Politica

di Giuseppe Brienza

L’Argentina e l’aborto

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Sembra provvidenziale questa retiterata volontà del Presidente argentino Macri di impedire la legalizzazione dell’aborto nel Paese sudamericano. Infatti, negli stessi giorni in cui il Capo di Gabinetto del Presidente della Repubblica Marcos Peña dichiara ufficialmente che, la depenalizzazione dell’omicidio del concepito nel grembo materno, «non è nei programmi» del Governo (cfr. Marcos Peña: “No está en agenda avanzar” con la legalización del aborto, “La Nación”, 22 de noviembre de 2016), il Nobel per la Letteratura Daniel Mantovani (“El ciudadano ilustre”), descrive un Paese alla ricerca delle proprie «radici europee» e «di una forte e coesiva identità nazionale» (cit. in L’Argentina, un Nobel in ritardo e la ricerca dell’identità nazionale, “Il Corriere della Sera”, 23 novembre 2016, p. 41). E quali possono essere queste “radici europee” se non quelle dell’umanesimo cristiano? Nella vigente Costituzione argentina del resto il Parlamento è chiamato fra l’altro a «dettare un regime di sicurezza sociale speciale» per il bambino anche «durante la gravidanza» (art. 75, co. 23). Per l’ordinamento nazionale appunto l’aborto è ammesso solo in caso di pericolo di vita, stupro o grave pregiudizio per la salute fisica della donna.

Eppure lunedì scorso è arrivata sui tavoli istituzionali di Buenos Aires l’ennesima “raccomandazione” dell’Onu ad «approvare una norma che legalizzi l’aborto». L’inviato speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne Dubravka Simonovic, non ha per ora ufficialmente reagito a quest’ultimo pronunciamento reso noto nel corso di una conferenza stampa convocata alla “Casa Rosada”, la sede centrale del potere esecutivo della Repubblica Argentina, dal Capo di Capo di Gabinetto Peña assieme al Ministro dell’interno Rogelio Frigerio. Con tutta probabilità, però, la funzionaria croata calcherà la mano contro il Paese sudamericano in occasione del Rapporto finale che sta stilando e che presenterà sull’argomento al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani nel giugno del 2017.

Già nell’ottobre scorso la governatrice del distretto di Buenos Aires María Eugenia Vidal, aveva rigettato l’abortista “Protocollo per l’attenzione integrale delle persone con diritto all’interruzione legale della gravidanza”, approvato nel 2015 dal governo di sinistra di Cristina Kirchner, a sua volta imposto dalla Corte Suprema di Giustizia argentina nel 2012. La governatrice della principale provincia argentina (quella comprendente la capitale, appunto), con la sua clamorosa decisione ha revocato l’adesione al Protocollo abortista dell’assessore alla Salute Zulma Ortiz.

Da quel momento era iniziata anche in Argentina la stessa pantomima promossa in altri Paesi “non conformi” alla dittatura pro-choice (da ultimo la Polonia di Duda), di “manifestazioni” femministe “per la salute della donna”, eclatanti e rappresentate con numeri gonfiati e sovraesposizione mediatica. Il 10 ottobre, per esempio, di fronte alla Cattedrale di Rosario, la polizia è stata costretta dai “professionisti del tafferuglio” a caricare con proiettili di gomma, gas al peperoncino e gas lacrimogeni un centinaio di donne (le cronache hanno naturalmente parlato di “migliaia” - si guardi la foto pubblicata a corredo di questo articolo e si giudichi -), le quali sfilavano per le strade del centro della città e, come riportato dalla testata on line “Resumen Latinoamericano” (www.resumenlatinoamericano.org), avevano disturbato la preghiera del rosario di un numero corrispondente di cattolici riuniti davanti alla Cattedrale. Al popolo orante gli abortisti e le femministe hanno gridato slogan irrispettosi e violenti come ad esempio «Togliete i vostri rosari dalle nostre ovaie».

Dal 2007 a oggi la richiesta di legalizzazione dell’aborto è stata bocciata in Argentina già diverse volte. Anche in quest’ultima occasione non è servito tirare in ballo il Pontefice, come qualcuno non ha mancato di fare anche durante la conferenza stampa convocata ieri alla Casa Rosada. A chi gli ha citato l’opportuna scelta di Papa Francesco di far continuare nel tempo gli effetti dell’Anno della Misericordia sul perdono dell’aborto, infatti, il principale collaboratore del Presidente della Repubblica Macri, Marcos Peña, ha risposto meglio di tanti teologi: «Si tratta di una decisione che riguarda l’ambito religioso e che spetta al Sommo Pontefice. Crediamo peraltro che essa non abbia cambiato la visione della Chiesa Cattolica a proposito dell’aborto» (art. cit.). Impeccabile.

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24/11/2016
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