Politica

di Mario Adinolfi

Le ragioni del voto di Domenica

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Come è noto sono stato un sostenitore di Matteo Renzi nelle fasi iniziali della sua scalata al potere, per la precisione quando ero un deputato della Repubblica e lui un sindaco che voleva sfidare l’establishment post-comunista del Pd con l’obiettivo che sembrava improponibile di togliere la segreteria a Bersani e di mandare a casa D’Alema e Veltroni. I parlamentari piddini erano quattrocento e alle primarie 2012 si schierarono con Renzi in dodici, uno dei quali era il sottoscritto. Conoscevo Matteo da anni, fin dai tempi dei Giovani Popolari quando da presidente nazionale tenni a battesimo il congresso che lo elesse segretario provinciale a Firenze. Ci univano la radice cattolica e battaglie complicate come quella a difesa della legge 40 contro i radicali e i laicisti che non volevano limiti alla procreazione assistita e su questo indirono tre referendum, quella contro i Dico (la denominazione di allora della legge sulle unioni gay), quella a sostegno del Family Day 2007. Mi sembrava importante che un cattolico con questo background battesse una leadership post-comunista del Pd che sapevo culturalmente aperta ad accettare qualsiasi normativa imperniata sui falsi miti di progresso che poi avrei denunciato, una volta conclusa l’esperienza parlamentare, in Voglio la mamma. Perdemmo le primarie 2012, ma la “rottamazione” venne avviata lì e speravo producesse una rottura seria con le pessime pratiche politiche della generazione rottamata, accomunata dall’utilizzo del denaro pubblico per acquisire il consenso politico, vizio abnorme che causa tutti i guai e le debolezze dell’Italia, fotografati dal dato enorme del debito pubblico: duemilatrecento miliardi di euro, tutti sulle spalle delle nuove generazioni, che pagano con precarietà e salari ridicoli, oltre che con una disoccupazione giovanile al 37%, le scelleratezze di chi mandava gli impiegati pubblici in pensione a quarant’anni per comprarne il voto. Rottamazione doveva essere anche invertire la rotta della spesa pubblica, orientarla verso le giovani generazioni per consentire loro di mettere su famiglia, magari dovendo attivare per questo uno scontro con i sindacati che difendevano solo i già tutelati, come insegnava un ex dirigente della Cgil pentito che si chiama Pietro Ichino.

Con la stessa veemenza con cui ho sostenuto Renzi alle primarie 2012, pagando anche in termini personali con l’odio assoluto da parte dell’allora establishment bersaniano del Pd, oggi sono costretto a chiedervi di votare in maniera compatta no alla riforma costituzionale voluta dallo stesso Renzi, una riforma che fotografa quanto il premier sia stato cambiato dal potere conquistato, diventando un bulimico del potere stesso e tradendo tutte le premesse della sua battaglia che lo condusse ad accendere le speranze di molti. Renzi si è tramutato in un politico la cui innovazione è solo sul versante comunicativo: si è convinto che non conta quel che è, conta quel che appare e quel che appare deve essere soprattutto accattivante, alla moda. A questo sacrifica tutto, soprattutto la sostanza, giungendo a spacciare per vero ciò che è palesemente falso. Addirittura prova a spiegare che votare sì sia un voto contro l’establishment e lo fa dalla posizione più preminente dell’establishment, controllando Palazzo Chigi e il Quirinale e i due rami del Parlamento e la Rai, avendo ricevuto gli endorsement della Casa Bianca, del governo tedesco, della presidenza della Commissione europea, del Financial Times e di tutti i principali giornali. Ecco questo gioco di prestigio che prova a usare la comunicazione per trasformare ciò che non è in ciò che è, è francamente insopportabile e fa somigliare tutta questa fase di governo di Matteo Renzi a un lungo e gigantesco imbroglio.

