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di Cirami

Kalenda

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Nella Kalenda è già presente, senza sconti, la fede della Chiesa nell’Incarnazione del Verbo. In questo annuncio cantato o proclamato, la Chiesa riconosce e celebra l’ingresso di Dio nella storia umana. Quel Verbo – che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv1, 14) – venuto ad inaugurare una relazione mai concepita prima da mente umana, in cui Dio e l’uomo si sono toccati, in modo reale, vero, integrale: di Lui e del suo ingresso nell’esistenza degli uomini, la fede della comunità dei cristiani ha subito compreso la portata straordinaria. L’impegno di “annunciare e celebrare” l’Incarnazione del Verbo attraverso la liturgia è fondamentale perché essa non è l’appendice del nostro credere. Come ricorda il Concilio Vaticano II: «La liturgia infatti mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa» (SC 2).
La Kalenda è termine derivato dal latino kalendae, che significa “primo giorno del mese” e anche “annuncio di una data”. Si riferisce a quell’annuncio (detto anche “Annuncio del Natale”), riportato nel Martirologio Romano, che, secondo indicazioni liturgiche, può essere proclamato o cantato, come spesso accade, all’inizio della Messa della notte di Natale (ma può essere anche collocato in altro modo, sempre seguendo le indicazioni liturgiche). Inizialmente la sua collocazione era diversa: infatti era inserita nell’Ufficio di Prima, eliminato dopo la riforma liturgica in seguito al Concilio Vaticano II; la Chiesa, però non ha voluto che andasse perduto questo tesoro tradizionale con cui la liturgia “annuncia” l’Incarnazione. In un certo senso può essere accostato all’Exultet della Veglia Pasquale, ma ha un significato diverso.
Accostandoci al ricco e prezioso testo di questo annuncio, possiamo notare come la Chiesa, fin dai primi secoli, abbia fermamente tenuto tale, ed esaltato attraverso parole umane, questo ingresso di Dio nel tempo dell’uomo, che è sì misterioso, e come tale sempre difficile da esprimere in linguaggio di uomini, ma anche autentico. Il testo è pieno di riferimenti importanti che non esaltano soltanto l’avvenimento in sé, la venuta nella carne, ma ne definisco anche la storicità e l’attualità.
La “Kalenda” o annuncio inizia ogni anno con un preciso riferimento temporale che riguarda l’oggi della storia degli uomini, con un rinvio al conto relativo alla luna. Quest’anno sarà la ventiseiesima luna. L’evento fondamentale nella relazione tra Dio e l’uomo ha sì conosciuto il suo farsi in un determinato momento della storia, ma l’annuncio dell’Incarnazione arriva anche nell’attualità dell’uomo di questo tempo, esprimendo – con questo particolare apparentemente senza importanza – che la portata salvifica non ha esaurito la sua carica umana tutta in quel singolo momento della storia, ma Cristo viene – anche oggi – per salvare noi uomini contemporanei a questa “ventiseiesima luna”.
L’annuncio prosegue poi con il rimando alla storia di salvezza che parte dalla Creazione del mondo. Prima della riforma liturgica c’era un indicazione temporale precisa riguardo ai secoli che erano passati. Poi si è preferito, nel nuovo Martirologio Romano, – visto che i computi non sempre sono stati precisi – un meno problematico «Innumeris transactis sæculis», che si può tradurre con «trascorsi molti secoli» dalla Creazione del mondo. Questa preferenza, se fa smarrire (per un attimo) il senso della storia, tuttavia ha dalla sua il fatto di sottrare la Creazione – evento imprescindibile per l’umanità – alle dispute tutte scientifiche più recenti. Che Dio abbia creato l’uomo è fede per la Chiesa, e, per quanto interessante e non certo superfluo per la ragione umana, la discussione sui tempi e sui modi di questo atto definitivo e fondamentale non è di primaria importanza. C’è anche un riferimento al Diluvio – che è possibile leggere come nuova creazione – e a quell’ «arcobaleno, segno di speranza e di pace» con cui Dio sigla il modo definitivo di relazionarsi con l’uomo (Gen 9, 1: «Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra»).
Riprendono poi le più certe determinazioni temporali, che propongono la storicità dell’evento dell’Incarnazione. Così la Kalenda ci ricorda che sono trascorsi «ventuno secoli» dalla migrazione di Abramo, «tredici secoli» dall’esodo di Israele dall’Egitto, «circa mille anni» dall’unzione regale di Davide. L’insistenza su queste precisazioni storiche fa comprendere come la Chiesa – che già nel Credo, con il «patì sotto Ponzio Pilato», àncora Cristo definitivamente alla storia, per la fede dei credenti – voglia recidere alla base qualsiasi tentativo di mitizzazione. La presenza poi di Abramo e Davide fa riferimento sia a all’inizio della storia di salvezza che riguarda il popolo di Israele, cominciata con la chiamata di Abramo, sia al suo compimento, perché dalla linea davidica verrà il Salvatore, e questo significa salvezza per l’umanità nel suo significato più ampio.
