Politica

di Giuseppe Brienza

Il vento cambia anche in Romania

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L’11 dicembre 18 milioni di rumeni sono stati chiamati alle urne per eleggere un nuovo parlamento mettendo fine al “governo tecnico” dell’indipendente Dacian Ciolos, durato circa un anno dopo che vari scandali giudiziari avevano costretto l’ex premier socialdemocratico Victor Ponta a dimettersi. Le elezioni di quest’anno hanno riservato ai cittadini molte novità: dalla riduzione del numero dei parlamentari (da 588 a 466), al voto per corrispondenza, dal tetto massimo per le spese per la campagna elettorale all’aumento dei seggi all’estero, fino alla videosorveglianza dei seggi per evitare brogli.
Domenica si è votato anche in Trentino-Alto Adige, regione nella quale vivono circa 15.000 cittadini rumeni, che hanno usufruito di un apposito seggio predisposto dal consolato a Trento. I vari leader nazionali hanno investito molto nella campagna per accaparrarsi i voti della “diaspora romena”, che sono stati ad esempio decisivi nelle presidenziali del 2014. Quest’anno il ministero degli esteri ha organizzato 417 seggi all’estero, 123 in più del 2014 e, di questi, 73 sono in Italia (siamo il Paese con più seggi).
Nonostante lo scandalo corruzione abbia portato l’ex premier “progressista” Ponta a chiudere rovinosamente la sua esperienza di governo, il Partito socialdemocratico (Psd) si è nuovamente affermato sul Partito nazionaliberale (Pnl) di cui è leader il Presidente della Repubblica Klaus Iohannis. Il Psd è uscito infatti vittorioso con largo margine, raccogliendo il 45,2% dei suffragi e distanziando di 25 punti percentuali la seconda maggiore formazione, il Pnl appunto, che è calato al 20,2%. Altissima l’astensione, che ha raggiunto quasi il 60% degli aventi diritto. Il leader socialdemocratico, Liviu Dragnea, ha detto chiaramente che intende ricoprire l’incarico di premier, a dispetto di una vecchia condanna a due anni di prigione, che secondo la legislazione romena gli precluderebbe la posizione.
Il dato politico più interessante emerso da queste ultime elezioni è stato l’affermazione clamorosa dell’Unione per la salvezza della Romania (Usr), un nuovo movimento fondato solo pochi mesi fa da Nicusor Dan, già candidato sindaco “civico” a Bucarest, che al suo debutto ha conseguito un sonante 9,3%. Mentre i consueti partiti hanno impostato le loro campagne elettorali sulle tematiche classiche dell’occupazione, dei salari, del costo della vita e della riforma del welfare, il nuovo movimento di Dan si è affermato con un messaggio di radicale rottura rispetto ai tradizionali linguaggi della politica ed ai totem alla vecchia partitocrazia. Invece di puntare al classico bacino elettorale della sinistra, fatto di pensionati, disoccupati e persone che ricevono sussidi sociali, la chiave di volta di quest’ultima tornata è stata quindi quella del cambiamento, non di contenuto “anti-politico” però, in quanto il più ricorrente slogan impiegato dall’Usr è stato «onestà e competenza». Messaggio molto diverso, pertanto, da quello caciarone-giacobino degli improvvisati e virtuali grillini nostrani, anche se la corrispondenza generazionale fra i rispettivi leader c’è tutta (basti pensare alla data di nascita di Nicusor Dan: 20 dicembre 1969).
Dopo il crollo della dittatura comunista di Ceausescu grazie alla durissima rivoluzione del dicembre 1989, la Romania è entrata nel 2007 a far parte dell’Unione europea e, attualmente, costituisce il secondo paese più povero fra tutti gli Stati-membri dell’Ue. Nonostante questo, però, pare che la sua “popolazione elettorale” sia più sensibile ad un programma dinamico d’innovazione piuttosto che a quello vecchio delle sinistre. Con il tasso di mortalità infantile più alto del continente europeo, un difficile accesso alle cure sanitarie di base e la fatiscenza di molte delle sue infrastrutture, la Romania sembra quindi avere grande fiducia nella prospettiva del lavoro, della crescita economia e dello sviluppo della sua giovane democrazia.
I romeni, nella loro maggioranza, hanno gradito l’esecutivo capace e governante-senza-mazzette dell’ex commissario all’agricoltura dell’Unione europea Cioloș, respingendo l’ondata populista e nazionalista contro i migranti e la politica in generale di vari movimenti di estrema destra affermatisi in altri Paesi dell’Europa centro e sud-orientale.
Per quanto riguarda i possibili candidati a premier, proprio Cioloș ha guadagnato nei sondaggi il 46 per cento dei consensi, definendo il suo anno al governo con lo slogan: «Zero corruzione, zero populismo e zero menzogne». Una politica che gli è valsa la fiducia di molti cittadini rumeni, soprattutto alla luce dei continui scandali, l’ultimo dei quali ha visto coinvolta con accuse per abuso di potere e riciclaggio il presidente dell’Autorità elettorale permanente Ana Maria Patru.
Anche lo stesso presidente della Repubblica Iohannis ha perso nell’ultimo anno molti consensi non solo per alcune sue evidenti dimostrazioni di immobilismo, ma anche per l’atteggiamento compromissorio rispetto all’agenda Lgbt, criticato dall’associazionismo familiare (alcuni sostenitori della “Coalizione per la famiglia”-Coalitia pentru Familie, hanno definito per esempio quello di Iohannis un «partito di progressisti pro-gay […] che vogliono instaurare in Romania la dittatura “politically correct»).
Ora si tratta di verificare quali potrebbero essere le alleanze di governo dopo le elezioni. Secondo la costituzione romena, il Capo dello Stato è chiamato a condurre le consultazioni con tutti i partiti potendo però nominare chi vuole per l’incarico di premier, anche se non ha la maggioranza o una coalizione che lo sostiene. Gli obiettivi immediati che dovrà perseguire il nuovo esecutivo sono quelli della lotta alla corruzione, del sostegno alla crescita economica, della stabilità finanziaria e del completamento del processo di integrazione europea, con la valutazione dell’ingresso o meno nel gruppo di Schengen e l’eventuale adozione dell’euro.

16/12/2016
3004/2017
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