Renzi di fatto ha tradito alla fine se stesso: il brillante sostenitore delle ragioni del Family Day 2007 è diventato il fautore principale delle ragioni opposte che hanno dato vita all’orrenda legge Cirinnà; il combattente contro la fecondazione eterologa ora tifa per le adozioni omosessuali e di fatto legittima le pratiche di utero in affitto utilizzate da esponenti del suo partito; colui che voleva abbattere il debito pubblico l’ha aumentato di 86 miliardi di euro in meno di tre anni di governo; la spesa pubblica è stata massicciamente impiegata a fini elettorali prima nel 2014 con l’operazione 80 euro ai dipendenti, poi nel 2016 con i 50 euro ai pensionati, i 5 miliardi ai 3.5 milioni di dipendenti pubblici, le agevolazioni per chiudere il contratto dei metalmeccanici, tutti a pochi giorni dal voto del 4 dicembre; la rottura con i sindacati tradizionali si è trasformata in complicità, orientando di nuovo tutta la spesa pubblica solo ai già garantiti e ignorando completamente le necessità dei giovani e della famiglia. Si potrebbero elencare i 5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà, i soldi tolti alle quattro di mattina agli ospedali tarantini per dare un segnale a Michele Emiliano riottoso ad obbedire, l’occupazione manu militari della Rai, l’incredibile e scandalosa vicenda di Banca Etruria col gup di Arezzo che assolve tutti, l’utilizzo vergognoso del voto di fiducia addirittura sulla riforma elettorale e su leggi di coscienza come la legge Cirinnà (dopo aver giurato che non l’avrebbe mai fatto, poche settimane prima in conferenza stampa), le strane spese per la propaganda referendaria del Pd con lettere inviate a tutti gli italiani per almeno dieci milioni di euro (e chi paga?), la legge elettorale pericolosamente autoritaria approvata addirittura con la fiducia quando sembrava convenisse, adesso da cambiare perché non conviene più. Complessivamente, insomma, Renzi ha scelto il farsi establishment anziché rottamarne se non gli uomini almeno le abitudini. Le politiche invece sono semplicemente la stessa italica ricetta di sempre: comprare voti a debito, usare la legislazione per costruire abiti sulle proprie necessità, peraltro mutevoli, consegnando a questo schema addirittura la Costituzione italiana.

Mi si dirà: questo è un giudizio sull’azione di Renzi e non sul merito del quesito referendario. Vero, è così. Ma questo referendum non è sul merito della revisione costituzionale, questo è un referendum politico da sempre immaginato da Renzi come spartiacque della propria azione. Una volta immaginava di vincerlo a spasso e di utilizzare poi il ballottaggio dell’Italicum per costruire un sistema di fatto di potere non condizionabile, in cui il governo diventava sostanzialmente detentore anche del potere legislativo, con tempistiche da “delibera in giunta ratificata dal consiglio comunale”, a cui era abituato come sindaco di Firenze. Racconta l’aneddoto che riunendo per la prima la giunta a Palazzo Vecchio il Renzi appena eletto sindaco abbia esordito dicendo ai dodici assessori: “Io credo nella democrazia, votate tutti sempre liberamente, ma il mio voto vale tredici”. Ha riscritto la Costituzione per ricreare quei meccanismi.

Ma veniamo al merito del voto del 4 dicembre, su cui il Popolo della Famiglia fin dall’assemblea dello scorso 11 giugno ha scelto di esprimersi con un no fermo. Diciamo no perché non si fa una riforma della Costituzione con un Parlamento dichiarato dalla Corte costituzionale in parte illegittimo per via dell’illegittimità degli eletti con il premio di maggioranza abnorme garantito dal Porcellum; a maggior ragione in questa condizioni è illegittimo cambiare una parte così ingente della Costituzione a colpi di maggioranza; il cosiddetto “taglio ai costi della politica” è irrisorio e pagato con un taglio ai diritti democratici dei cittadini; il bicameralismo paritario viene sostituito da un bicameralismo confusionario e non sappiamo neanche con che modalità verranno eletti i senatori; la riforma del titolo V umilia i territori e centralizza poteri ribaltando il principio di sussidiarietà, uno dei cardini della democrazia contemporanea; la citazione esplicita all’articolo 117 dell’Unione europea rischia di costruire condizioni di subalternità ulteriore delle politiche nazionali ai diktat di Bruxelles. Complessivamente preferiamo la Costituzione scritta e pensata da Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Palmiro Togliatti e Benedetto Croce a quella scritta e pensata da Maria Elena Boschi, Denis Verdini, Angelino Alfano e Matteo Renzi.

Il renzismo è una grande occasione persa e se il sì dovesse vincere domenica 4 dicembre, con il martellamento postal-televisivo e i miliardi distribuiti a pioggia, si trasformerebbe in potere duro e a lungo incontrastabile. Il mix delle opposizioni non è che mi tranquillizzi di più. ma di certo quel che ci viene proposto è un pasto indigeribile che indebolisce troppo i contrappesi che una grande democrazia deve avere per funzionare correttamente. Votare no, politicamente e nel merito, è la scelta razionale da compiere per non perdere quel poco di potere che ci resta come cittadini. Per chi è stato renziano è una scelta anche dolorosa perché per l’ennesima volta abbiamo visto dissiparsi un talento al contatto con la stanza dei bottoni. Si innamorano delle leve che possono azionare e non vogliono mollarle più. Che ci provino, ma senza toccare la Carta fondamentale, che da settant’anni garantisce al popolo la possibilità di togliere il giocattolo a chi tenta di impadronirsene in via definitiva. Questa è la forza della Costituzione repubblicana, che il 4 dicembre il Popolo della Famiglia si impegnerà a difendere in maniera compatta con il proprio voto contrario alla revisione costituzionale e a Matteo Renzi, colui che scrive e riscrive leggi elettorali e costituzioni secondo le proprie convenienze.

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02/12/2016
0107/2022
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