Storie

di Claudia Cirami

Addio a Vittorio Sermonti, poliedrico amante di Dante

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Si è spento Vittorio, rimane in silenzio Dante. È morto ieri, a Roma, Vittorio Sermonti, storico interprete dei versi del Sommo Poeta, decantanti con la bellezza di una voce che aveva il suono intrecciato di pacatezza e inquietudine, come piccole onde che accarezzano e, insieme, battono il bagnasciuga. Aveva 87 anni, compiuti due mesi fa: era nato, sempre a Roma, il 26 Settembre del 1929. Su Twitter, qualche giorno prima, aveva annunziato di volersi prendere un po’ di riposo. Non immaginava – o chissà, probabilmente sì, con quell’attesa taciuta ma consapevole di chi è in là con gli anni – che il riposo che avrebbe avuto sarebbe stato quello eterno.

Descrivere la poliedricità di Vittorio Sermonti è compito arduo, come capita per tutti quegli artisti che hanno lasciato un segno nei vari campi in cui si sono cimentati. Cosa gli è mancato a livello espressivo? È stato scrittore, attore, regista, traduttore, divulgatore, docente di Italiano e Latino, poeta, insegnante di tecnica del verso teatrale, giornalista. In questo mestiere del “dire a tutto tondo” si è distinto sempre come cesellatore efficace ed elegante. Se tanti si muovono come ombre fugaci lungo i confini che separano i differenti monti artistici, Sermonti ha saputo collocarsi come pianta dalle salde radici negli ambiti che ha frequentato, probabilmente perché ha guardato più alla nettezza di una solida trasmissione culturale che non alla vaghezza di un facile successo. Meritandosi, come si è visto dai ricordi televisivi e giornalistici, il rispetto di molti.

Dotato di un sapere di eccezionale levatura, Sermonti ha vissuto lo “spaziare” dall’antico al contemporaneo come fosse un’arte, gettando ponti, coltivando raffronti, spalancando orizzonti, tutto per l’omaggio autentico e leale a quella Cultura in cui era stato cresciuto e che sentiva di dover diffondere – come una radio fa per la buona musica – alle nuove generazioni. I suoi compagni di strada erano stati il meglio del teatro italiano, da Bene a Gassman. I suoi compagni di letteratura non erano da meno, da Bassani a Pasolini. Del dialogo fecondo con gli interpreti più prestigiosi della nostra cultura, Sermonti si fa custode e araldo. Basta scorrere la sua lunga bibliografia per vedere quanti estuari avesse il fiume di sapere che alimentava con meticolosità e passione: tutta una vita trascorsa in un dinamismo tra studio e incontro con gli altri.

La scrittura, soprattutto, lo ha visto come protagonista senza requie: quattro romanzi (La bambina Europa, Sansoni 1954; Giorni travestiti da giorni, Feltrinelli 1960; Novella storica su come Pierrot Badini sparasse le sue ultime cartucce, Garzanti 1968, Se avessero, Garzanti 2016), racconti (Il tempo fra cane e lupo, Bompiani 1980), poesie (Ho bevuto e visto il ragno, cento pezzi facili, Il Saggiatore, 1999); saggistica a vario titolo (Dov’è la vittoria?, Bompiani 1983; Il vizio di leggere, Rizzoli 2009; Il vizio di scrivere, Rizzoli 2015; una serie di saggi pubblicati su riviste o in volumi di miscellanea su Mozart, Lorenzo Da Ponte, Ettore Petrolini, Emanuel Schikaneder, Pietro Metastasio, August Strindberg, tra gli altri. Scritti mai ordinari e, anche quando non condivisibili, certamente stimolanti. Con l’ultimo romanzo, “Se avessero”, era stato tra i cinque finalisti al Premio Strega, quasi a sottolineare che fino all’ultimo il suo non era certo un piatto ripetersi.

C’era poi stata la scrittura per i programmi radiofonici, come le quattro “Interviste impossibili” a Giulio Cesare, Marco Aurelio, Otto von Bismarck, Vittorio Emanuele II (poi presentate in volume, Bompiani 1976-77). Anche in questo caso, Sermonti si era confrontato con mondi e saperi lontani nel tempo, riattualizzandoli per il pubblico. Non erano poi mancati i progetti che univano poesia, musica e scrittura – retaggio dei tempi in cui avrebbe voluto diventare un pianista – come un libretto d’opera per Giorgio Battistelli (Giacomo mio, salviamoci! Macerata 1998), in occasione del bicentenario di un altro grande poeta italiano Giacomo Leopardi; i 14 racconti tratti dalle partiture di 14 opere di Giuseppe Verdi (Sempreverdi, Rizzoli 2002). ); il libretto di Gesualdo, Considered as a Murderer per Luca Francesconi (Amsterdam, 2004).

