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di Lucia Scozzoli

La gelida propaganda del poliamore fotografato

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Nick e Celeste, 35 e 34 anni, si sono incontrati col servizio okCupid. Il partner sessuale primario di Nick è Celeste, ma egli ha altre due partner che vede un paio di volte al mese e ne sta attivamente cercando altre. Nick ha detto a Celeste di amarla occasionalmente con un po’ di imbarazzo, ma anche Celeste ha molti rapporti sessuali con altre persone, con un paio ha una relazione profonda. Nick e Celeste andranno a vivere insieme, quindi stanno cercando di dare un nome alla loro relazione: sono compagni statisticamente significativi. Rose condivide una casa con il marito Luke e i loro due bambini di 3 e 6. Ha conosciuto il marito quando aveva 17 anni in una gelateria. Attualmente sta uscendo con altre quattro persone, suo marito con un’altra. Gloria, 59 anni, si definisce solopola perché non vive con uno qualsiasi dei suoi partner e non è coinvolta con una delle loro mogli. Ha due partner che lei considera la sua famiglia, perché tendono ad essere lì per lei più che la sua famiglia d’origine. I suoi partner davvero la adorano e sono stati lì per lei nei momenti difficili. Rinnegando ogni fondamentalismo morale e attraverso molte auto scoperte, ora ha trovato il suo modo di vivere la poligamia. Rose, Xtina e Josh sono una famiglia a 3 di Brooklyn, NY. Josh e Rose hanno iniziato a frequentarsi nel 2002, Rose e Xtina nel 2003. Hanno vissuto insieme per molti anni e ora sono tutti completamente in amore l’uno con l’altro e in attesa del loro primo figlio (non si capisce chi lo aspetta delle due donne). Queste sono solo alcune delle tante storie riportate nel progetto “the open photo project”, corredate di bellissime fotografie iper sorridenti, in sfondi naturalistici rilassanti o meravigliose case arredate con gusto. È la nuova propaganda dei poliamori. Possiamo deridere questo fenomeno, mentre stiamo masticando sospetto per aver annusato uno strano profumo sulla camicia del nostro compagno; possiamo scrollare le spalle indifferenti, mentre cerchiamo di sbirciare il telefono del nostro partner in un momento di gelosia; possiamo classificare il fenomeno come una bizzarria, mentre leggiamo sui giornali le notizie di cronaca nera, di uomini che danno fuoco alle ex che li hanno lasciati. Eppure i poliamori stanno avanzando: pare che negli Stati Uniti si autoclassifichino così già cinquecento mila nuclei. Naturalmente sul totale degli abitanti (319 milioni) parliamo di percentuali dell’ordine dello zero virgola, ma l’irrilevanza numerica non va confusa con l’irrilevanza culturale: infatti dare cittadinanza alle teorie dei poliamore accanto alla classica monogamia significa relativizzare in modo definitivo il valore della fedeltà e dell’esclusività di una relazione. I poliamori sono l’equivalente in ambito relazionale dello spettro variegato dei generi come destrutturazione dell’identità personale: la polifedeltà, l’anarchia relazionale, i solopoli o poliamorosi singoli, la triade poliamorosa, la Vi e la Ti, relazioni gerarchiche con partner primari e secondari, la “rete” poliamorosa e la “tribù” o famiglia allargata poliamorosa con più di due genitori, e molte altre ancora. Il poliamore, per i sostenitori della pratica, è naturalmente preferito da persone migliori di quelle monogame, perché comporta una certa flessibilità relazionale e un set di abilità tra cui: buone doti comunicative, capacità di negoziazione dei propri limiti, padronanza delle proprie emozioni, in particolare la capacità di gestire la propria gelosia, una buona apertura mentale e una capacità di ascolto attiva e un elevato grado di assenza di giudizio. Così come non c’è obbligo di esclusività sessuale o affettiva di nessun tipo, nelle relazioni poliamorose non vi è tra i partner l’obbligo di restare insieme per tutta la vita, dato che chi pratica questo stile di vita è convinto che le relazioni esistono in un continuum e sono in continua evoluzione. La durata non è considerata un indicatore della qualità della relazione stessa, sono preferiti altri indicatori quali la soddisfazione, la felicità e il benessere delle persone coinvolte. Ciò non significa che le relazioni poliamorose debbano per forza essere meno impegnate o durature di quelle monogame. Esistono infatti molte persone poliamorose che convivono per anni, e che costruiscono intere famiglie. Riassumendo: l’unica regola è non ci sono regole, basta che ci sia il consenso tra i partner. Tipico di quest’epoca ipersessualizzata è la mitizzazione del consenso, come se una decisione che riguarda una relazione con un’altra persona possa essere assunta con la freddezza, la lucidità e la libertà di chi sceglie davanti allo scaffale quale marca di fagioli mettere nel carrello. Nessuno parla mai del ricatto dei sentimenti, che rappresenta il fulcro principale di ogni nostra decisione in cui siano coinvolti altri esseri umani. Noi vogliamo la stima degli altri, soprattutto di chi stimiamo. E vogliamo essere amati, perennemente amati, abbondantemente amati. La fame di amore è in grado di spingerci ad accettare qualunque compromesso, anche il più folle e incomprensibile (come giustificare un fidanzato che ha cercato di darti fuoco). Si può davvero ritenere libero un consenso estorto con la frase “se mi ami, allora acconsenti”? Di questo si nutrono le relazioni moderne, di fame disperata e di egoismi senza scrupoli. Ma il mito dell’uomo liquido che può scegliere ogni giorno chi e cosa essere, nell’utopia di autodeterminarsi, costruisce anche l’illusione di poter vivere agevolmente in un tessuto di relazioni mordi e fuggi, cogliendo qua e là solo ciò che più ci aggrada delle persone e lasciando lì ciò che non ci è confacente. Come se fossimo al supermarket dei sentimenti, ognuno offre qualche scampolo di sé, a tempo determinato e senza impegno, per arrivare a sera con un po’ di amore nello stomaco. Se accettiamo che questo modo di vivere la relazione amorosa si affianchi alla monogamia, di fatto ammettiamo che non esista un modo giusto e uno sbagliato e scivoliamo in un relativismo con cui possiamo giustificare ogni nostra mancanza di fedeltà ad un progetto di vita familiare esclusivo. In questo senso il tentativo in atto nel nostro ordinamento giuridico di rimuovere la fedeltà dagli obblighi matrimoniali si inserisce con assoluta lucidità in un progetto di destrutturazione delle relazioni che tolga ogni senso di colpa per le proprie debolezze e ogni riferimento di giudizio per quelle altrui, lasciando ciascuno disperatamente in balia della mutevole e debole passionalità che caratterizza l’umano, a volte con drammaticità. Quando restare fedeli sarà solo un’opzione tra le tante, chi potrà davvero abbandonare il suo cuore con fiducia in un altro essere umano? Perché la fiducia non è mai nella capacità di non tradire una promessa ricevuta (che la carne è debole e lo sappiamo bene), ma nella convinzione tenace che quella promessa sia il bene di entrambi e ogni caduta sia un errore da rimediare, non una semplice possibilità tra le tante. Una volta era ammesso il delitto d’onore, in caso di tradimento. Ora stiamo per approdare ad una nuova era, in cui ci dobbiamo vantare dei nostri tradimenti e vergognare della fedeltà. Da un eccesso all’altro.

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14/01/2017
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