{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Il diritto all’oblio

Storie

di Lucia Scozzoli

Il diritto all’oblio

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Tiziana Cantone sembra non dover avere mai pace: l’avvocato Francesco Pianese della App Ideas srl reclama il pagamento della sua parcella di 5000€ per le spese legali dopo la causa legale intrapresa dalla giovane per la rimozione dal web dei video hard che la ritraevano e che erano stati girati col suo consenso ma diffusi contro la sua volontà. A causa di quei video, Tiziana si tolse tolta la vita a soli 31 anni, quando il tribunale di Napoli Nord accolse solo in tre casi la sua richiesta di rimozione (Facebook, Il Fatto 24, Blitz quotidiano) ma rigettò l’accusa per gli altri siti (Yahoo, Google, YouTube, Citynews, Chicche Informatiche) perché ritenuta consenziente nel momento in cui filmò e diffuse quei video. Tiziana fu condannata a pagare le spese legali delle società citate per un totale di più di ventimila euro: l’ennesima umiliazione per la giovane, che non resse il colpo e decise allora di farla finita.

Finora nessuna delle società aveva avuto la faccia tosta di reclamare quello che comunque il tribunale aveva stabilito fosse di loro spettanza, quindi l’avvocato della mamma di Tiziana, Andrea Orefice, si è mostrato alquanto scandalizzato dalla scelta del suo collega di non rinunciare, come hanno fatto le altre società coinvolte nella causa, a vedersi onorare la parcella.

«Ho chiesto il pagamento delle spese legali alla madre di Tiziana Cantone - spiega l’avvocato Pianese - perché ho lavorato e credo sia giusto che quella somme mi vengano liquidate. In ogni caso ribadisco che provo dolore per la fine di Tiziana, che ritengo sia una vittima della nostra epoca».

E così la madre di Tiziana oltre a piangere sua figlia ora dovrà provvedere a pagare il debito ereditato.

Questo ulteriore capitolo della vicenda riaccende il dibattito sul diritto all’oblio, che è una necessità tutta moderna, una novità dei nostri tempi. Anche solo un secolo fa, al massimo, si sarebbe potuto sentir parlare di diritto alla memoria e nella storia da sempre gli uomini hanno bramato essere ricordati, soprattutto per i propri meriti e gesta eroiche, ma qualcuno invero si è accontentato anche di essere ricordato nel male, come lo sconosciuto incendiario del Partenone nell’antica Grecia, di cui nessuno però rammenta mai il nome (giusta pena per la sua scellerata azione) il quale agì per l’unico scopo di essere ricordato nei secoli.

I Faraoni si sono fatti costruire monumenti funebri colossali, gli antichi imperatori romani hanno gareggiato nel commissionare opere d’arte da lasciare ai posteri, artisti di tutte le epoche si sono accapigliati nei salotti letterari per partorire opere degne della memoria.

Oggi invece siamo tutti youtuber di casa nostra, coi video fai da te, i post su facebook, le foto ardite su instagram, alla ricerca un po’ inconscia e molto vanitosa di qualche like, convinti che sui social si possa raggranellare solo consenso e mortalmente trafitti quando scopriamo che invece abbonda anche il dissenso, quello acido, cattivo, spietato.

Tanti personaggi famosi hanno cavalcato twitter per aumentare la propria popolarità, per poi uscirne dopo qualche anno, quando si sono trovati nella condizione di non riuscire più a governare l’onda lunga dei detrattori e il popolo degli aggressori da tastiera.

E così persone comuni credono di incontrare l’ammirazione e l’accondiscendenza di un mare di sconosciuti in rete, bramando visibilità e sforzandosi con ogni mezzo per lasciare il loro piccolo segno, e poi restano delusi e cambiano repentinamente idea, passando ad invocare il diritto all’oblio. Che poi non è che vogliamo essere davvero dimenticati: vogliamo essere apprezzati, o almeno non dileggiati. Se proprio non mi ami, almeno non odiarmi. Se invece non puoi fare a meno di odiarmi, allora è meglio se mi dimentichi.

Questo diritto all’oblio è di un’amarezza indicibile, è la resa del cuore dell’uomo e dei suoi bisogno primari alle logiche spietate del mondo moderno. È un accontentarsi mestissimo del minimo sindacabile per restare umani. Eppure nemmeno questo poco il mondo vuole concedere: quando sei entrato nel tritacarne della visibilità mediatica, la tua immagine non è più di tua proprietà e il social sul quale hai avuto l’ardire di lasciare un pezzo di te non ha nessun motivo per non sfruttare fino all’ultimo centesimo di guadagno possibile il ritorno economico di una popolarità ottenuta grazie a lui. Ci sarà sempre un avvocato Pianese del caso che reclama il suo, perché il valore di ogni cosa si misura col denaro e la dignità di una persona non è monetizzabile.

Sul diritto all’oblio la nostra giurisprudenza si è già mossa: è giuridicamente definito come il diritto di un individuo a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca. In sostanza, un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione; a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall’evento, tale da far scemare il pubblico interesse all’informazione per i casi meno eclatanti. Insomma, è considerato accanimento il rivangare continuo di un fatto negativo riguardante una persona, ma questo solo a distanza di tempo, quando si presume che la persona in questione sia cambiata ed abbia diritto alla nuova possibilità di veder rivalutata anche la propria immagine pubblica.

Il caso di Tiziana però è diverso: su di lei il can can si è scatenato per via di una performance hard, non per il dovere di cronaca in merito ad un reato. È stata la curiosità morbosa e contagiosa degli utenti spicci a propagare le immagini, non l’azione concordata di qualche giornale. Lei voleva fare una specie di goliardata punitiva verso il suo fidanzato e la cosa le è sfuggita di mano subito. Forse già alla decima visualizzazione era satura e pienamente pentita dell’avventatezza avuta. In questo caso non è tanto il diritto all’oblio ad entrare in gioco, quando il diritto della persona a poter rimediare ai propri errori di immagine, ritirando un post, un video, un twitt, in originale e in tutte le sue diffusioni virtuali.

Quante volte nella vita reale ci sarà capitato di fare una sciocchezza? Ci ha salvato solo il fatto che ne sono stati spettatori in pochi, i quali hanno magari colto dal vivo qualche performance indecente, ci hanno riso su e dopo qualche giorno se la sono dimenticata. Ma il web non dimentica, le immagini postate restano molto più tenacemente della nostra umana memoria e rinvigoriscono di continuo la vergogna dello scivolone, impedendoci di passare oltre.

Non lo chiamerei dunque diritto all’oblio, perché non credo che Tiziana volesse essere dimenticata. Lo chiamerei piuttosto diritto ad un’altra possibilità e all’indulgenza umana.

È come la risata per lo scivolone sulla buccia di banana: ci sta, ma poi bisogna avvicinarsi, tendere la mano e aiutare a rialzarsi, perché oggi sei caduto tu, domani potrei cadere io. Nessuno merita di restare rinchiuso dentro un errore, soprattutto un errore di immagine.

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20/12/2016
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