Storie

di Emanuele Pizzatti

Io, un’ostetrica nell’inferno degli aborti

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Da oltre 35 anni risuonano le parole espresse dalla grande Santa Madre Teresa di Calcutta: “L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore. Il bambino non nato – il feto umano – è membro vivente della razza umana, creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda Vita – un altro essere umano è già nel grembo della madre. Distruggere questa Vita con l’aborto è omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio. Poiché chi non è ancora nato è il più debole, il più piccolo e il più misero della razza umana, e la sua Vita dipende dalla madre – dipende da me e da te – per una Vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella Vita, chi altri c’è da proteggere?” Parliamone con Laura (nome di fantasia per non esporla a indebite reazioni), ostetrica in un grande ospedale pubblico e mamma di famiglia numerosa. Perché hai scelto proprio questa professione? Mi affascinava l’idea che dentro il corpo di una donna potesse nascere una vita. Sapevo di una stessa passione nei pensieri di mia madre e mi ci sono ritrovata facilmente. Avevo qualche apprensione, ma quando assistetti al primo parto da neo studentessa mi sono confermata nella gioia di questa scelta. È un’emozione talmente bella e talmente forte che si rivive in ogni nascita, anche a distanza di molti anni. Non si sceglie di fare l’ostetrica per la carriera che rappresenta, le possibilità di guadagno, la posizione sociale ad esempio? (ride) No di sicuro… turni, notti, festività, tanta pazienza, disponibilità continua anche al sostegno morale e psicologico delle donne, penso abbia pesato più l’aspetto vocazionale che una valutazione di convenienza. Trovo le stesse attitudini e caratteristiche anche nelle mie colleghe, questa professione deve piacere, la si deve amare a fondo, si devono trovare motivazioni profonde e importanti. È un mestiere normalmente svolto da donne ma i rari uomini che lo scelgono e con cui ho avuto modo di lavorare, sono molto empatici e motivati. La pianificazione familiare e l’insegnamento dei metodi contraccettivi fanno parte della vostra formazione anche se sembrano essere in reale contrasto con gli obiettivi primari di questa vocazione. Come vengono affrontati questi argomenti nel corso di studi di ostetricia? Il corso di ostetricia che ho frequentato prevedeva diverse ore di insegnamento dei contraccettivi farmacologici, ritenuti i più sicuri ed efficaci per evitare gravidanze, innocui per la salute delle donne il cui diritto alla cosiddetta pianificazione familiare era considerato fondamentale a prescindere dalle esigenze del partner e di conseguenza senza nessuna considerazione dei metodi naturali per la conoscenza della fertilità che implicano una partecipazione attiva del partner e, a mio avviso, una più gratificante e serena vita di coppia perché la fertilità non è vista come un problema da mettere a “tacere” ma è valutata come aspetto determinante al valore di una persona. I metodi naturali ci sono stati presentati come “poco sicuri” rispetto alla pillola anticoncezionale. Ho però notizia da alcune mie colleghe che in altre scuole vengono presentati e valutati correttamente. Anche perché gli studi dimostrano che hanno un’efficacia sovrapponibile a quella dei contraccettivi ormonali, non hanno effetti collaterali e sono a costo zero. La pillola peraltro non viene mai definita una farmaco e per le giovani studenti sembra la cosa più naturale del mondo che una donna debba assumerla per stare bene con se stessa, anche indipendentemente dalla sua vita sessuale. È presentata come un aiuto che diminuendo l’attività delle ovaie ne conserva più a lungo la salute. In realtà il vero toccasana per l’apparato genitale femminile è proprio la gravidanza! La scienza progredisce e la fiducia va data a prescindere, quindi. L’amore per la vita nascente e la bellezza dell’aiuto alle future madri sono