Politica

di Mario Adinolfi

Gentiloni: se il prestanome si fa nome

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Siamo senza dubbio nella fase in cui tutti i commentatori considerano Paolo Gentiloni poco più di un prestanome di Matteo Renzi. I titolisti dei giornali si sbizzarriscono tra Genticloni (Il Fatto Quotidiano), Gentilrenzi (il Giornale) e Renziloni (il Tempo). Senza dubbio il nuovo governo nasce con l’intenzione dell’ex premier di continuare a controllare Palazzo Chigi per interposta persona, mentre nel frattempo chiude la mattanza della minoranza dem con primarie Pd convocate a marzo in cui trionfare con milionate di voti. Ma siamo certi che il gioco di Renzi, così scoperto da apparire spudorato, sia destinato al successo?

Intanto spieghiamo lo schema ai poco avvezzi alla politica. Il Renzi sconfitto del 4 dicembre non poteva accettare il reincarico pena il “perdere la faccia”. Aveva detto che se ne sarebbe andato e se ne è andato. Formalmente. Aveva pure detto che lasciava la politica, quello non l’ha fatto. Rimasto in campo, ha preteso di dettare il nome del successore e gliel’hanno lasciato fare: considera Paolo Gentiloni il proprio prestanome a Palazzo Chigi. Sergio Mattarella, presidente silenzioso ma politicamente molto esperto e anche malizioso senza darlo a vedere, aveva un unico obiettivo: che un governo nascesse. L’accelerazione verso “elezioni a febbraio” chieste addirittura da Alfano, sempre su indicazione di Renzi, l’ha stoppata con un paio di veline inviate ai giornali in cui trapelava tutto il suo malumore. A sostegno di Mattarella si è mossa anche la Corte costituzionale, con il famoso annuncio della sentenza sull’Italicum fissata al 24 gennaio. Sentenza già decisa da ottobre, ma maliziosamente piazzata in là in maniera che che un governo dovesse comunque nascere.

Il governo del “prestanome” è così nato rapidamente e senza scosse. Gentiloni ha un unico obiettivo da centrare: fare la legge elettorale per Camera e Senato, con l’appoggio di più gruppi parlamentari possibili. E qui scatta la prima finezza politica: il governo potrà contare infatti su due maggioranze. Una maggioranza politica che non potrà che essere la fotocopia di quella dell’ultima fase del governo Renzi (Pd+Alfano+Verdini); poi però ci sarà la maggioranza che farà la legge elettorale e quella è estesa anche a Forza Italia, che vuole essere della partita. Con la stampella berlusconiana, il governo è destinato a durare più dei tre-quattro mesi previsti facendo prevalere quello che su La Croce Quotidiano abbiamo definito il “fattore P”: Pensione dei Parlamentari di Prima nomina. Il 62% dei parlamentari di questa legislatura, un’ampia maggioranza dunque, sono di prima nomina e otterranno il diritto a pensione solo se la legislatura durerà almeno quattro anni, sei mesi e un giorno, dunque fino al 16 settembre 2017. Maggioranza politica, maggioranza estesa e fattore P inevitabilmente produrranno uno slittamento delle elezioni politiche all’ottobre 2017, a pochi mesi dalla scadenza naturale. Chi guiderà questo processo politico? Lui, il prestanome: Paolo Gentiloni. Che avrà tempo di farsi il nome.

