Società

di Claudia Cirami

Quarant’anni senza Cristina Campo

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Misurarsi con Cristina Campo non è né sarà mai facile. È, tuttavia, opportuno ricordarla in questo 2017 perché sono passati 40 anni dalla sua morte, avvenuta a Roma il 10 Gennaio del 1977. La difficoltà di relazionarsi con lei è relativa ad almeno due motivi, entrambi importanti per comprendere la sua personalità. Il primo di questi ha a che fare con la valutazione letteraria dell’opera della Campo. In fin dei conti, nella storia della letteratura italiana, la sua presenza – riguardo alla produzione di capolavori riconosciuti unanimemente – è marginale. Al di fuori degli appassionati di letteratura, il suo nome non circola. Eppure i suoi molti estimatori la ritengono una figura determinante nel panorama letterario italiano e, per certi versi, lo è realmente, avendo lasciato scritti pregevoli, mai banali e di una profondità e bellezza non facilmente riscontrabili altrove. Questa dicotomia tra una Campo irrilevante e una Campo decisiva costituisce la più grande difficoltà nell’approcciarla, con il duplice rischio di finire per ignorarla, da una parte, e di snaturarla dall’altra. Perché, in fondo, è la stessa Campo, che potrebbe risultare determinante, ad adoperarsi per rendersi quanto più marginale possibile, quindi irrilevante. E di questo occorrerà sempre tenere conto quando ci si avvicina a lei.

Il secondo motivo ha invece a che fare con l’identità stessa di questa donna. Per entrare nel suo mondo, infatti, occorrerà tenere conto delle tante identità dietro cui si nasconde, ma con le quali al tempo stesso si presenta. La Campo è, in realtà, Vittoria Guerrini, e Cristina Campo sarà il nome scelto per buona parte dell’attività lavorativa, ma non è l’unico: si firma, infatti, con diversi pseudonimi. Cristina Campo è al tempo stesso donna che desidera essere, incidere, graffiare, ma, contemporaneamente, sparire dietro le altre se stessa (ma, talvolta, si firma anche con pseudonimi maschili), quasi a ritenere che la dimensione pubblica, alla lunga, potrebbe rivelarsi insopportabile, e forse lo è davvero, per la propria fragilità. Non è semplice seguirla in questo percorso di diverse identità, ma è necessario se si vuole conoscerla davvero.

C’è inoltre qualcosa di determinante nel suo modo di essere e di condurre la sua esistenza: la sua consapevolezza della precarietà della vita. Cristina,nata in una famiglia della buona borghesia, apparentemente poteva avere tutto per crescere in un ambiente sicuro economicamente e stimolante intellettualmente, con il padre musicista. Ma una malformazione cardiaca congenita determinò il principio di quell’isolamento che, in fondo, avrebbe ricercato in tutta la sua esistenza, anche nelle fasi più concitate del suo vivere: Cristina deve crescere senza poter frequentare regolarmente la scuola. La casa di Cristina, fino al 1925, è poi la residenza di uno stimato chirurgo ortopedico, che è anche suo zio, e si trova nel parco dell’Ospedale Rizzoli di Bologna. Cristina, per dirla in breve, è sofferente e cresce vicina ad altri sofferenti. Questo il suo sitz in leben.

Vittoria/Cristina sente profondamente questa sua condizione di persona che non vive come gli altri e presto – favorita anche dall’ansia dei genitori per le sue condizioni di salute – acquisisce una personalità che è segnata da fragilità e ricerca di attenzione al tempo stesso. Il padre la paragona ad una macchina meravigliosa a cui, però, il costruttore ha dimenticato di applicare i freni. Forse a questa vitalità fragile, ma a stento contenuta, contribuisce anche quel mondo letterario dove presto si rifugia: inizia a leggere Hofmannsthal (che sarà il suo prediletto per tutta la vita) ma anche classici della letteratura internazionale.