aspetti caratteristici del tuo lavoro ma sono anche gli obiettivi degli ospedali e dei medici con i quali lavori? La scuola che ho frequentato io era piuttosto medicalizzata, cioè orientata a farci intervenire quanto più possibile nei tempi e nelle modalità della nascita. Negli ospedali nei quali ho potuto lavorare ho invece trovato, per fortuna, un’attitudine diversa e più attenta al rispetto dei tempi fisiologici delle donne con atteggiamento di sostegno e aiuto. Non guidare farmacologicamente quindi ma affiancare pazientemente facendoci sussidiarie nell’evento naturale e meraviglioso che si compie ogni volta porta dei benefici enormi alla madre e al bambino. Tutto questo è ampiamente dimostrato dagli studi scientifici. Purtroppo la tentazione di alcuni operatori, soprattutto medici, a sostituirsi alla donna in un momento tanto delicato è molto forte, ma quando si interviene impropriamente in situazioni di fisiologia si rischia di arrecare un danno piuttosto che un beneficio! Nel campo delle interruzioni di gravidanza, eufemismo linguistico che significa interruzione della vita del bambino, lo scontro è molto duro. La legge 194, per la quale l’aborto non deve essere considerato un mezzo di controllo delle nascite, prevede che venga effettuata una consulenza alla donna che mostri intenzione di abortire, che venga accertato il rischio di gravi conseguenze fisiche o psicologiche che giustificano l’intervento. È davvero così? La futura mamma dovrebbe essere aiutata ad approfondire e riflettere per quanto possibile, dovrebbe trovare soluzioni e indirizzi di aiuto e sostegno per valutare la possibile prosecuzione della maternità. Normalmente però il medico si limita a qualche “signora, non ci poteva pensare prima?” che certamente non risponde alla possibile difficoltà che genera la scelta di abortire. Vero è anche che quando il medico mostra maggiore sensibilità spesso è la donna che si mostra infastidita dal tentativo di approfondimento. Le ragioni della sua scelta sembrano irremovibili e difficili da mettere in discussione. Le ragioni della scelta di abortire. Sono state le ragioni di una battaglia politica mai sopita, si è parlato di libertà della donna messa in discussione dal bambino nascente ma anche di gravidanze in seguito a violenza, di donne giovanissime che si troverebbero la vita stavolta, di casi estremi e pietosi di fronte ai quali sembra crudele negare la possibilità di eliminazione del bambino. Ritrovi nella realtà qualcosa di tutto questo? Sinceramente in tutti questi anni di esercizio della mia professione, ho sentito rarissime motivazioni gravi… Casi di gravidanza in seguito a violenza nemmeno uno, anche perché in questi casi orribili e devastanti per una donna , il protocollo ospedaliero prevede la somministrazione della pillola del giorno dopo che scongiura appunto il rischio di una gravidanza. Le motivazioni più comuni che mi capita di sentire sono: “Non ho posto in casa… Sarebbe il terzo figlio… L’ultimo è ancora troppo piccolo… Sono due gemelli… Abbiamo problemi di lavoro…”. Talvolta professioniste in carriera. E simili. Richieste provenienti quasi sempre da donne adulte, sposate e mediamente acculturate. Ricordo un caso di violenza in cui la donna aveva invece portato a termine per scelta la gravidanza, partorito e lasciato il bambino in ospedale per essere dato in adozione, nobile soluzione che ha salvato quella mamma dal fare a sua volta violenza al nascituro. A volte ho proposto io stessa questa soluzione ma la risposta è sempre stata che mai riuscirebbero a partorire e lasciare il bambino in ospedale, perché la gravidanza si vedrebbe e il giudizio dei conoscenti sarebbe insopportabile e perché mai riuscirebbero ad abbandonare una volta avuto in braccio anche per un istante il loro bambino. Impossibile lasciarlo una volta partorito, facilissimo invece eliminarlo nei primi mesi di gravidanza. La cosa incredibile è che prima dell’emissione del certificato che attesta i gravi motivi psicologici per