Media

di Danilo Leonardi

Verso la nascita di radio Tv Vaticana

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Mancano ormai pochissimi giorni. Il 31 dicembre 2016, dopo 85 anni, chiude la Radio Vaticana e si inaugura la Radio Televisione Vaticana. Un polo unico destinato a inglobare il servizio di comunicazione del Papa, coordinato dal nuovo dicastero affidato a Mons. Dario Viganò, dal quale dipendono tutti gli uffici informativi della Santa Sede: Pontificio consiglio comunicazioni sociali, sala stampa, tipografia vaticana, servizio fotografico, Osservatore romano, Radio Vaticana, Ctv, Libreria Editrice Vaticana, servizio internet vaticano.

Da questo cambio di rotta, che è indubbiamente una innovazione voluta da Papa Francesco, si auspica una migliore diffusione nel mondo della parola e della missione del Pontefice, a servizio della Chiesa e del Vangelo. In epoca di comunicazione in tempo reale, dunque le antiche suddivisioni in diversi media appaiono ormai superate e si punta a una convergenza che, in fondo, fa parte del DNA dello stesso messaggio cristiano, fin dalle origini. E se questa scelta ci appare non solo logica e opportuna, essa ci apre anche lo spazio per riflettere sul ruolo, sul peso, sulle scelte e sulle stesse prospettive strategiche di chi, a vario titolo, a partire dalla propria e comune scelta di Fede, si occupi di comunicazione e di informazione.

Se infatti il messaggio universale del quale è segno visibile il Successore di Pietro, postula in qualche modo l’esigenza di avere strumenti di comunicazione moderni e che, senza ombra di dubbio, richiamino al pubblico che del Papa e delle cose che lo riguardano essi trattino, si può invece validamente sostenere l’opportunità che la presenza dei credenti nei media, debba concretizzarsi nell’ambito di reti o testate, dichiaratamente “cattoliche”, o perfino direttamente possedute e finanziate da organismi “ecclesiali”?

Nella Chiesa che “spalanca le porte”, in una comunicazione sempre più globale, ha un senso, per esemplificare, una TV dei Vescovi, un giornale dei Vescovi, una radio dei Vescovi, con le loro appendici web e social? E la riflessione, prima ancora che sul piano dei risultati in termini di ascolto e di gestione economica, ci sembra vada fatta sul piano dell’impatto culturale e sociale.

Sul finire degli anni ’70 l’ufficio comunicazioni sociali della Cei, su spinta dell’allora presidente e vicario di Roma, Cardinal Ugo Poletti, aveva patrocinato un’intelligente iniziativa di formazione, destinata ai giovani aderenti all’associazionismo cattolico e ai nascenti movimenti ecclesiali: il “laboratorio comunicazione sociale”. Si trattava di un biennio teorico e pratico, con lezioni tenute da professionisti del cinema, della TV, della radiofonia grazie al quale si apprendeva non solo l’uso critico dei media ma si poteva, per chi ne avesse voglia e talento, cimentarsi nel mestiere di “comunicatore sociale”. Nomi come Leandro Castellani, Renzo Martinelli, Beppe Cino, Emmanuele Milano, Luciano Scaffa, Carlo Fuscagni, Tarcisio Grossholz, Luciano Rispoli, Adolfo Lippi e tanti altri noti professionisti, dedicavano ben volentieri le loro serate alla formazione di aspiranti autori, registi, giornalisti, programmisti. Esercitazioni a livello crescente di complessità e difficoltà, prodotte autonomamente con l’ausilio di mezzi di ripresa e post produzione, presenti nei locali del “laboratorio”, situati nella antica casa dell’Azione Cattolica, quella “Domus Mariae” di Via Aurelia 481, a Roma, oggi venduta e trasformata in albergo a 5 stelle, testavano le capacità degli studenti e consentivano di valutare chi fra di loro avesse la “stoffa” per avventurarsi in Rai, a Mediaset, nelle redazioni di agenzie e quotidiani.