Più vitale sarà, invece, l’ambiente di Firenze, dove Cristina Campo si trasferirà dopo aver soggiornato per qualche anno a Parma. Firenze è culla di letterati e umanisti: lì incontra Leone Traverso, germanista, Mario Luzi e altri che la iniziano, tra le altre influenze, a Simone Weil (che tradurrà e il cui pensiero le sarà caro a lungo). Con Traverso vive anche una breve relazione. E, nella lingua e nelle traduzioni, via via Cristina si specializza, anche se si misurerà in particolar modo con autrici che scrivono in lingua inglese, Virginia Woolf e Katherine Mansfield, ma anche con autori come John Donne. La parola tradotta, la parola ricercata a lungo diventano il luogo ideale dove intessere relazioni, vivere e, se necessario, nascondersi.

L’altra città importante nella vita della Campo è Roma. Roma amata, Roma odiata. A Roma incontrò l’uomo che più di ogni altro avrebbe acceso il suo cuore, Elémire Zolla, con il quale ebbe un intenso legame, basato sui sentimenti ma anche sulla comunanza di anime interessate al potere della parola. Ma Roma è anche Pound, Malaparte, Silone e tutti gli altri con cui cercò condivisione letteraria e spirituale e che stimarono le sue indubbie qualità.

Innamorata della spiritualità di Occidente e d’Oriente, curò anche un’edizione dei Detti dei Padri del Deserto. Anche questo favorì in lei un approccio estetico-spirituale alla liturgia, che amò senza dubbio. Così la Campo fu profondamente contraria alla riforma liturgica post-Concilio Vaticano II. Nella liturgia del Rito antico riconosceva una bellezza che la liturgia rinnovata non sembrava garantirle. Il cattolicesimo della Campo fu di stampo tradizionalista, e si orientò presto verso quel mondo, tanto da essere tra i fondatori di Una Voce, la prima associazione di cattolici tradizionalisti. Poco prima, raccogliendo le adesioni di altri intellettuali, tra cui Quasimodo e Maritain, aveva chiesto al Papa di difendere la liturgia tradizionale. Non c’è in questo suo atteggiamento una chiusura aprioristica alle innovazioni (la sua vicinanza a mons. Lefebvre – per esempio – non la condurrà a seguirlo fino in fondo), ma è coerente con quell’idea di bellezza spirituale che la Campo ha coltivato lungamente e che sente tradita dalla riforma conciliare.

Furono poche le opere pubblicate in vita, oltre alle traduzioni. Nel 1956, per esempio, uscì Passo d’addio, una raccolta di poesie, pubblicata dall’editore Vanni Scheiwiller di Milano. Il suo sogno sarà poi quello di pubblicare un’antologia su ottanta poetesse, ma l’opera non arriverà mai al suo compimento. Tuttavia, la Campo, oltre alle traduzioni, ci ha lasciato alcune opere pubblicate in vita e poi degli scritti che uscirono postumi. Tra i suoi titoli e quegli scritti in cui è possibile scoprire il Campo-pensiero: Fiaba e mistero e altre note (1962), Il flauto e il tappeto (1971), Gli imperdonabili, Milano (1987), Lettere a Mita (1999), Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (2007), Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano 1961-1975 (2009).

A proposito delle tante lettere che la Campo scrisse, nella sua ultima missiva all’amica Mita, la scrittrice si accomiata dalla vita con un’immagine che delinea un ritratto della persona che è stata fino ad allora, e nella quale si è ormai come cristallizzata: «Ed ora, mia cara, devo lasciarla, c’è sole oggi, sul terrazzo, e io devo cercare di prendere quel sole sino all’ultima carezza senza un pensiero al mondo». C’è la Cristina che dialoga con il mondo e, al tempo stesso, lo mette da parte quando sente che questo può rubarle quanto di più importante c’è nella solitudine: non come persona gelosa, ma come donna che deve custodire; c’è la Cristina, amante del pensiero, che capisce, però, quando è il momento di fermarsi, per vivere un’emozione; infine c’è la Cristina che ha saputo godere fino all’ultimo di quella bellezza con cui ha cercato, tra alti e bassi, di intessere la sua esistenza. La Campo se ne andrà poco dopo, lasciandoci, in fondo, solo tracce della sua personalità tutta da approfondire. Ma sono tracce importanti, significative che – proprio per il loro alludere, più che rivelare – meritano di essere seguite.

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11/01/2017
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