cui la donna richiede l’interruzione, viene fatta una ecografia per datare la gravidanza e tutte, ma proprio tutte, vogliono vedere e osservano con curiosità il piccolo visualizzato nel monitor. Sanno bene quindi di cosa si tratta e comunque oggi è facile per tutte avere accesso a informazioni sul bimbo in divenire. A otto-nove settimane di vita di vede bene “cosa” fra poco verrà aspirato. Il cuore batte, gli arti sono ben visibili, la testa anche. Mi pare anche di cogliere sempre una piccola commozione, un sentimento materno naturale. Ma poi passano i sette giorni di rito e quasi tutte si presentano per concludere. Hai mai potuto riscontrare nelle donne che hanno abortito eventuali conseguenze psicologiche postume? Non ho occasione di incontrarle nuovamente, se non nei casi di aborto ripetuto che purtroppo non sono infrequenti. Anni fa però ebbi modo di parlare con una donna gravida gemellare, dopo fecondazione assistita, la quale su consiglio medico aveva eseguito un’embrioriduzione: in seguito alla fecondazione avevano attecchito tutti e tre gli ovuli fecondati, ma uno di questi feti crescendo, a detta dei medici che la seguivano, sembrava mettere a rischio anche la vita degli altri due e così lei e il marito avevano optato per la soppressione. Me ne parlò con le lacrime agli occhi dicendomi che non c’era giorno in cui non si pentiva di quella scelta e che per tutta la vita avrebbe pensato al suo bambino mancante. Pensiamo ora alle diagnosi prenatali. In che cosa consistono e a cosa servono davvero? Gli aborti entro la 13ma settimana prescindono dalle valutazioni sulla condizione fisica del bambino, le motivazioni sono quelle espresse prima, sempre incredibilmente futili rispetto alla gravità dell’intervento richiesto. Durante la prima visita effettuata in gravidanza, di solito attorno alla decima settimana, alla donna vengono proposte le varie opzioni di diagnosi prenatale. In realtà prima di proporre una qualsiasi tecnica andrebbe fatta alla donna una premessa fondamentale: questi esami effettuati così precocemente hanno l’unico scopo di individuare individui a rischio di alcune patologie cromosomiche (parlo di rischio perché la vera diagnosi viene data solo da tecniche invasive come villocentesi e amniocentesi effettuate rispettivamente a 11 settimane e a 15 settimane con un rischio di aborto dell’1% collegato alla procedura). Se uno di questi test risulta dare una probabilità alta che il feto sia portatore di un malattia cromosomica la donna deve comunque sottoporsi a procedure invasive che determinano il cariotipo fetale, e se viene confermata la patologia esegue poi un aborto terapeutico. Potrebbe effettivamente fare una scelta diversa e non interrompere la gravidanza ma se una donna accetta di sottoporsi a questi test di probabilità è perché reputa l’aborto come un’opzione possibile, altrimenti non ha nessun senso eseguirli. È altresì vero che nella maggior parte dei colloqui questi test non invasivi, effettuati su sangue materno dal quale si ricavano informazioni fetali, vengono proposti come esami di routine e le donne che non richiedono ulteriori approfondimenti li eseguono pensando di vivere la gravidanza poi più serenamente. Il costo di queste indagini su sangue materno varia da 250 euro a 750 euro a seconda dei valori ematici ricercati. Questo a mio parere procura un interessante business a chi le propone e le effettua. Esami ecografici effettuati più avanti in gravidanza, come l’ecografia morfologica eseguita alla 20ma settimana, danno informazioni utili sulla salute del bambino, informazioni che servono davvero a pensare anche al suo benessere: nel caso per esempio di patologie cardiache fetali, la donna viene seguita in modo più accurato e sicuramente indirizzata verso centri che curano, a volte anche in utero o subito dopo il parto, queste patologie. La maggior parte dei medici ginecologi dichiara di essere obiettore. Ci conforta pensare che questi medici hanno scelto una professione anche considerando