L’evento dell’Incarnazione si è poi verificato entro alcune coordinate spazio-temporali precise: «all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade», «nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma», «nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto». Questi tre puntualizzazioni “laiche” indicano che la venuta nella storia è reale, a che fare con avvenimenti importanti per i credenti, come quelli della Historia salutis, ma anche con avvenimenti meno significativi per la fede, ma realmente accaduti e da tutti conosciuti. La convinzione della reale venuta nella carne da parte del Verbo è profondamente radicata nella coscienza della Chiesa primitiva. Gesù è veramente Dio che ha assunto la carne umana. Pietro scrive: «Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza» (2Pt 1,16).
Su questa affermazione potremmo fermarci un attimo, prima di continuare a parlare della Kalenda. Questa fede nel Natale del Signore ha origini antiche? Quale Natale celebrava la Chiesa dei primi secoli? Sappiamo che il primo riferimento, finora conosciuto, alla festa del Natale, celebrata il 25 Dicembre, si trova nel Cronografo romano che è del 354. Tuttavia, non è tanto il momento della nascita del Signore ad essere celebrato – quindi con i riferimenti circostanziati alla nascita a Betlemme, che compariranno in buona parte solo successivamente – ma il fatto in sé: la venuta nella carne del Logos con il valore di attualità salvifica che riconosciamo per noi anche oggi (cf. M. Kunzler, La liturgia della Chiesa, Jaca Book, Milano 1996, 558). Questo vuol dire che, pur non essendo diretti testimoni della nascita, gli Apostoli – in quanto «testimoni oculari della grandezza» di Gesù Cristo – sono perciò testimoni in altro modo della sua venuta nella carne, indipendentemente dal fatto che non abbiamo assistito al momento preciso del suo ingresso nel mondo. Insieme a loro, la Chiesa primitiva e quella dei secoli immediatamente successivi, celebra perciò l’Incarnazione del Verbo.
Con il riferimento alla «sessantacinquesima settimana, secondo la profezia di Daniele» ci viene indicato l’altro orizzonte all’interno del quale leggere la venuta del Verbo. La storia, infatti, è storia della salvezza. Questa salvezza è preparata da Dio nel tempo: la venuta del Cristo è nelle parole dei profeti, nell’attesa delle genti che leggevano le Scritture e in quella di coloro che, se ignoti del Dio di Israele – in quell’attesa testimoniata anche dai Magi – osservavano gli astri aspettando Colui che avrebbe inaugurato una nuova era di pace. Anche sulla pace occorre dire qualcosa. Torniamo un attimo, infatti, al rimando al tempo di Augusto, in cui – canta l’annuncio - «su tutta la terra regnava la pace». Come ci ha sapientemente spiegato Benedetto XVI, era convinzione comune che Augusto avesse portato una pacificazione duratura (non per nulla si parla di pax augustea) nell’impero Romano; “Salvatore”, “pace” ed “ecumene” erano tre termini che si legavano alla sua figura, nella propria e nelle altrui convinzioni; ma – come è chiaro nel messaggio dell’Angelo ai pastori (in Lc 2, 10-12: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia») – Gesù Cristo è venuto a portare, in quest’era di pace terrena, una pace che supera quella di Augusto, la quale è sempre limitata, come presto mostrerà la storia, ma è anche diversa perché riguarda non un luogo – comunque circoscritto, ancorché apparentemente esteso come l’impero – ma il cuore stesso dell’uomo, in modo autentico e inatteso, perché a che fare con la venuta di un bambino in un posto segnato dall’umiltà (cf. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, L’Infanzia di Gesù, Rizzoli-Libreria Editrice Vaticana, Milano-Roma 2012, 91-93).
In riferimento a questo evento, avvenuto in un determinato momento storico, dunque, ma anche con questi elementi profetici e simbolici che lo accompagnano, la Chiesa canta nella Kalenda che «Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne». Questo il cuore dell’annuncio, densissimo di verità teologiche: la vera divinità di Gesù Cristo, la volontà di santificazione da parte di Dio, il concepimento per opera dello Spirito Santo, l’autentica assunzione della carne umana (ineccepibile quel riferimento ai nove mesi, segno che il Verbo non ha assunto solo la carne, ma anche la ritmicità che la riguarda), la Verginità di Maria.
Seppur con parole umane, la Kalenda riesce, dunque, a rileggere l’Incarnazione del Verbo alla luce della Storia della Salvezza e con un rimando all’oggi di ogni uomo, in cui questa salvezza – nell’incontro con Cristo veniente in mezzo a noi – è possibilità aperta per ognuno. Kalenda come annuncio da proclamaare al mondo intero. Kalenda come riscoperta, attraverso la liturgia, dell’immenso dono che Dio ci ha fatto, facendosi uomo. Kalenda come celebrazione della bellezza dell’Incarnazione. Irrinunciabile Kalenda.

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24/12/2016
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