Politica

di Costanza Miriano

Al male bisogna opporsi

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Ancora una volta sul web c’è chi dà patenti di misericordiosità. Io, ovviamente, non sono misericordiosa, perché ho attaccato il neo ministro Fedeli. Invece bisogna offrire appoggio, e collaborazione, e testimoniare senza opporsi. Ma al male, non alle persone, bisogna opporsi. È vero, abbiamo scherzato tutti sulla sua non laurea, ma molti senza parole offensive (io per esempio ho diffuso un invito alla sua fantomatica festa di laurea in un autogrill: saremo in più di dodicimila, io porto le patatine), e personalmente trovo molto deprimente che qualcuno pensi di sembrare più importante con una laurea (alcune tra le persone che stimo più al mondo non ce l’hanno).

Trovo quasi demenziale, ormai, la confusione fra i due piani, il privato e il pubblico. Sono due cose diverse, vanno tenute insieme. Bisogna combattere per leggi giuste, contro leggi cattive, bisogna amare volti e storie, tutte, senza combattere nessuno. Si testimonia nel privato, nel quotidiano, E, e sottolineo E, ci si espone pubblicamente per denunciare l’ingiustizia.

Nello specifico: ci si dà da fare seguendo i nostri figli, immischiandoci nelle loro vicende scolastiche, facendo i rappresentanti di classe e parlando con gli altri genitori. Ma se il governo vuole approvare una legge mostruosa ci si espone anche pubblicamente, perché quando la legge sarà passata l’impegno caso per caso sarà uno sforzo titanico, e i risultati sperabili saranno minimi. Quando sono adottati libri di testo che vogliono cambiare le menti dei nostri bambini, quando gli insegnanti in classe, approfittando del loro enorme ascendente, presentano delle bugie come verità assolute, o perché le condividono o perché costretti dai programmi, il contro indottrinamento si può fare, certo, ma non sarebbe meglio non doverlo fare? Fare altro? Dedicare le energie non a ripulire dall’immondizia ma a parlare di bellezza?

Per esempio: per proteggere madri e bambini dall’aborto bisogna lavorare caso per caso, abbracciando una singola donna per volta, con la sua faccia e la sua storia, offrendole aiuto prima e abbracci dopo, se il figlio non c’è più. Ma non sarebbe stato meglio se la 194 non fosse stata approvata? Se nel ‘78 non avessi avuto 7 anni mi sarei battuta con tutte le forze per fermarla, pubblicamente, con ogni mezzo lecito.

Perché vogliono i cattolici irrilevanti in politica mi è chiarissimo. Quello che proprio non capisco è il perché noi cattolici vogliamo acconsentire a questa irrilevanza. Una ipotesi è che ci siano vescovi più papisti del Papa, che intendono il suo invito a non costruire muri come un invito ad accettare anche le leggi più crudeli contro i nostri figli, e che terrorizzati dall’idea di dispiacergli sono pronti a dimenticare i fondamentali della nostra fede, della dottrina, dell’antropologia cristiana. Ma il Papa le questioni le giudica, eccome, ha detto delle parole fortissime contro il gender e l’aborto. Non giudica le persone, no, ma le questioni sì. L’ipotesi più volgare, che certe gerarchie non si espongano per questioni di favori economici non la voglio neanche prendere in considerazione, e dico davvero, amo troppo i miei pastori.

È vero, il Papa non ama le crociate sui valori non negoziabili, perché, anche questo è vero, a volte si rischia di farne una questione identitaria, e di dimenticare tutto il resto della nostra fede, che è prima di tutto un incontro vivo con Dio che ci ama pazzamente. Il Papa non ama mettere certe questioni di bandiera davanti all’uomo, contro l’uomo, ma ciò non toglie che l’amore per l’uomo passa anche da leggi buone, e bisogna tenere insieme tutto. La 194 è una legge cattiva che fa centinaia di migliaia di morti all’anno. Chi sta dalla parte dei bambini? Se se si sta approvando la legge che legittima l’utero in affitto un cristiano ha l’obbligo di fare tutto quello che può, anche scendere in piazza, ha l’obbligo di alzarsi in piedi, non da soldato ma da risorto – come dissi al family day – per difendere i bambini privati dei genitori, per continuare a essere profetico, e dire al disperato uomo contemporaneo qual è la verità su se stesso.

Ora, se un governo nomina ministro una donna che ha scritto il più agguerrito documento pro gender che si sia mai letto in Italia, un documento che dice che bisogna obbligatoriamente insegnare a scuola che l’identità di una persona è totalmente indipendente dal sesso, un documento che espropria i genitori del diritto a essere loro a spiegare l’affettività ai figli (a meno che non abbiano i soldi per mandarli nelle scuole private, e non è il mio caso), un documento di una violenza inaudita, il manifesto di quello che il Papa ha paragonato ai campi di rieducazione delle grandi dittature del ’900, perché mai, in nome di cosa noi cattolici dobbiamo stare zitti? Di solito si dice di aspettare, mettere alla prova. Ma in questo fortunato caso noi la prova già ce l’abbiamo, perché il ministro, maestra di asilo e sindacalista del tessile (per dire quali le credenziali per ridefinire i programmi scolastici), il suo manifesto per cambiare faccia alla scuola italiana lo aveva già scritto prima di essere nominata. Quindi questa volta l’invito ad aspettare e giudicare l’operato non vale. È un alibi che non regge.

È vero, il ministro aveva detto che ormai il suo disegno di legge era stato superato dalla riforma della buona scuola, che aveva già inserito l’educazione di genere nel comma 16 (aspettiamo le linee guida, da un bel pezzo), ma quale che sarà la via che percorrerà, le sue intenzioni sulla sfera più intima e sacra dei nostri bambini sono chiarissime.

Di fronte a tutto questo, l’avere detto che se il governo non avesse vinto il referendum si sarebbe dovuti andare tutti a casa per non dare l’impressione (ma solo l’impressione eh?) di essere attaccati alla poltrona non è il problema più grave. Non lo è neanche l‘aver detto di essere laureata mentre si trattava di un diploma (ma addirittura sembra che non abbia neanche mai fatto l’esame di maturità!), per quanto, forse, se c’è un ministero nel quale essere laureati, avere conosciuto il mondo dell’università, sarebbe fondamentale, è proprio il Ministero dell’Università. Ma lasciamo stare. Un po’ più significativo è il atto di avere dato un’informazione sbagliata. Un infortunio lessicale, dicono i suoi. Peccato che la credibilità e la serietà siano il primo patrimonio di un politico. Peccato che all’estero ci si dovrebbe dimettere, come il ministro della difesa tedesco, per non parlare degli americani. Peccato che in alcuni casi le informazioni false sui propri titoli di studio, in base all’uso che ne viene fatto possono configurare il reato di falso in atto pubblico (fino a due anni di carcere), immagino non sia questo il caso, ma alla fine non è certo questo che mette in pericolo i nostri figli. Quello che conta è che vogliono obbligare i bambini e ragazzi italiani ad ascoltare in classe le loro bugie sul genere che è da decostruire (il testo del ddl è da incubo), e ripeto obbligare, senza informarne i genitori, togliendo tempo prezioso allo studio vero e proprio. E ci sarebbe da scrivere qualche altra pagina sul livello dello studio, che continua a scendere, precipitare, di spessore, intensità, impegno richiesto ai nostri figli. D’altra parte non è un caso: più saranno stupidi e acritici, più si berranno le loro bugie.

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20/12/2016
1412/2019
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