elementi vocazionali ed etici. Cosa ne pensi? La pratica dell’obiezione è un valore morale, giuridico e civile talmente alto da essere considerata una vera conquista sociale che ci distingue dalle dittature entro le quali non è mai ammessa. La professione del ginecologo è talmente in contrasto con una attività di interruzione della vita nascente da portarci a pensare che le motivazioni che portano un medico a dichiararsi obiettore sono tutte da ricercare nella sua coscienza e nei valori ai quali si riferisce. Mi lascia comunque perplessa il fatto che le richieste di aborto “terapeutico” (definizione incredibile, per chi sarebbe terapeutico, quindi curativo? Per il bambino no di sicuro… per la mamma?) vengano di fatto ritenute lecite anche da medici obiettori. Il medico che certifica il pericolo di danno psicologico imminente che giustifica l’aborto, che effettua le diagnosi prenatali che hanno lo scopo di individuare probabilità di malformazioni e quindi indurre alla soluzione rapida dell’aborto, che molto raramente si impegna a proporre soluzioni alternative e di aiuto concreto, è quasi sempre il medico obiettore. Cosè l’aborto terapeutico? La legge 194 definisce “terapeutico” l’aborto volontario richiesto in presenza di processi patologici, compresi quelli relativi a malformazioni o malattie del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Non si interrompe una gravidanza perché il feto è malato, ma perché il fatto che sia malato comporta significative ripercussioni negative sulla donna, mettendo a grave rischio la sua salute fisica o mentale. La legge non specifica un termine preciso per l’aborto terapeutico, ma fa riferimento al fatto che questo deve avvenire prima che il feto abbia la possibilità di vivere autonomamente al di fuori dell’utero. Questo anche perché se il feto nasce vivo, la legge impone che debba essere rianimato. Ad oggi, in Italia, il termine è stato fissato a 22 settimane. In altri stati europei si va ben oltre, in alcuni stati americani è lecito persino sopprimere il bambino al nono mese con un aborto a nascita parziale su cui preferisco non fare commenti perché lo considero un crimine tra i più efferati! Tornando al discorso sui medici obiettori… Ricordo il caso di una ragazza che aveva ricevuto notizia in seguito a semplice eco morfologica della probabilità che il bimbo fosse portatore di sindrome di Down. La ragazza aveva rifiutato di fare ulteriori diagnosi invasive, aveva deciso di portare avanti la gravidanza fino alla nascita di una bimba che effettivamente aveva la sindrome di Down. I commenti dei medici ai quali ho assistito erano tutti di critica alla scelta di questa coraggiosa mamma, nessun sostegno di alcun tipo né suggerimenti di aiuto concreto né semplice sostegno personale. Spesso i ginecologi si pongono in atteggiamento predicatorio rispetto alla donna gravida, giudicano anziché sostenere chi peraltro in quel momento è sicuramente in posizione di debolezza e bisognosa di conforto. Credo che nessuna donna prenda a cuor leggero la decisione di abortire, nessun medico dovrebbe permettersi di criticare ma piuttosto domandarsi cosa può fare di concreto per alleviare il peso che quella persona sembra dover portare. Comunque una donna che porta avanti una gravidanza anche in caso di malformazioni probabili o accertate viene considerata un’incosciente che non si preoccupa della vita che toccherà a suo figlio, pre-giudicata infelice e indegna. Quando vedo questi atteggiamenti nei medici obiettori il tutto diventa ancora più doloroso e inaccettabile. Esistono naturalmente sensibilità migliori e medici più attenti, ma sono piuttosto eccezioni che la norma. Ricordo anche di una donna aveva una sepsi grave, rischiava la sua vita e anche il feto di 24 settimane era a rischio, la pressione esercitata verso quella mamma perché abortisse era enorme. Lei non aveva ceduto ed aveva infine partorito, il bimbo purtroppo era morto ma lei lo aveva accolto fino alla fine naturale, battezzato