Società

di Emiliano Fumaneri

La Francia in piazza per la vita

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L’aborto legalizzato è uno dei grandi scandali del nostro tempo. È per testimoniare contro una simile barbarie “civilizzata” che domenica la Francia sfilerà per l’undicesima volta in difesa della vita. L’appuntamento è a Parigi, per l’annuale manifestazione che si propone di riaffermare il valore intrinseco di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale.

Attraverso il nunzio apostolico monsignor Luigi Ventura papa Francesco non ha fatto mancare il suo incoraggiamento ai partecipanti. Il pontefice ha ricordato loro le parole che aveva rivolto ai vescovi tedeschi nel novembre del 2015: «La Chiesa non deve stancarsi mai di essere l’avvocata della vita e non deve fare passi indietro nell’annuncio che la vita umana è da proteggere incondizionatamente dal momento del concepimento fino alla morte naturale». «Qui», aveva detto il Papa in quell’occasione, «non possiamo mai fare compromessi, senza diventare anche noi stessi colpevoli della cultura dello scarto, purtroppo largamente diffusa». E monsignor Ventura ha aggiunto: «Al di là della legittima manifestazione in favore della difesa della vita umana, il Santo Padre incoraggia i partecipanti alla Marche pour la Vie a operare instancabilmente per l’edificazione di una civiltà dell’amore e per una cultura della vita».

Ma perché mai, ci si potrebbe domandare, ostinarsi a riportare al centro dello spazio pubblico la questione dell’aborto? Non si tratta forse di una decisione puramente individuale? Anche di un dramma, se vogliamo, ma che ci vede spettatori giacché riguarda unicamente gli attori direttamente coinvolti?

No, oggi più che mai è necessario ribadire che l’aborto non è un affare privato ma un problema politico. L’aborto non può essere solo una questione morale o individuale. È un problema politico, collettivo, che ci coinvolge tutti, a differenti titoli, perché pone la questione dell’entrata, o meno, degli esseri umani nella società: la nostra società, che abbiamo il dovere di rendere più fraterna e ospitale per i nascituri e per le loro famiglie d’origine.

Esattamente questo è il messaggio lanciato dalla Marcia per la Vita di Parigi: «IVG: tous concernés!» (IVG: riguarda tutti!). «L’aborto», si legge nel comunicato stampa diffuso dagli organizzatori, è una «vigliaccheria collettiva». Una pavidità socializzata costata un prezzo molto alto in termini di vite umane. Ogni anno in Francia muoiono così tra i 200 e i 220 mila bambini. Da quando nel 1974 è stata approvata la legge Veil sono stati praticati tra gli 8 e i 10 milioni di aborti, una gravidanza su quattro termina con un aborto, un terzo delle donne francesi ha abortito almeno una volta nella vita. Nel caso dei bambini affetti da trisomia 21 (meglio nota come sindrome di Down) la legge ha permesso la soppressione del 98% degli embrioni a cui è stata diagnosticata l’anomalia genetica.

Davvero è possibile, di fronte a questi numeri, ridurre l’aborto a una bagatella? Citiamo dal manifesto della Marcia: «Ogni nascituro ci interpella collettivamente: avete sufficiente fiducia nell’avvenire per accogliermi? Siete veramente presenti accanto a mia madre per affrontare con lei le difficoltà provocate dal mio arrivo? I francesi, non se ne abbiano a male i politici, soffrono per la IVG e la considerano un male necessario, non un diritto che sarebbe opportuno celebrare. Portiamo tutti, da fin troppo tempo, il peso di questo scacco collettivo legato al nostro disimpegno e alla nostra incapacità di garantire a una giovane donna che suo figlio non le rovinerà la vita… la nostra vita. La Marcia per la Vita intende promuovere un modello di società che non banalizzerà più l’interruzione volontaria della gravidanza e domanda perciò di promuovere una reale politica educativa, di prevenzione e di assistenza per i futuri genitori allo scopo di evitare loro a tutti i costi la prova dell’aborto. In vista delle elezioni presidenziali e parlamentari, mentre il governo da cinquant’anni non cessa di promuovere l’IVG, la Marcia per la Vita invita tutti i francesi ad aderire alla manifestazione parigina del 22 gennaio 2017».

