Chiesa

di don Massimo Lapponi

Gli ideali cattolici

ARTICOLO TRATTO DALLA VERSIONE PER ABBONATI, SOSTIENI LA CROCE ABBONANDOTI QUI http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora

Sta per essere pubblicato, contemporaneamente in forma cartacea e in un sito online, un saggio di carattere teologico che non riguarda soltanto gli specialisti in materia. Sebbene, infatti, il testo, non eccessivamente lungo, sia in qualche modo il risultato di decenni di studi e di esperienze, la sollecitazione definitiva che mi ha spinto a scriverlo è derivata dalla considerazione di scottanti problemi di attualità, problemi che si potrebbero riassumere in uno solo: la disgregazione dei cattolici sia nell’ambito culturale, sia nell’ambito politico - e ci si potrebbe chiedere se la disgregazione politica non sia in larga misura una conseguenza della disgregazione culturale.

Il fatto veramente nuovo di questi ultimi tempi, della cui eccezionale portata non tutti si rendono conto, è la nascita di un movimento culturale fortemente connesso alla tradizione cattolica, anche se aperto ad ogni contributo genuinamente umano, il quale ha preso coscienza del fatto che non è più il tempo in cui la cultura, la religione, l’umanità possano lasciare a gruppi sociali carenti di cultura, di religione e di umanità l’amministrazione pubblica della società.

Per lungo tempo quelle che erano considerate le basi irrinunciabili della vita e della società umana erano da tutti esplicitamente o implicitamente condivise, e perciò il fatto che la sfera politica fosse sotto l’influenza più di tecnici esperti delle contingenze immediate che di saggi conoscitori dell’animo umano poteva sembrare accettabile. Le preferenze potevano andare verso l’uno o l’altro modello, ma in fondo nessuno metteva in questione i fondamenti stessi del vivere umano..

Ma negli ultimi tempi cambiamenti radicali, che già da tempo si erano annunciati, sono giunti alla loro maturità, tanto che chi è pervenuto a svolgere i ruoli direttivi della vita politica o giudiziaria - quali che siano le forme con le quali ha conseguito il potere decisionale - crede di potersi arrogare il diritto di legiferare anche su ambiti che precedentemente da tutti si ritenevano esclusi dall’influenza della politica. Chi mai avrebbe pensato, soltanto pochi anni fa, che dipendesse dalla legislazione positiva decidere se essere uomo o donna è o non è un fatto naturale o se porti o non porti gravi conseguenze nell’età evolutiva il fatto di affidare la crescita di un bambino a due “genitori” dello stesso sesso o di bloccare con interventi farmaceutici il normale sviluppo ormonale di preadolescenti?

A dire il vero, era stato già accettato dalla mentalità comune che lo stato decidesse se l’embrione è o non è un essere umano portatore di diritti, ma è indubbiamente aumentata la presunzione che la legislazione positiva rimanga intangibile dal progresso delle conoscenze scientifiche che sempre più dimostrano l’assoluta infondatezza del presunto carattere non umano della vita embrionale. Non solo, dunque, le tradizioni millenarie dell’umanità, ma le stesse certezze scientifiche debbono oggi piegarsi al potere politico!

In questa situazione, che potremmo definire “inedita”, almeno quanto alla misura a cui è giunta questa dilatazione dell’arbitrio del potere istituzionale, lo stesso concetto di democrazia, nell’aspetto per cui gli eletti dovrebbero limitarsi a rispecchiare la volontà degli elettori, vacilla pericolosamente. Se chi detiene il potere legislativo non conosce alcun limite, se non quello del consenso del gruppo dirigente della nazione, non si vede come detto gruppo dirigente possa rispecchiare l’intenzione di quanti lo hanno delegato con il loro voto. Si dirà che prima delle elezioni è stato presentato un programma di partito. Ma sappiamo bene fino a che punto i politici tradiscano le loro promesse e i loro impegni più solenni, una volta che hanno raggiunto il posto di comando.

Se, dunque, in passato i cattolici, e quanti condividevano con essi i medesimi ideali umani, potevano illudersi che, appoggiando l’uno o l’altro gruppo politico, l’eventuale danno più grave sarebbe stato, al più, quello di una scorretta amministrazione dei problemi immediati, ora si trovano a dover affidare l’avvenire della società e della civiltà a raggruppamenti che non danno alcuna garanzia di salvaguardia dei più elementari principi su cui da sempre si fonda la sana esistenza dell’uomo e della vita associata.