e poi sepolto con cura. Lei ne era uscita senza conseguenze fisiche. Le iniziative e i consigli dei medici obiettori erano esclusivamente orientati all’aborto. Chi lo accoglie e chi lo rifiuta. Come si comportano le donne rispetto al bimbo, o al feto, abortito? Dopo ogni aborto avanzato, anche se volontario, alla donna viene proposto di vedere il feto perché questo aiuta l’elaborazione del lutto. A questo però praticamente tutte si rifiutano, probabilmente pensando che vedere quel bimbo lo rende evidente, vero. Quasi come se l’ecografia fosse una rappresentazione, un disegno, qualcosa comunque di diverso da un bimbo in carne e ossa, pur se non ancora completo nella crescita. Alla domanda “lo vuole vedere signora?” ho assistito anche a mariti che hanno reagito con forza come se fosse una violenza proporlo. Si affronta un aborto come una cosa normalissima, lo si decide per motivi tutto sommato ben poco gravi e non è credibile la certificazione delle gravi conseguenze psicologiche per la donna che lo giustificano. Per l’aborto non occorre, né viene mai chiesta, la firma del marito. La donna è sola in questa decisione. Per un intervento di sterilizzazione tubarica invece è obbligatorio chiedere anche la firma del marito. La possibilità data oggi dalla grande disponibilità di informazioni facilmente reperibili pone chiunque nella condizione di poter capire cosa sta facendo. Qualche atteggiamento segnala che tutto sommato le mamme non riescono a considerare quel bambino un semplice ammasso cellulare privo di dignità umana, tanto che si evita con forza di guardarlo in faccia a cose fatte. Ma allora perché si considera l’aborto quasi un semplice contraccettivo, perché tanta difficoltà a trovare altre soluzioni che partano dalla considerazione che si tratta di un essere umano ormai già esistente? Perché tanta banalità nell’affrontare una scelta così grave? Perché la legge crea la cultura. Il fatto che si può fare significa che non è sbagliato ed in molti casi è logico farlo, è giusto farlo! Attualmente sembra che l’infertilità sia sempre più diffusa e di conseguenza la domanda e l’offerta di fecondazione assistita sia oggi in enorme aumento. Trovi riscontro in queste affermazioni? Il fatto è che le donne quando sono fertili prendono contraccettivi per non esserlo, il più delle volte senza adeguata conoscenza nemmeno di sé stesse (quante sanno e considerano che sono fertili non più di 20 ore al mese? Quante sanno che anche avendo un rapporto nelle migliori condizioni ed esattamente a ridosso di quelle ore le probabilità che inizi una gravidanza sono al massimo del 20%? Quante considerano l’attenzione ai loro ritmi fisiologici un meraviglioso approccio all’attività sessuale di coppia? E infine quanti mariti partecipano a queste conoscenze e decisioni?). Quando infine non sono più fertili desiderano invece un figlio, perché in quel momento le condizioni lavorative, di carriera e di vita sembrano essere le migliori. Anche questo genera un grosso business. La fecondazione assistita viene certamente considerata la via più rapida piuttosto che la conoscenza della propria fertilità che il più delle volte basta e avanza per risolvere il problema. Il metodo naturale in questo caso è molto efficace forse più di quelli farmacologici ma il “costo zero” di questa tecnica è incompatibile con le tante possibilità e il desiderio di grande guadagno per molti. In quasi tutti i casi di fecondazione assistita viene effettuata anche la diagnosi prenatale spesso invasiva proprio perché i soggetti sono donne in età fertile avanzata quindi più a rischio di aver un feto con patologie cromosomiche. Ma quale contraddizione tra la volontà di maternità ad ogni costo e l’essere indisposti ad accettare un figlio magari non perfetto. Dopo tanta fatica e spesa per realizzare una gravidanza, pronti all’aborto se il risultato non è quello sperato. Credo sia molto difficile e doloroso accettare di non poter avere figli naturali. Nonostante ciò ho assistito ad una