{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} PLANNED PARENTHOOD FONDI A CHI INDAGA

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di Alessandro Rico

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Con la vittoria del Presidente eletto Donald Trump, l’aria in America forse sta cambiando. Pochi giorni fa, il Select Panel on Infant Lives, insediatosi in seno alla Camera dei Rappresentanti dopo la scoperta dell’affaire Planned Parenthood, ha reso nota una lista di organizzazioni che praticano aborti tardivi e commerciano parti anatomiche dei feti (una pratica che, è bene ricordarlo, le leggi federali, valide su tutto il territorio della nazione, vietano esplicitamente). L’elenco delle istituzioni che sfruttano questo business della morte comprende, tra le altre, l’Università del New Mexico, che ha acquistato tessuti provenienti da feti abortiti tardivamente in una clinica di Albuquerque; una clinica dell’Arkansas, che vendeva i resti dei bimbi non nati a StemExpress, un centro di ricerca sulle staminali con sede in California, che sul suo sito internet non ha remore a dichiarare che «i prodotti di StemExpress, derivati da tessuti umani, variano dai tessuti sani a quelli malati, da quelli dei feti a quelli degli adulti»; e poi, ancora, un’università dell’Ohio, anch’essa coinvolta in questo florido commercio; la DVBiologics, della Contea di Orange in California, che non solo trafficava parti di feti, ma non pagava nemmeno le tasse sulle transazioni; e la stessa Planned Parenthood texana, in affari con l’Università del Texas. In questi giorni, la Camera sta discutendo il rinnovo dei fondi al Comitato, che oltre ad aver denunciato alle relative procure distrettuali i fatti sopra riportati, ha spedito anche una serie di mandati di comparizione a medici che praticavano aborti tardivi, come LeRoy Carhart e Warren Hern. Quando, durante la campagna elettorale, Trump aveva accusato la Clinton di appoggiare l’interruzione di gravidanza al nono mese, la candidata democratica si era schermita dietro a una circonvoluzione verbale, che alludeva al dramma psicologico delle donne che scelgono di abortire. I giornali, quelli americani e i nostri, avevano dichiarato ovviamente che quelle di Trump erano solo insinuazioni e che il tycoon faceva parte della schiera dei pro-life sbandati, che vogliono negare alle donne il «diritto alla salute riproduttiva» (tradotto: il diritto all’infanticidio). Eppure, medici come Carhart e Hern sembrerebbero bendisposti a praticare interruzioni di gravidanza anche fino a tutto il nono mese, per poi, naturalmente, piazzare sul mercato i resti dei bambini. Come con il maiale, anche del feto non si butta via niente. È indubbio che Donald Trump abbia espresso posizioni non proprio nette sulla questione dell’aborto, proclamandosi un «pro-life con alcuni caveat», come l’età della madre, l’eventuale rischio per la vita della gestante, o i casi di gravidanza provocata da violenze sessuali. Resta però il fatto che ha selezionato importanti esponenti della galassia antiabortista per ricoprire ruoli chiave: ad esempio, il Repubblicano Tom Price, che in qualità di Segretario del centro Health and Human Services avrà un ruolo fondamentale nel progetto di «repeal and replace», cioè «abrogare e rimpiazzare» Obamacare, la riforma sanitaria dell’amministrazione uscente che forniva coperture assicurative pubbliche per aborti e contraccezione. D’altro canto, il tycoon newyorkese ha vinto le elezioni pure grazie al sostegno dei pro-life, che aveva corteggiato promettendo, in una specie di lettera aperta, di eliminare almeno i finanziamenti pubblici alle pratiche abortive, con una solida argomentazione giuridica: se, come recitava la sentenza della Corte Suprema che nel 1973 legalizzò l’aborto negli Stati Uniti, l’interruzione di gravidanza è una decisione privata della gestante, allora essa non può essere portata a termine con i soldi dei contribuenti. Trump aveva scritto a chiare lettere che, in quella circostanza, «la Corte Suprema fondò quella sentenza immaginando diritti e libertà che nella Costituzione non ci sono». Esattamente come è accaduto nel più recente caso del matrimonio gay: in fondo, il sistema della judicial review, con il quale la suprema corte statunitense si arroga il diritto di stabilire la giusta applicazione della Costituzione sull’intero territorio nazionale, si riduce ai rapporti di forza politici interni al comitato dei nove giudici. E Trump avrà il compito di proporre al Congresso, a maggioranza repubblicana, la nomina del successore di Antonin Scalia, il giudice cattolico e conservatore morto qualche mese fa. Il vento, che sembrava sospingere la barca della civiltà americana verso mari tempestosi, forse sta cambiando direzione. Certo, la strada è ancora lunga: solo un paio di giorni fa, l’ennesima coppia gay italiana ha comprato un bambino con la maternità surrogata in California. Ma i titoli di apertura della presidenza Trump promettono bene. Da gennaio ne vedremo delle belle.

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05/12/2016
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