Società

di Davide Vairani

Genitori, “disoccupate” le scuole e occupatevi dei figli

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Basta con le occupazioni nelle scuole. Giovani che okkupate le scuole: siete dei borghesi. Lasciatevelo dire, siete borghesi. Dovete ringraziare i vostri genitori che sono venuti a prendervi con la forza per portarvi via. Genitori che hanno fatto i genitori, come raramente mi è capitato di vedere nelle scuole (forse è la prima volta, non so). Accade a Roma. Al liceo Azzarita di Roma ai Parioli sono arrivati loro, mamme e papà, a “sgomberare” i figli per far cessare l’ennesima occupazione. Mercoledì pomeriggio, nel liceo scientifico tra villa Ada e viale della Moschea. Lo riporta “Repubblica”. Per la terza volta in 24 ore, i ragazzi hanno provato a prendere in mano l’istituto: “Abbiamo invaso il cortile e proclamato l’occupazione”, racconta una studentessa. Nella scuola solo un centinaio di ragazzi, che però giurano: “Nei giorni precedenti al blitz avevamo raccolto più di 200 firme”. Su circa mille studenti. Insieme alle volanti, sono arrivati anche i prof e il preside che ha convocato i genitori d’urgenza per una riunione straordinaria. E mentre i figli occupavano il piano terra e gli ultimi piani, al primo mamme e papà denunciavano la perdita di giorni di scuola chiedendo a gran voce un’autogestione concordata con i docenti. “A un certo punto abbiamo sentito dei colpi alla porta che avevamo barricato - prosegue la studentessa - Erano alcuni genitori che, forzando la porta, sono riusciti a entrare, urlando di andar via, cercando i figli, spintonandoli. Qualcuno ci ha preso anche uno schiaffo… Noi, i più piccoli, ci siamo spaventati e siamo scappati”. Gli ultimi rimasti, i più grandi, sono stati fatti uscire dalle forze dell’ordine, intervenute nel tardo pomeriggio. Ma lo sgombero era fatto.

No, non mi schiererò con gli “intellettuali” che vi incitano ad okkupare. Mi schiero con i vostri genitori. Mi schiero con voi, ragazzi e ragazze che avete l’età di mia figlia. Per il vostro bene. Usate la vostra testa, usate la ragione e guardate al vostro futuro, senza farvi ingannare da chi vi dice che occorre essere sempre e comunque contro. Ve lo suggeriscono gli ultimi epigoni di quella retorica del ’68 che voi nemmeno sapete davvero cosa è stato? Ve lo suggerisce la moda che vi vuole sempre e comunque ribelli senza dirvi perché e a che cosa?. Il ’68 è stato la distruzione della ragione per lasciare spazio all’ideologia. L’ideologia dei borghesi.

Non vi voglio fare la “morale”, non sono un bacchettone e non ho alcuna intenzione di dirvi cosa dovete fare. La vita è vostra: usatela appieno, fino al midollo per costruire il vostro futuro e il futuro del nostro Paese. Imparate ad andare al fondo delle cose, a non accontentarvi della superficie o di ciò che vi raccontano i falsi profeti che tutto vogliono tranne il vostro bene. Imparate a conoscere, a leggere, a stare dentro la storia come protagonisti.

Qualcuno vi ha mai parlato di Pasolini? Qualcuno vi ha mai proposto di leggere qualcosa di lui? Voglio farlo io. Prendo un passo dalle “Lettere luterane”, una raccolta di articoli che Pier Paolo Pasolini pubblicò sulle colonne del quotidiano Corriere della Sera e del settimanale Il Mondo nell’ultimo anno della sua vita, raccolte in volume l’anno successivo con il sottotitolo di “Il progresso come falso progresso”. Vi sono raccolti editoriali e interventi scritti tra l’inizio del 1975 e gli ultimi giorni di ottobre di quell’anno. Era il 1° e il 2 novembre del 1975, a soli 53 anni, PPP moriva assassinato dal 17enne Pino Pelosi “in concorso con ignoti”, in circostanze mai del tutto chiarite, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.

“Ai giovani infelici” è intitolato lo scritto. “Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. È il coro – un coro democratico – che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale. Confesso che questo tema del teatro greco io l’ho sempre accettato come qualcosa di estraneo al mio sapere, accaduto ‘altrove’ e in un ‘altro tempo’. Non senza una certa ingenuità scolastica, ho sempre considerato tale tema come assurdo e, a sua volta, ingenuo, ‘antropologicamente’ ingenuo”.

Non ditemi che avete letto per vostro conto anche una sola tragedia greca perché non ci credo. Fatelo. Vi accorgerete che ha a che fare con voi, con la vostra vita.