Attraverso questa iniziativa, senza alcun confessionalismo, affidata totalmente a laici, di formazione cristiana e impegnati professionalmente, anche in ruoli dirigenziali, nella Radiotelevisione pubblica, si veniva nei fatti a creare una feconda osmosi culturale fra i principali operatori di comunicazione nazionale e i fermenti del mondo cattolico giovanile al fine di ribadire l’attenzione alle persone, in ogni campo che fosse inerente al comunicare. Si era scelta sostanzialmente la linea dello scendere in campo, confrontandosi apertamente, ancora in epoca di forti contrapposizioni ideologiche, con il progetto di egemonia culturale marxista, che tanto ha permeato la società italiana con conseguenze ancora evidenti. Una linea secondo la quale, invece di ritirarsi in “recinti protetti” dalle invasioni di campo, si tentava invece di spalancare le porte di quelle stanze dei bottoni nelle quali si decideva quali contenuti recapitare ogni giorno nelle case degli italiani.

La crisi post ideologica della fine degli anni ’80 e poi il ciclone giustizialista dei primi anni ’90, che affondò gli equilibri politici del Paese, segnò in qualche modo la fine di quella esperienza positiva. Con il varo del “progetto culturale della Chiesa Italiana”, reso possibile grazie alla disponibilità dei fondi dell’8x1000, frutto della revisione del Concordato, fatta sotto la presidenza del consiglio di Bettino Craxi, la Cei aggiunse al proprio quotidiano “Avvenire” anche una Tv e una radio ai propri “house organ”. Cessava la delega al laicato correttamente formato per essere comunicatore sociale, iniziava l’epoca del controllo diretto da parte degli uffici della Conferenza dei Vescovi.

Quali sono state le conseguenze di questa scelta, conseguenze probabilmente non cercate ma tuttavia piuttosto evidenti? Vediamone un paio.

La prima ci sembra essere l’avere rinunciato a scommettere, nel lungo termine, sulla formazione e sulla preparazione di professionisti capaci, diremmo più capaci degli altri, proprio perché motivati dal desiderio di servire la verità e le persone. Nel confronto ci si rafforza e si cresce. Si viene stimolati alla ricerca di nuovi chiavi per parlare al pubblico. A un pubblico che sia il più ampio possibile e non al pubblico che sceglie di seguirti per una voglia esclusivamente identitaria. Non è un caso che il programma più visto di TV 2000 sia il Santo Rosario trasmesso da Pompei, adattissimo per chi voglia pregare, ma antitetico rispetto al linguaggio televisivo. Incredibilmente più alti, invece, sono i numeri di una fiction come Don Matteo, trasmessa da Raiuno, che elargisce in maniera efficacissima intrattenimento, buoni contenuti, messaggi positivi adatti a tutti e poggiati sulle salde radici del messaggio evangelico. Don Matteo è un serial talmente saldo e riconfermato ogni anno, proprio perché la sua qualità come prodotto televisivo è indiscutibile. A riprova che, sempre, la competenza e la preparazione non possono essere ignorate, anche nel luogo più ostile.

La seconda conseguenza è in qualche modo figlia della prima. La perdita di competenza, la rinuncia al pensare programmi per tutto il pubblico sulle reti generalista, produce un corto circuito che fa saltare anche gli scopi per cui si sceglie di dare vita a una TV tematica cattolica. Il dichiarato intento di servirsi dei media per un messaggio più esplicitamente mirato all’evangelizzazione, cozza con gli ascolti risibili. Se nessuno mi guarda, a chi arriva l’annuncio? Nasce perciò la spinta a cercare in qualche modo di risalire la china del mancato consenso ma, a causa della scarsa capacità di confrontarsi in campo aperto, essa rischia di portare a tentativi talora velleitari e talaltra perfino in aperta contraddizione con il riferimento ideale della stessa TV tematica. In sintesi si rischia di sconfessare quel “progetto culturale”, che era stato all’origine di tutto, preferendo a esso, per necessità di far quadrare i conti (la TV costa!) o per opportunismo, un palinsesto tv, una programmazione radio, o le pagine di quotidiano, che strizzino l’occhio al mondo laicista.

Senza la pretesa di dare lezioni a nessuno, noi auspichiamo che anche grazie a questa iniziativa della Santa Sede, si riparta con una reale azione di collegamento fra i tanti credenti che popolano la galassia del mondo della comunicazione. La società ha bisogno di uomini e di donne che sappiano spiegare e raccontare. Al pubblico più ampio possibile. Con onestà e in spirito di servizio. L’esperienza di questo quotidiano, palestra aperta al contributo di tutti, per volontà del suo Direttore, insegna che lo spazio a disposizione per chi abbia buona volontà, c’è e ci sarà sempre.

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22/12/2016
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