Ma Sermonti – per il grande pubblico – soprattutto rimanda a Dante. L’amore per l’Alighieri ha radici lontane che sprofondano fino all’infanzia sermontiana. Era il padre, un avvocato, a leggere al figlio i canti del più grande frutto poetico della cultura italiana. La passione per Dante era forse un modo di mettersi al riparo dall’idea di una modernità tecnologica che egli considerava come arma bellica, rivolta contro noi stessi, se non si può scagliare altrove. Dante era l’ “ad intra” in cui riposarsi, godere del piacere e della musicalità del verso, dell’accurata scelta lessicale, dell’invenzione linguistica e, insieme l’ “ad extra” che lo metteva in rapporto con il mondo e, diffondendo il verbo dantesco, gli dava anche l’impressione di poterlo cambiare, migliorare, perfezionare, pur senza farsi grandi illusioni. Al Sommo aveva dedicato una prima versione radiofonica di letture, nel 1987-1992, che erano anche state ritrasmesse più volte; tre volumi in forma di racconto critico (L’Inferno di Dante, Rizzoli 1988; Il Purgatorio di Dante, 1990; Il Paradiso di Dante, 1993, che poi erano stati riadattati anche per le scuole); incontri in giro per l’Italia (Virgilio al limbo, Mantova 1996; Il Diktat della memoria, Parma, 1996; L’altre stelle nel mezzo, Ginevra 1998; Dante, scienza e conoscenza, Genova 2003; La spiaggia, Il monte, Il giardino, tre serate sulla musica nel Pg, Lugano 2007, Dante per voce sola, Aosta 2011).

Prima ancora di Benigni, il padre della cultura italiana ha visto in Sermonti un suo interprete moderno. Il lavoro attento tra lettura e scrittura, tra recitazione e poesia, è riuscito riattualizzare il poeta e a renderlo più accessibile ad una contemporaneità che non fa più memoria delle sue radici e che, tuttavia, si è scoperta disponibile ad avvicinarsi all’Alighieri quando ha trovato interpreti appassionati e originali. Di Dante, Sermonti ammirava particolarmente la libertà morale e quel conservare, senza esserne schiacciato «l’umiltà del vincitore, la dignità dello sconfitto. Atteggiamento così poco italiano…» (intervista concessa a Teresa Caligiure, Samgha, 23 Aprile 2013). Del nostro maggiore rimatore si era fatto “cantore” e “traduttore”, “amico fedele” e, in un certo senso, anche “traditore”, nella misura in cui riportare ad altri un pensiero non nostro si traduce anche con un legittimo, a volte necessario, tradimento del testo originale. Perché il Dante di Sermonti era il Poeta originale, ma, contemporaneamente, anche la versione che Sermonti aveva compreso e fatta sua, amato e trasformato nel suo omaggio appassionato. Il pubblico apprezzava e Sermonti – anche al di fuori dell’Italia – era divenuto riconoscibile nella sua trasmissione della Divina Commedia.

Non solo Dante, nell’universo sermontiano. L’ecclettico maestro e cultore della parola si era dedicato pure a Virgilio ed Ovidio, sebbene ricevendo meno attenzione di pubblico. Del primo aveva pubblicato una traduzione nel 2007, lo stesso del secondo, cinque anni più tardi. Anche a Virgilio aveva dedicato qualche incontro in giro per l’Italia, tra cui L’eroismo al tempo di Virgilio, Gorizia 2007, ed Enea non era vergine, Parma 2007. Ma l’attività di traduttore, nel tempo, lo aveva messo a contatto con altre grandissime voci della letteratura, del teatro, della poesia, della filosofia, anche internazionale: Plauto e Molière, Lessing e Schiller, Machado e Rilke, Racine e Sartre e molti altri ancora. Per il teatro, la radio, la televisione, l’editoria: ovunque ci fosse la possibilità di portare cultura, Sermonti è stato presente. Certi uomini, inevitabilmente, mancheranno più di altri: lui sembra uno di questi. Non per il mito di una cultura che rende gli uomini migliori – il dogma del peccato originale riesce a dissolvere qualsiasi mitologia e messianicità umana con quel realismo che ci vede sempre segnati da una ferita – ma perché, dovendo spendere il nostro tempo su questa terra in modo proficuo, contribuire a diffondere i versi di colui che rimò il divino non sembra tra quelli più inutili o sbagliati. «Cari amici […] I vostri commenti mi faranno compagnia», ha scritto anche nell’ultimo tweet. Le nostre preghiere, Vittorio, ti siano ancor più di conforto.

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25/11/2016
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