“Ma poi – continua PPP - è arrivato il momento della mia vita in cui ho dovuto ammettere di appartenere senza scampo alla generazione dei padri. Senza scampo, perché i figli non solo sono nati, non solo sono cresciuti, ma sono giunti all’età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti. Ho osservato a lungo in questi ultimi anni, questi figli. Alla fine, il mio giudizio, per quanto esso sembri anche a me stesso ingiusto e impietoso, è di condanna. Ho cercato molto di capire, di fingere di non capire, di contare sulle eccezioni, di sperare in qualche cambiamento, di considerare storicamente, cioè fuori dai soggettivi giudizi di male e di bene, la loro realtà. Ma è stato inutile. Il mio sentimento è di condanna. I sentimenti non si possono cambiare. Sono essi che sono storici. È ciò che si prova, che è reale (malgrado tutte le insincerità che possiamo avere con noi stessi). Alla fine – cioè oggi, primi giorni del ‘75 — il mio sentimento è, ripeto, di condanna. Ma poiché, forse, condanna è una parola sbagliata (dettata, forse, dal riferimento iniziale al contesto linguistico del teatro greco), dovrò precisarla: più che una condanna, infatti il mio sentimento è una ‘cessazione di amore’: cessazione di amore, che, appunto, non da luogo a ‘odio’ ma a ‘condanna’”. Pasolini scrive nel pieno della rivolta del ’68. Che cosa vi vuole dire, oggi come ieri, cari giovani?

“Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell’esistere, nel ‘provare sentimenti’. Ora, poiché io — padre ideale – padre storico – condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l’idea della loro punizione. Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la ‘punizione dei figli’. Solo che il coro, dotato di tanta immemore, e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la ‘colpa dei padri’. Ebbene, non esito neanche un momento ad ammetterlo; ad accettare cioè personalmente tale colpa. Se io condanno i figli (a causa di una cessazione di amore verso di essi) e quindi presuppongo una loro punizione, non ho il minimo dubbio che tutto ciò accada per colpa mia. In quanto padre. In quanto uno dei padri. Uno dei padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine. La colpa dei padri che i figli devono pagare è dunque il ‘fascismo’, sia nelle sue forme arcaiche, che nelle sue forme assolutamente nuove – nuove senza equivalenti possibili nel passato?”.

Vi sembrano parole astruse? Forse. Andiamo avanti. “Mi è difficile ammettere che la ‘colpa’ sia questa. Forse anche per ragioni private e soggettive. Io, personalmente, sono sempre stato antifascista, e non ho accettato mai neanche il nuovo potere di cui in realtà parlava Marx, profeticamente, nel Manifesto, credendo di parlare del capitalismo del suo tempo. Mi sembra che ci sia qualcosa di conformistico e troppo logico — cioè di non-storico — nell’identificare in questo la colpa. Sento ormai intorno a me lo ‘scandalo dei pedanti’ — seguito dal loro ricatto – a quanto sto per dire. Sento già i loro argomenti: è retrivo, reazionario, nemico del popolo chi non sa capire gli elementi sia pur drammatici di novità che ci sono nei figli, chi non sa capire che essi comunque sono vita. Ebbene, io penso, intanto, che anch’io ho diritto alla vita – perché, pur essendo padre, non per questo cesso di essere figlio. Inoltre per me la vita si può manifestare egregiamente, per esempio, nel coraggio di svelare ai nuovi figli, ciò che io veramente sento verso di loro. La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione: non certo nei partiti presi, e tanto meno nel partito preso della vita, che è puro qualunquismo. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà”.

“I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica. Oppure, sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non fa pietà. Dopo aver elevato verso i padri barriere tendenti a relegare i padri nel ghetto, si son trovati essi stessi chiusi nel ghetto opposto. Nei casi migliori, essi stanno aggrappati ai fili spinati di quel ghetto, guardando verso noi, tuttavia uomini, come disperati mendicanti, che chiedono qualcosa solo con lo sguardo, perché non hanno coraggio, ne forse capacità di parlare. Nei casi né migliori né peggiori (sono milioni) essi non hanno espressione alcuna: sono l’ambiguità fatta carne. I loro occhi sfuggono, il loro pensiero è perpetuamente altrove, hanno troppo rispetto o troppo disprezzo insieme, troppa pazienza o troppa impazienza. Hanno imparato qualcosa di più in confronto al loro coetanei di dieci o vent’anni prima, ma non abbastanza. L’integrazione non è un problema morale, la rivolta si è codificata. Nei casi peggiori, sono dei veri e propri criminali. Quanti sono questi criminali? In realtà, potrebbero esserlo quasi tutti. Non c’è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali. Essi non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti sono lineamente contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una trepida domanda di aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata. Essi non hanno più la padronanza dei loro atti, si direbbe dei loro muscoli. Non sanno bene qual è la distanza tra causa ed effetto. Sono regrediti — sotto l’aspetto esteriore di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita — a una rozzezza primitiva. Se da una parte parlano meglio, ossia hanno assimilato il degradante italiano medio — dall’altra sono quasi afasici: parlano vecchi dialetti incomprensibili, o addirittura tacciono, lanciando ogni tanto urli gutturali e interiezioni tutte di carattere osceno. Non sanno sorridere o ridere. Sanno solo ghignare o sghignazzare”. Lo sguardo di Pasolini su voi ragazzi mi stupisce: avete le stesse facce, gli stessi modi, le stesse rozzezze.