Sarà bene che vi parli un po’ di Gentiloni. Lo conosco bene, da molti anni, facevo parte come sapete del manipolo di deputati renziani da lui coordinati alle primarie 2012 e l’ho sostenuto nella sfortunata corsa alla carica di sindaco di Roma in cui fu battuto da Ignazio Marino e anche da David Sassoli. Gentiloni è il capo del clan rutelliano del Pd, buona creanza vorrebbe che si parlasse di correnti, ma il Pd ormai è balcanizzato in veri e propri clan in guerra feroce tra loro con logiche da guerra di mafia, quindi usiamo le parole giuste. Il clan rutelliano è piccolo ma combattivo e molto potente: avevano il ministro degli Esteri ora hanno il presidente del Consiglio, il vicepresidente della Camera (Roberto Giachetti), molti parlamentari rilevanti (Lorenza Bonaccorsi, Michele Anzaldi, Ermete Realacci), l’intelligentissimo spin doctor Filippo Sensi, il capo ufficio stampa della Camera Stefano Menichini. Questo gruppo si è saldato, con provenienze varie dall’area extraparlamentare di sinistra al radicalismo pannelliano all’ambientalismo, nell’esperienza di governo della capitale di Francesco Rutelli sindaco di Roma dal 1993, per poi trasmigrare nella Margherita con la candidatura dello stesso Rutelli a premier nel 2001, rompendo il rapporto con Rutelli al momento della sua fuoriuscita dal Pd nel 2008. Matteo Renzi è solo un aggregato al clan rutelliano, non ha la stessa formazione di Gentiloni e dei suoi amici-accoliti (Renzi viene dal Ppi, ha un imprinting democristiano), entra a far parte del gruppo dopo aver accoltellato il suo mentore Lapo Pistelli essendo alla ricerca di una nuova copertura a livello nazionale. Il rapporto di Renzi con Pistelli è sempre stato poco raccontato: gli ha fatto da portaborse, ne ha ottenuto ogni tipo di gratificazione fino alla presidenza della provincia di Firenze ad appena ventisette anni, nel momento cruciale in cui Pistelli doveva correre incontrastato verso la carica di sindaco di Firenze, Renzi gli si è candidato contro alle primarie e lo ha battuto grazie ad un accordo sottobanco compiuto già allora con le truppe di Denis Verdini. Lapo, figlio di Nicola Pistelli una delle figure più amate della Democrazia Cristiana toscana morto in un incidente, ha impiegato dieci anni a riprendersi dal tradimento subito. Tra i parlamentari popolari e poi margheritini e infine Pd era uno dei più preparati in assoluto in materia di politica estera e proprio per la sua competenza riconosciuta ovunque nel mondo si era issato fino al ruolo di viceministro degli Esteri. Quando Federica Mogherini venne nominata Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, tutti ma proprio tutti si aspettavano che Renzi sanasse la ferita ferocemente aperta anni prima e compensasse Pistelli con la poltrona di ministro degli Esteri. Ma Renzi non è solo feroce, è anche terrorizzato dai complotti ai suoi danni e dal far crescere qualsiasi personalità competente che possa fargli ombra. Pistelli ministro degli Esteri era troppo pericoloso e allora, oplà, dal cilindro Renzi si inventa senza alcun curriculum che lo giustificasse, Paolo Gentiloni ministro alla Farnesina. Pistelli, devastato, ha abbandonato la politica e si è fatto remunerare con uno stipendio da più di mezzo milione di euro l’anno (il quadruplo di un parlamentare) come vicepresidente Eni.

Questa lunga digressione per spiegare che mondo rutelliano e mondo renziano non sono esattamente la stessa cosa, che Renzi è un cinico capace di ogni violenza politica ma allo stesso tempo preda delle proprie paure, Gentiloni è un’acqua cheta ma è anche altre due cose: è un vero capoclan ed è allo stesso tempo molto rassicurante. Lui tesse i rapporti con l’altro ministro e uomo forte del Pd, Dario Franceschini, che allo stesso tempo è la personalità dem più stimata e ascoltata da Sergio Mattarella. Nessuno nel Pd odia Gentiloni. Tutti nel Pd odiano Renzi, anche coloro che attualmente lo appoggiano per assenza di alternative. Ma ora un’alternativa andrà costruendosi da Palazzo Chigi. Anche se Gentiloni lo negherà ogni volta. E rassicurerà e tranquillizzerà. Poi vincerà.

