Politica

di Davide Vairani

Per non finire dalla padella piddina nella brace grillina

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Una Riforma pesante della Costituzione non va mai presentata da un governo. Semplicemente perché viene percepita come la riforma di una parte contro un’altra. Così come nel 2006 con Berlusconi, Renzi ha fatto lo stesso, blindando a suon di fiducia l’approvazione parlamentare. Una parte contro un’altra. Non è questo il modo di cambiare la Carta che regola lo stare insieme di un Paese. Ecco. Renzi ha forzato la mano e ha perso.

E ora? Perché ho vinto e non riesco a gioirne? Ho votato NO come altri 19.025.254 di italiani, dentro una grande partecipazione popolare che da tempo non si vedeva in Italia (68,48 % degli aventi diritto sono andati alle urne), ha vinto il NO in maniera secca e chiara (59,95%), Renzi ha annunciato le sue dimissioni da Premier insieme al suo governo che ha approvato le unioni civili, il divorzio breve, che aveva già calendarizzato l’approvazione di una legge sull’eutanasia. Eppure non riesco a gioirne. Perché? Provo a spiegarmelo. Se è vero -come è vero- che il Referendum costituzionale si è volutamente trasformato in un voto su Renzi e il suo governo, Renzi farà pesare quel 40% che ha votato sì, arrogandoselo tutto per sè. Lo stesso non possono fare i vari Berlusconi, Salvini, Meloni, Grillo e ciascuno del variegato e disomogeneo fronte partitico del no (nemmeno i frondisti dem del Pd): semplicemente perché non c’è un punto, uno solo, sul quale possano trovare una intesa. Il centrodestra (con o senza trattino ormai è indifferente) non esiste. È solo una parola. Eppure li sentirete, eccome se li sentirete (come prontamente già fatto ieri) cercare ciascuno di intitolarsi la vittoria, in una sorta di prova muscolare a chi le racconta più grosse. Su sicurezza, immigrazione, lavoro, ad esempio, il “centrodestra” non ha un pensiero comune. Quando scrivo che il centrodestra non esiste (lo sottolineo) lo intendo nel senso letterale del termine: non esiste un leader riconosciuto, non c’è uno straccio di proposta concreta sulla quale davvero domani possano essere tutti disposti a convergere, non esiste una visione del futuro del nostro Paese. Il centrodestra non è altro che un insieme di generali e luogotenenti in cerca d’autore e di poltrone. Messi tutti insieme in maniera aritmetica non arriverebbero nemmeno al 30/35% dei voti in una ipotetica tornata elettorale. La comica (o meglio la tragedia) si chiama ancora una volta Berlusconi, icona di questo centrodestra. Un Berlusconi che va in Tv e dice di non vedere altro leader se non se stesso, Belusconi che va in TV per dire che il suo successore lo sceglierà lui, che non accetterà mai primarie che non servono a nulla. Berlusconi che prima manda avanti il suo fido Parisi e poi lo sfiducia. E Parisi sai che fa? Un partito suo. E questo sarebbe il centrodestra?

Renzi non è stupido: dimettendosi, ha passato la palla a chi ha vinto il Referendum. Si aprono scenari nuovi quanto preoccupanti. Il segretario del Pd (perché tale resta) giocherà da oggi in avanti in maniera diversa: assisteremo – io credo – alla palingenesi di un Pd sempre più simile al M5Stelle, non solo nei toni ma anche nella tattica politica. È infatti lapalissiano che non si andrà alle elezioni subito. C’è da approvare la legge di stabilità, c’è da modificare il sistema elettorale schizzofrenico, in attesa che la Consulta si pronunci. Il Presidente della Repubblica non si sognerà mai di andare a votare a breve con l’Italicum alla Camera e il “Consultum” al Senato. Le manovre saranno tutte giocate attorno a Pd e Pentastellati. E Renzi lo sa bene. Non si dimentichi infatti che la maggioranza parlamentare alla Camera in questo momento è sempre e comunque del Pd. E da oggi, il Pd metterà i suoi voti in congelamento e si candiderà ad essere il nuovo M5Stelle (nel senso di suo doppione). Renzi, defilandosi momentaneamente, ha inchiodato il sistema partitico attuale scommettendo sul suo fallimento e - nel farlo – userà tutta la sua forza parlamentare per metterlo nelle condizioni di avvitarlo sulle sue contraddizioni. Farà di tutto, convincendo i suoi parlamentari (un tempo tutti o quasi bersaniani) che nonostante ciò che può apparire è ancora lui l’uomo che può davvero fare l’ago della bilancia del futuro dei singoli parlamentari. Oggi la forza di Renzi è quella di essere determinante per la formazione di qualsiasi governo. Anche nella sconfitta. Le carte, in parlamento, continua a darle lui in qualità di leader del partito di maggioranza relativa. Nessuno scenario post governo Renzi si può aprire senza passare dal Pd (e quindi da lui). Ecco perché Renzi - che non lascerà mai e poi mai la segreteria del Pd -, da oggi vincolerà il partito alla sua sconfitta e lo terrà in ostaggio di una transizione infinita senza che questo possa toccar palla da qui alla fine della legislatura. La sua scommessa è tutta sull’implosione di uno scenario che non contempli la centralità della sua figura. Giocherà al boicottaggio e farà l’outsider seguendo lo schema Grillo. Il Pd renziano – sono pronto a scommetterci - non parteciperà alla formazione di un nuovo governo, sulla falsariga di quel che fecero i Pentastellati ai tempi del tentato governo Bersani e con quelli presieduti da Letta e da Renzi stesso. O, quantomeno, il Pd farà pesare fino in fondo il proprio ruolo e metterà ostacoli ogni dove. Il Pd sceglierà la strada del congelatore, facendo a gara con i Grillini a chi è più puro. La sfida tra Pd e M5Stelle da oggi sarà sul piano della purezza. E quindi sempre più impolitica e demagogica e complessivamente deteriore. Ecco perché non ci potrà essere nessun governo né politico né tanto meno tecnico - nessun partito oggi gli voterebbe la fiducia vanificando il consenso che crede di aver ottenuto al referendum - ma solo uno istituzionale, di scopo, finalizzato a varare una legge elettorale possibilmente identica a entrambi i rami del parlamento.