“In questa enorme massa ci sono delle nobili élites, a cui naturalmente appartengono i figli dei miei lettori. Ma questi miei lettori non vorranno sostenere che i loro figli sono dei ragazzi felici (disinibiti o indipendenti, come credono e ripetono certi giornalisti imbecilli, comportandosi come inviati fascisti in un lager). La falsa tolleranza ha reso significative, in mezzo alla massa dei maschi, anche le ragazze. Esse sono in genere, personalmente, migliori: vivono infatti un momento di tensione, di liberazione, di conquista (anche se in modo illusorio). Ma nel quadro generale la loro funzione finisce con l’essere regressiva. Una libertà ‘regalata’, infatti, non può vincere in esse, naturalmente, le secolari abitudini alla codificazione. Certo: i gruppi di giovani colti (del resto assai più numerosi di un tempo) sono adorabili perché strazianti. Essi, a causa di circostanze che per le grandi masse sono finora solo negative, e atrocemente negative, sono più avanzati, sottili, informati, dei gruppi analoghi di dieci o vent’anni fa. Ma che cosa possono farsene della loro finezza e della loro cultura?”.

Sono passati 50 anni dal ’68: eppure queste parole di Pasolini sembrano scritte oggi. Perché? “Dunque, i figli che noi vediamo intorno a noi sono figli ‘puniti’: ‘puniti’, intanto, dalla loro infelicità, e poi, in futuro, chissà da che cosa, da quali ecatombi (questo è il nostro sentimento, insopprimibile). Ma sono figli ‘puniti’ per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. È giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda, senza risposta, del motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione — che pareva cosi ciecamente irrazionale e crudele – del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità. Sarebbe troppo facile e, in senso storico e politico, immorale, che i figli fossero giustificati – in ciò che c’è in loro di brutto, repellente, disumano – dal fatto che i padri hanno sbagliato. L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi. Non ci sono figli innocenti. Tieste è colpevole, ma anche i suoi figli lo sono. Ed è giusto che siano puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi. Resta sempre tuttavia il problema di quale sia in realtà, tale ‘colpa’ dei padri. È questo che sostanzialmente, alla fine, qui importa. E tanto più importa in quanto, avendo provocato una cosi atroce condizione nei figli, e una conseguente così atroce punizione, si deve trattare di una colpa gravissima. Forse la colpa più grave commessa dai padri in tutta la storia umana. E questi padri siamo noi. Cosa che ci sembra incredibile. Come ho già accennato, intanto, dobbiamo liberarci dall’idea che tale colpa si identifichi col fascismo vecchio e nuovo, cioè coll’effettivo potere capitalistico. I figli che vengono oggi cosi crudelmente puniti dal loro modo di essere (e in futuro, certo, da qualcosa di più oggettivo e di più terribile), sono anche figli di antifascisti e di comunisti. Dunque fascisti e antifascisti, padroni e rivoluzionari, hanno una colpa in comune. Tutti quanti noi, infatti, fino oggi, con inconscio razzismo, quando abbiamo parlato specificamente di padri e di figli, abbiamo sempre inteso parlare di padri e di figli borghesi. La storia era la loro storia. Il popolo, secondo noi, aveva una sua storia a parte, arcaica, in cui i figli, semplicemente, come insegna l’antropologia delle vecchie culture, reincarnavano e ripetevano i padri”.

“Oggi tutto è cambiato: quando parliamo di padri e di figli, se per padri continuiamo sempre a intendere i padri borghesi, per figli intendiamo sia i figli borghesi che i figli proletari. Il quadro apocalittico, che io ho abbozzato qui sopra, dei figli, comprende borghesia e popolo. Le due storie si sono dunque unite: ed è la prima volta che ciò succede nella storia dell’uomo. Tale unificazione è avvenuta sotto il segno e per volontà della civiltà dei consumi: dello ‘sviluppo’. Non si può dire che gli antifascisti in genere e in particolare i comunisti, si siano veramente opposti a una simile unificazione, il cui carattere è totalitario – per la prima volta veramente totalitario – anche se la sua repressività non è arcaicamente poliziesca (e se mai ricorre a una falsa permissività). La colpa dei padri dunque non è solo la violenza del potere, il fascismo. Ma essa è anche: primo, la rimozione dalla coscienza, da parte di non antifascisti, del vecchio fascismo, l’esserci comodamente liberarti della nostra profonda intimità con esso; secondo, e soprattutto, l’accettazione — tanto più colpevole quanto più inconsapevole — della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo. Perché tale complicità col vecchio fascismo e perché tale accettazione del nuovo fascismo? Perché c’è — ed eccoci al punto — un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese”.

Giovani e adulti, ciascuno per le propria parte: riappropriamoci della ragione. Il nuovo fascismo di oggi si chiama libertà di fare ciò che si vuole, si chiama diritti senza mai doveri, si chiama Potere che ci vuole tutti uguali nel pensare, si chiama sentimento anziché amore, si chiama cultura di morte anziché difesa della vita senza se e senza ma. Siate realisti, pretendete l’impossibile: tornare ad essere vivi.

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26/11/2016
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