Che in questa situazione “inedita” dovesse sorgere un movimento culturale, religioso e umano che sentisse l’assoluta necessità di entrare direttamente nel mondo politico per far valere ciò che tutti gli altri, dopo averlo messo sullo sfondo, hanno finito per rendere evanescente, era qualcosa di quasi ineluttabile, qualcosa, cioè, di cui si avvertiva diffusamente il bisogno, e non soltanto a livello nazionale, e che, perciò, in qualche modo si aspettava. Ciò spiega come, nonostante la mancanza di appoggi politici e finanziari, appena questo movimento, con la creazione del Popolo della Famiglia, ha avuto il coraggio di manifestarsi, i consensi sono rapidamente aumentati e sempre più affluiscono.

Il fatto che ciò sia avvenuto, in modo esplicito, per la prima volta in Italia, è un segno della vitalità del nostro popolo, vitalità per troppo tempo soffocata e mortificata da una vita culturale decadente, ma che tuttavia era sempre presente sotto la cenere. Ma è certo che l’esempio italiano ben presto sarà imitato anche all’estero, perché dovunque diffusamente sempre più si avverte il bisogno di uscire da una situazione invivibile e si aspetta con ansia l’aprirsi di una nuova strada per la vita politica dei popoli civili.

Da quanto è stato detto, dovrebbe apparire evidente che, dietro il problema della disgregazione politica che ha segnato i cattolici fino a tempi recentissimi, e che ancora si manifesta nella comprensibile perplessità di molti nei confronti della nuova realtà costituita dal Popolo della Famiglia, vi è una disgregazione culturale.

Di fronte alle molte e cruciali sfide poste dal tragico e inquieto mondo attuale, quale deve essere la risposta dei cattolici? Su questo punto già da molto tempo si è manifestata una diffusa discordanza di vedute. Mentre il Concilio Vaticano II aveva auspicato che, una volta rimosse le tradizionali diffidenze dei cattolici verso gli stessi aspetti positivi del mondo moderno, potesse manifestarsi in tutta la sua grandezza la mirabile potenza costruttiva della fede della Chiesa per la civiltà umana, da una parte vi è stata una sorta di “corsa in avanti”, volta ad abbracciare indiscriminatamente tutti gli aspetti, anche i più problematici, della cultura moderna, mentre dall’altra, anche come reazione agli eccessi dei cosiddetti “progressisti”, ci si è racchiusi in un conservatorismo deciso a difendere strenuamente i principi e le forme della tradizione, senza accettare un vero dialogo con il mondo contemporaneo.

Fino a poco tempo fa quanti, in misura più o meno larga, si identificavano con il primo atteggiamento, erano portati a dare la propria fiducia ai pariti e movimenti cosiddetti di “sinistra”, mentre gli altri era piuttosto attratti dai partiti di “destra”. Ma siamo giunti ormai ad un punto in cui le stesse etichette “destra” e “sinistra” appaiono prive di reale significato, e di fatto moltissimi cattolici, dell’uno e dell’altro schieramento, si tirano indietro delusi, perché tanto le sinistre quanto le destre hanno mostrato di non avere realmente a cuore né il vero bene dei più disagiati, né la difesa dei principi morali che la maggior parte dei cattolici istintivamente sente come irrinunciabili.

Ovviamente molti dei cattolici di “sinistra” hanno la forte tentazione di proseguire a dare fiducia alle sinistre politiche. Ma quanta sincera adesione vi è in questo atteggiamento e, al contrario, quanto nascosto disagio per un consenso che - non lo si può nascondere - in ultima analisi non è altro che un cedimento ai potenti di turno? D’altra parte, una volta squalificate, agli occhi degli stessi cattolici conservatori, le destre politiche, che scelta rimane da fare?

Verso il Popolo della Famiglia, nonostante la progressiva crescita del consenso popolare, vi sono diffuse perplessità. Ai cattolici di “sinistra” il nuovo movimento sembra troppo di “destra”, mentre ai tradizionalisti sembra troppo immischiato in quella strada politica che da sempre le persone moralmente impegnate hanno guardato con diffidenza, come l’ambiente in cui necessariamente, anche senza volerlo, ci si sporca le mani e la coscienza. Inoltre, si teme che un eccessivo interesse per la vita politica possa distogliere il credente da quella vita religiosa che dovrebbe attrarre il meglio delle sue forze e del suo impegno, come è avvenuto per tanti cattolici impegnati in politica che sono giunti a identificare la propria vita religiosa con l’impegno sociale, se non addirittura con la rivoluzione.

Proprio per rispondere a tutte queste perplessità è nato il mio saggio teologico, a cui ho voluto dare il titolo: “Per una rinnovata teologia”. A mio giudizio, infatti, si tratta di risalire a monte delle questioni più immediatamente politiche e fare chiarezza sulla necessità di un rinnovamento della teologia che prenda atto delle sfide cruciali poste dalla società moderna e, tenendo conto della irrinunciabile tradizione religiosa, sappia però rigenerarsi in modo sostanziale per mettere pienamente in luce quella fecondità della fede della Chiesa per il mondo di oggi che era stata auspicata dal Concilio Vaticano II.