In questo scenario, dove sono i cattolici? Alfano e i suoi reduci fieri sostenitori di Renzi fino a perdere del tutto la faccia sono impresentabili e – ammesso che lo siano ancora – in mano che cosa portano? Una buona pattuglia di parlamentari, certamente, ma un consenso elettorale che se supera il 3% è un miracolo. Casini (Pierferdi intendo) si è giocato definitivamente la faccia sostenendo Renzi con il sì e dietro di lui il nulla. Rimane qualche cespuglio qua e là in parlamento, da “Idea” di Quagliariello & Soci a qualche altro che naviga nel gruppo misto o in Scelta Civica. Insomma, briciole.

Ecco perché non riesco a gioire nonostante abbia vinto: perché il perimetro “cattolico” sia in parlamento che fuori è completamente diviso. Sui social, tutti – ma proprio tutti – per esprimere il proprio NO hanno usato l’hastag #renziciricorderemo, facendo continuamente riferimento ai due Family Day che hanno portato a scendere in piazza oltre due milioni di cittadini italiani. In quelle due piazze c’erano parlamentari di vari schieramenti partitici e soprattutto c’erano persone che attendevano di costruire finalmente insieme un percorso che rimettesse al centro dell’agenda politica italiana la famiglia e i figli, cioè il futuro di un Paese.

Là in quelle piazze c’era – ne sono certo – almeno il 15-20% di quelli che domenica hanno votato NO. Tra chi c’era fisicamente e chi è rimasto a casa perché non poteva venire. Da allora ad oggi, in pochissimi mesi, quel manipolo di laici, quel gruppo di arditi coraggiosi che ha guidato l’alba di una possibile e splendida resistenza popolare si è diviso. Gandolfini da una parte e Adinolfi e Amato dall’altra. Galdolfini a predicare per mesi la necessità di proseguire in una lotta di lobby e pressione culturale e gli altri a scendere nell’agone politico-partitico fondando il Popolo della Famiglia. Per alcuni mesi, luogotenenti da entrambe le parti non hanno risparmiato colpi bassi, attacchi e accuse fino ad arrivare sul piano personale. Nessuno – dico nessuno – ha mai capito fino in fondo realmente quali fossero i problemi insormontabili. Sembrava fossimo ritornati al “non expedit” dei cattolici in politica. Per Gandolfini il Popolo della Famiglia non aveva senso, perché non aveva senso immaginare un partito di cattolici. Poi, non più tardi di qualche giorno fa’ a Verona, Massimo Gandolfini sfila sul palco a Verona nella giornata di chiusura della lunga campagna del Comitato delle famiglie per il NO (di cui faccio parte anche io). Ad ascoltarlo non c’era l’Italia dei conservatorismi e delle poltrone. C’era un pezzo del Family Day. Sale sul palco e sfilano con lui molti parlamentari, tra cui Maurizio Gasparri, Eugenia Roccella, Carlo Giovanardi, Lucio Malan, Giuseppe Pagano e Gianmarco Centinaio. Alla fine della manifestazione, Gandolfini avrebbe dovuto – come da comunicato stampa - fare un annuncio. Era atteso. Era atteso un annuncio in merito a una possibile trasformazione del Comitato delle Famiglie per il NO in un soggetto politico, ma la attese sono andate in parte deluse, anche se Massimo Gandolfini nell’introdurre la manifestazione, ha parlato esplicitamente del “dovere per i cattolici di scendere in politica”. L’appuntamento è probabilmente solo rinviato all’esito del referendum, quando, come ha ricordato Gandolfini, “il bisogno di un’entità politica che si faccia interprete delle nostre preoccupazioni antropologiche” sarà preso nella dovuta considerazione.

Bene. Ora il tempo è arrivato. È arrivato – ora più che mai – il tempo della responsabilità e dell’azione. E – aggiungo – del perdono. Troppi stracci sono volati nelle segrete stanze, sui social e negli incontri pubblici. È venuto il tempo di tirare coraggiosamente una riga su quanto è stato fino a ieri e provare insieme a tracciare un percorso di speranza. L’Italia non merita l’irrilevanza politica dei cattolici. L’Italia merita ben altro. Non ci sono scorciatoie però. Occorre affrontare a muso duro la realtà, anche a costo di perdere dei pezzi per guadagnare il centuplo. Pezzi di protagonismo, pezzi di aspirazioni, ma soprattutto lasciare perdere la legittima aspirazione di vincere e vincere subito. Il popolo del Family Day ha bisogno di dimenticare questo modo di fare politica al quale stiamo assistendo dal 1994. Il popolo del Family Day è stanco di promesse disattese da una classe politica che non li rappresenta e non li vuole rappresentare. Quale entità politica oggi può avere a cuore e farsi interprete delle nostre preoccupazioni antropologiche? Nessuno degli attuali partiti che stanno dentro il parlamento. Destra e sinistra sono concetti che appartengono al passato: la realtà si gioca tra chi persegue l’egemonia del pensiero unico e la reazione al pensiero unico. Oggi chi sarebbe in grado di guidare questa reazione? Pensateci bene. Tutti. Pensiamoci bene. Nessuno si senta escluso.

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06/12/2016
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