondo atto Papa Francesco espone il corpo ecclesiale a una molto più esplicita incertezza dottrinale, «perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica».

Lo aveva detto, Papa Francesco, di preferire, se necessario, «una Chiesa incidentata» a una Chiesa asserragliata in un’autoinflitta clausura che, per conservarsi “pura” e “pulita”, omette di compiere la sua missione. E, lungi dal perdersi in autocommiserazioni, Papa Francesco riordina le carovane del popolo in cammino e traccia la road map: 1) la liturgia deve essere al centro della vita dei fedeli, perché «nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa» (n. 5); 2) rinnovare l’impegno all’approfondimento del rapporto con la Parola di Dio contenuta nelle Scritture, perché «la Bibbia è il grande racconto che narra le meraviglie della misericordia di Dio»; 3) incrementare la frequenza al sacramento della riconciliazione, perché «solo Dio perdona i peccati, ma chiede anche a noi di essere pronti al perdono verso gli altri», e «quando rimaniamo chiusi in noi stessi prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia»; 4) esercitarsi nel ministero della consolazione, che si esprime talvolta anche nel sacrificio del silenzio (personale e comunitario), «perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre»; 5) riscoprire «la bellezza della famiglia», che «permane immutata nonostante tante oscurità e proposte alternative: “La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa”». «La grazia del Sacramento del Matrimonio non solo fortifica la famiglia perché sia luogo privilegiato in cui vivere la misericordia, ma impegna la comunità cristiana, e tutta l’azione pastorale, a far emergere il grande valore propositivo della famiglia»; 6) portare gli uomini ad affrontare e preparare la morte «come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso», accogliendo così la “grande sfida” della cultura contemporanea che «spesso tende a banalizzare la morte fino a farla diventare una semplice finzione, o a nasconderla»; 7) «dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei “molti altri segni” che Gesù ha compiuto e che “non sono stati scritti”»; 8) rimarcare decisamente il “carattere sociale della misericordia” facendo «crescere una cultura della misericordia basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri»: «la tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione»; 9) rafforzare l’“opzione preferenziale per i poveri” anche con l’istituzione di una “Giornata mondiale dei poveri” nella penultima domenica dell’anno liturgico.

Quest’ultima istanza, in particolare, mi pare densa di tutto l’equilibrio della lettera, come se nella volontà di istituire una simile giornata una settimana prima della solennità di Cristo Re dell’Universo si ravvisasse precisamente il richiamo al fine della storia – della grande Storia – come lo insegna la dottrina cristiana: “beati i poveri”, tutte le singole beatitudini e l’intero “discorso della montagna” sono lo statuto che Cristo Re ha promulgato per il proprio regno. Quello nel quale «il più grande è chi si fa più piccolo di tutti e servo di tutti», imitando colui che «non è venuto per giudicare il mondo ma per salvarlo». Così Papa Francesco vuole che la Chiesa compia l’Anno Santo.

22/11/2016
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