Credo che, accettando ed interpretando rettamente tutte le provocazioni da cui le “sinistre” cattoliche sono state sollecitate e, nello stesso tempo, valorizzando la luce che sulle medesime provocazioni possono gettare le ricchezze del pensiero cristiano di venti secoli, si possa dissipare sia il sospetto che a fondamento del Popolo della Famiglia vi sia un pensiero reazionario, sia il sospetto opposto che detto movimento, impegolandosi direttamente nell’ambito della politica, scenda a compromessi su ciò che è essenziale, riduca la religione al solo impegno politico e si sporchi fatalmente le mani in un ambiente “che non lasciò giammai persona viva”.

Su quest’ultimo punto vorrei che tutti meditassero su un’immortale pagina del “De Republica” di Cicerone che segue immediatamente, quasi a conclusione delle precedenti riflessioni.

Per il resto, rimando al mio saggio di prossima pubblicazione, augurandomi che esso abbia degnamente adempiuto allo scopo che si era prefissato.

Dal Primo Libro del “De Republica” di Cicerone:

«Era bensì lecito a M. Catone, finché era ancora uomo nuovo ed ignoto (...) rimanersene piacevolmente ad oziare in Tuscolo, luogo salubre e vicino a Roma. Ed ecco che costoro [in primo luogo gli epicurei] lo considerano un pazzo quando lo lo vedono, senza alcuna necessità, ormai arrivato all’estrema vecchiaia, preferire le tempestose onde civili ad una vita perfettamente tranquilla e beatamente riposata. E non parlo neppure degli innumerevoli personaggi che contribuirono alla salvezza di Roma, e non voglio neppure accennare a coloro che non sono lontani dalle memorie di questa nostra genrazione (...) Mi limito soltanto a precisare che la virtù è talmente necessaria al genere umano per legge naturale e che tanto è l’amore che arde nei petti umani per la comune salute, che tutte le blandizie del piacere e dell’ozio sono vinte da quell’impulso generoso.

«Né la virtù si può possedere come un’arte qualunque che, una volta imparata, si possa metter da parte: bisogna ch’essa, per esistere, sia tutta in pratica; poiché un’arte, anche quando non la si eserciti, la si ritiene per le sue nozioni teoriche, e la virtù invece esiste soltanto nell’uso che se ne fa; ed il più alto uso che si possa farne è quello di governare un popolo e di perfezionarsi in quelle nobili pratiche di cui si fa gran parlare dovunque (...) Tutto quel che di giusto e di bello dicono i filosofi, non è che l’effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati legislatori dei popoli. Da chi infatti nasce il senso della devozione o la fede religiosa? Da chi emana il diritto delle genti e quello stesso che si chiama diritto civile? Donde nascono la giustizia, la fede, l’equità? Donde il pudore e la continenza e l’odio d’ogni turpitudine e il desiderio della bellezza e della gloria? Donde la fortezza nelle fatiche e nei pericoli? Certo da coloro che, dopo aver ispirato queste virtù agli uomini con le loro dottrine, parte ne confermarono col costume e le altre sancirono con le leggi.

«Si racconta che Senocrate, filosofo dei più generosi, essendogli stato chiesto in che cosa ai suoi alunni giovassero le sue dottrine, rispondesse: “Nel sapere essi fare spontaneamente quel che loro imporrebbero le leggi”. Quel cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l’impero e la minaccia delle leggi a far quello che i filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, è dunque da preferire a quegli stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume? Come infatti io trovo preferibili di gran lunga, per dirla con Ennio, “le città grandi e imperiose” ai villaggi e ai castelli, così trovo preferibile, per la sicura conoscenza delle cose politiche, chi quelle città abbia governato con saggezza e con autorità a chi sia sempre rimasto lontano dai pubblici affari. E, poiché ci entusiasma in particolar modo l’idea d’accrescere la sicurezza e il benessere della vita umana, spinti a questo piacere dagli impulsi stessi della nostra natura, procediamo sicuri per quella via che fu sempre cara ai nostri grandi, e non diamo retta a coloro che vorrebbero suonarci la ritirata e far retrocedere quelli che si son già di buon tratto avanzati.