richiesta di IVG fatta da una donna solo perché aveva da poco partorito un figlio concepito dopo diversi tentativi di fecondazione in vitro. Era rimasta incinta spontaneamente a 40 anni e non se la sentiva, in accordo col marito, di portare avanti l’attuale gravidanza inaspettata perché il suo figlioletto ”prezioso” aveva solo 8 mesi. Il fatto mi aveva sconvolta! Come il caso della donna trentacinquenne che aveva subito un aborto in seguito ad un’amniocentesi e nella gravidanza successiva, sempre ottenuta con fecondazione assistita, l’aveva eseguita di nuovo “per stare più tranquilla”. Non so… sono scelte fatte per paura, per insicurezza… o per egoismo? Non sta a me giudicare… la domanda che mi sono posta tante volte però è: vale così poco la vita di un bambino? Da Saviano in poi siamo circondati da personaggi pubblici che si prodigano nel ripetere in ogni occasione che un aborto non è un omicidio, che il feto non è un bambino, che fino a che non è capace di vita propria non deve essere considerato un essere umano. Ma ogni mamma che abortisce non è in grado di guardare ciò che ha abortito. Nessuna di loro è disposta a portare avanti la gravidanza e poi lasciare il figlio ad altri perché dopo averlo partorito è impossibile distaccarsene senza drammi. Se esistono studi seri su eventuali conseguenze psicologiche sofferte dalle mamme che hanno abortito, sono certamente poco diffusi e conosciuti. Si certifica con enorme leggerezza la necessità di aborto per evitare sofferenze psicologiche alla donna, ma non si è in grado di valutare serenamente quali conseguenze quella donna vivrà poi davvero per il resto della sua vita. E di testimonianze in questo senso ne esistono già tantissime. I progetti e le organizzazioni di sostegno alla maternità consentono a molte mamme di cambiare idea e portare a termine la gravidanza, sia con contributi economici che con sostegni personali e psicologici. È possibile quindi pensare più a dare aiuto che a concludere con sofferenza. La Chiesa è chiarissima su questo fronte, non esistono possibili interpretazioni (oggi molto di moda) del magistero che possano considerare la vita nascente qualcosa di diverso da un essere umano ad ogni effetto fin dal primo momento del concepimento, ci basti adesso il rimando alle parole di Madre Teresa: “… non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito…”. La Banalità di questo Male è la prima causa del tentativo di distruzione della pace oggi nel mondo, statene attenti voi che esibite tanto facilmente arcobaleni e bandiere colorate in ogni occasione. L’aborto di oggi è in ospedale, gratuito e confortevole. È anche nelle pillole che contengono solo progestinico che come la spirale sono di fatto metodi abortivi perché non sempre impediscono la fecondazione ma l’annidamento. È anche in casa, in autonomia e silenzio, con la pillola del giorno dopo. L’aborto a nascita parziale, mediante uccisione del bambino con rapida introduzione di un coltello nella nuca e poi di un tubo nel foro per aspirarne il cervello, è già realtà in qualche stato americano ed è metodo richiesto a gran voce da Planned Parenthood e dalla compianta signora Clinton e tanto mi basta per festeggiare a lungo la sua mancata elezione. La famiglia è sotto feroce attacco, la stiamo rendendo banale e così la vita, il credo religioso, i valori fondamentali. O meglio, c’è chi vorrebbe questo e chi incredibilmente se ne rende complice, ma non possono raggiungere facilmente l’obiettivo perché tantissime persone hanno coscienza, pensano liberamente, vivono secondo valori diversi da denaro e successo, accolgono al mondo figli secondo ritmi e tempi naturali. Perché bisogna considerare che esiste anche il Bene, anzi, esiste soprattutto il Bene. …“Perché la legge crea la cultura. Il fatto che si può fare significa che non è sbagliato ed in molti casi è logico farlo, è giusto farlo!”…

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19/01/2017
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