Come? Semplice. La finalità del governo Gentiloni, come ampiamente spiegato da Mattarella e qua e ovunque, è la legge elettorale. Che sarà, lo abbiamo capito, una legge elettorale di impianto proporzionale. Perché proporzionale? Perché solo la proporzionale impedisce, almeno in teoria, la famosa favola del “sapere chi ha vinto la notte delle elezioni”. Manco il Porcellum con il premio di maggioranza abnorme per la verità è riuscito in quell’impresa. Figuriamoci una legge elettorale a impianto proporzionale. Che sarà la levatrice del famoso governo di “larghe intese” a cui tutti puntano per esorcizzare il pericolo grillino. Si riprodurrà esattamente lo schema delle elezioni politiche 2013 o, se preferite, delle elezioni amministrative di Roma 2016. Grillini primo partito (il Pd la spuntò alle politiche solo con i voti degli italiani all’estero), dem al secondo posto, centrodestra terzo e pure diviso tra leghisti e forzitalioti. Ora, se una legge elettorale prevede il correttivo maggioritario (nel caso, il ballottaggio), Raggi fa il sindaco di Roma per conto dei grillini. Se la legge elettorale proporzionale fotografa i tre poli, l’esito è le larghe intese del 2013 con Letta premier. Enrico Letta si era candidato premier alle elezioni? No, il candidato era Bersani. Ma la logica delle larghe intese fa saltare il candidato della campagna elettorale.

Ed eccoci al punto. Matteo Renzi ha messo Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi giusto per dargli il tempo di fare la legge elettorale, nel mentre lui fa il congresso del Pd e si fa incoronare con milioni di voti candidato premier alle elezioni. Ma se la legge elettorale sarà di impianto proporzionale, come potrà mai Renzi pensare di vincere le elezioni al punto di poter essere lui a guidare il nuovo governo? Se il governo sarà di larghe intese, il candidato premier della campagna elettorale non potrà mai essere il premier di un’intesa tra poli opposti. E poi Renzi, con la sua tracotanza e la sua violenza politica, ha stancato molti: nessuno si fa mettere i piedi in testa a lungo volentieri. Non si fidano di lui Berlusconi, Mattarella, Franceschini, la minoranza dem, i sindacati, i cattolici e non parliamo poi di grillini e leghisti. Renzi con i suoi modi, i suoi voltafaccia, il suo amore per i mediocri e la paura di costruire una squadra di persone all’altezza, è oggi isolato. E indovinate chi spunterà allora come garante perfetto per un governo di larghe intese? Già. Colui che ha condotto già in porto insieme a Forza Italia un accordo funzionante sulla legge elettorale e gode della fiducia di Mattarella, di Franceschini, del suo clan che potrà far vincere il vero capo, non l’aggregato dell’ultima ora. Sì, il prestanome si sarà fatto il nome e quel presidente del Consiglio potrà essere solo Paolo Gentiloni.

Insomma, questo è il piano. Noi cosa dobbiamo fare? Opporci. Perché le larghe intese hanno già prodotto disastri sul fronte delle politiche contro la famiglia, sono leggi figlie di larghe intese sia quella sul divorzio breve che quella sulle unioni civili, votate da parlamentari eletti nel centrodestra come nel centrosinistra. Quello schema con perdipiù un ex radicale come Paolo Gentiloni alla guida sarebbe pericolosissimo. A maggior ragione c’è bisogno di un Popolo della Famiglia autonomo alle prossime elezioni che raccolga una valanga di consensi a difesa della famiglia naturale e contro i falsi miti di progresso, visto che dalla droga libera all’eutanasia troverete sempre esponenti del clan rutelliano a guidare la danza. Cominciate a incontrare piccoli gruppi di potenziali sostenitori del Popolo della Famiglia nelle vostre case, piccole cellule anche solo di cinque o sei attivisti incontrati per un tè o una cena. Datecene notizia e copriamo così tutto il territorio nazionale in vista della grande battaglia d’autunno. Cresciamo e chiediamo consenso, con unità di preghiera e di azione, che sappiano per cosa combattano e capiscano pienamente perché lo stanno facendo. Io, come sempre, sono a disposizione di tutti e così tutto il gruppo dirigente Pdf con gli strumenti quotidiani di militanza, da La Croce quotidiano a Popolo della Famiglia tv.

13/12/2016
2506/2017
Ss. Guglielmo da Vercelli e Massimo di Torino

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