«A queste ragioni, così solide e così chiare, i nostri avversari oppongono prima di tutto l’improba fatica che ci vuole per reggere uno stato, ed è questo, certo, un impedimento ben lieve, per un uomo di vigilante energia, un impedimento spregevole non solo in così alta materia ma anche in attività o in doveri o in faccende del tutto mediocri. Aggiungono poi, i nostri avversari, i pericoli cui si espone la vita: e con questa turpe paura della morte vorrebbero dissuadere i forti che considerano invece ben più misero lo spegnersi per natura e per vecchiaia che cogliere l’occasione per consacrare alla patria una vita cui si dovrebbe pur sempre un giorno rinunciare. E questi nostri avversari si credono poi addirittura irresistibili, quando ci elencano le sciagure capitate agli uomini più illustri e i torti fatti dagli ingrati concittadini (...)

«Né già la patria ci generò e ci educò con tal legge che quasi nessun alimento dovesse aspettare da noi e, servendo unicamente alla nostra agiatezza, ci dovesse somminstrare un sicuro ricovero all’ozio ed un tranquillo luogo alla quiete: ma piuttosto con tal legge che ella prendesse in pegno a propria utilità tutte, grandi quanto siano, le parti dell’animo nostro e della mente e del senno e solo a noi rendesse per uso nostro privato tanto quanto a lei ne sopravanzasse.

«Né sono da udire questi pretesti che prendono a loro difesa (affinché si godano più facilmente l’ozio) quando dicono che sogliono accostarsi il più delle volte a reggere la cosa pubblica uomini indegni di alcuna cosa buona, con i quali il paragonarsi è vile, il combattere è misero e pericoloso, soprattutto quando la moltitudine è in stato di agitazione. Come se non spettasse all’uomo sapiente prendere le redini del governo, perché non saprebbe frenare gli insani e selvaggi impeti della plebe, né all’ingegno cittadino combattere con avversari abietti e feroci, o subire la violenza degli insulti, o sopportare ingiurie che un sapiente non potrebbe tollerare: come se per i buoni, i forti e quanti hanno grandezza d’animo nessuna più giusta ragione vi fosse di accostarsi alla cosa pubblica che quella di non obbedire ai malvagi e di non tollerare di veder da loro lacerato l’ordine civile, quasi non potessero essi, quand’anche lo volessero, recargli aiuto».

17/01/2017
2603/2017
San Teodoro vescovo

Voglio la
Mamma

Vai alla sezione

Politica

Vai alla sezione

Tag associati

Articoli correlati

Chiesa

Il Papa delle parole chiare

Il merito principale di Papa Francesco è quello di adottare un linguaggio privo di ambiguità

Leggi tutto

Media

Un’indagine narrativa sulla violenza Burgess

Malgrado la crescente (e giustificatissima) celebrità di Quentin Tarantino, resta pur sempre Stanley Kubrick, con “Arancia Meccanica”, il vero teoreta cinematografico della violenza. Ricorrendo oggi l’anniversario della nascita di Anthony Burgess, che del capolavoro di Kubrick scrisse il romanzo ispiratore, dedichiamo una riflessione alla narrazione della violenza come fenomeno in sé, a metà tra romanzo e film, tra morbosità e scongiuro

Leggi tutto

Chiesa

Tre giorni di Fede e sport in Vaticano

Si è aperta ieri la conferenza globale su fede e sport che vedrà, in Vaticano, per tre giorni (dal 5 al 7 Ottobre) riunirsi atleti e rappresentati di fede per parlare e testimoniare i principi su cui dovrebbe basarsi lo sport e su cui, in un modo profondo, può innestarsi l’esperienza di fede di ogni singolo sportivo, qualsiasi essa sia.

Leggi tutto

Società

Il tour di Gianna fa scuola in Italia

Mentre le polemiche sull’obiezione di coscienza dei medici antiabortisti infiammano il Paese (in fondo sono buone per ogni stagione), Gianna Jessen, nota a moltissimi per la sua storia narrata in
“October Baby”, gira lo stivale. Libero dà voce all’“unico medico abortista” del Molise come a un eroe, mentre il Paese reale corre ad ascoltare la testimonianza della Jessen: il futuro passa da lì, lo sa bene

Leggi tutto

Politica

Serviva un presidente cristiano

Storica accoppiata presidenziale, mai l’Italia repubblicana ha avuto presidente del Consiglio e della Repubblica provenienti dalla stessa matrice partitica e culturale. Renzi e Mattarella vengono dal Ppi di don Sturzo e sono cattolici non all’acqua di rose

Leggi tutto

Politica

Che cosa si perde sguarnendo l’IRC

La “Buona scuola” impone agli istituti di offrire ricchi potenziamenti agli allievi. Tagliando fuori chi fa l’ora di religione

Leggi tutto

La Croce Quotidiano, C.F. P.IVA 12050921001

© 2014-2017 La Croce Quotidiano