Quale risposta dare alla tremenda sfida dell’aborto legale? A questo proposito ci pare degno di nota il lungo commento apparso sul sito della rivista «Limite» a firma del giovane Gaultier Bès, uno dei fondatori dei «Veilleurs debout», le Sentinelle in Piedi francesi. Per Bès la risposta sta in quella che papa Francesco nella «Laudato si’» ha designato come «ecologia umana». Anche Benedetto XVI nello storico discorso al parlamento tedesco aveva invocato una «ecologia dell’uomo» perché «anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere». L’uomo infatti, ricorda Benedetto, non è solo «una libertà che si crea da sé». L’uomo non è creatore di se stesso. Egli, certo, è «spirito e volontà», ma è anche «natura». Pertanto la volontà umana è giusta quando si accorda con la propria natura. Soltanto così si realizza «la vera libertà umana».

Che sull’aborto si giochi una partita essenziale per la nostra stessa umanità lo conferma un denso libro del sociologo Luc Boltanski, «La condizione fetale» (Feltrinelli, 2007). Un saggio non soltanto teorico, dato che per delineare «una sociologia della generazione e dell’aborto» ha fatto ricorso a un centinaio di osservazioni raccolte all’ospedale nonché a una quarantina di interviste in profondità con donne passate attraverso l’aborto.

La lettura del libro conferma l’intuizione che la posta in gioco sia indissolubilmente intrecciata con la definizione stessa di persona umana. Boltanski infatti conclude così la sua indagine sull’aborto: «la condizione fetale è la condizione umana». Ogni essere umano, osserva il sociologo, può essere considerato secondo un duplice rapporto: in quanto umano «nella carne» oppure «per la parola». Essere umano «nella carne» è colui che è «uscito dal ventre di una donna fecondata attraverso rapporti sessuali da un uomo». Ma nei gruppi umani l’umanità del neonato, e con questa la sua entrata in società, passa anche attraverso un riconoscimento simbolico, ovvero «per la parola». Non esiste infatti società che non confermi attivamente l’appartenenza dei nuovi nati alla comunità umana per mezzo di gesti e rituali. Il pensiero corre subito al rito del pater familias romano, che adottava simbolicamente il figlio sollevandolo da terra. Il dramma dell’aborto sta tutto qui, nella dissociazione tra esseri umani concepiti carnalmente ma che, essendo stati privati di uno statuto simbolico, vengono perciò scartati.

Letteralmente, gli esseri abortiti non hanno parola. Sono senza voce. Questo fatto da solo prova più di ogni altra cosa quanto la sorte riservata ai nascituri sia solidale con quella di tutti i «minores» della società: gli indigenti, i dimenticati, i reietti, gli emarginati.

Il cuore dolente (e a un tempo di tenebra) di questa discriminazione tra feti scartati e feti salvati è che essa poggia su una distinzione necessariamente arbitraria, di cui è depositaria (seppure con l’assenso statale) la donna. L’aborto legale crea implicitamente due categorie di feti: «al feto progetto - adottato dai genitori che grazie alla parola accolgono l’essere nuovo dandogli un nome - si oppone il feto tumorale, embrione accidentale, che non sarà oggetto di un progetto di vita».

La mancanza di un progetto genitoriale espone il feto alla concreta possibilità dello scarto. Essendo stata negata la sua esistenza, l’essere soltanto «nella carne» è destinato ad essere patologizzato e assimilato a un tumore. Si scava così un abisso incolmabile tra il feto come accidente, considerato come qualcosa di contingente nel corpo della donna, e il feto «umanizzato» dalla parola della madre. Il problema è che, scrive Boltanski, «gli esseri nella carne non possono essere distinti dagli esseri per la parola». Se «ciò che costituisce un essere umano non è il feto, iscritto nel corpo, ma la sua adozione simbolica», «questa adozione suppone la possibilità di una discriminazione tra embrioni per nulla distinguibili».

Questa discriminazione tra feti accolti e feti scartati è altamente problematica da un punto di vista politico. Se la dignità di un essere umano dipende dallo sguardo altrui, allora non si vede cosa potrebbe impedire di rivendicare un diritto all’eliminazione di qualsiasi esistenza sgradita a quello stesso sguardo.

Un’altra contraddizione si trova nella presunta «neutralità» dello Stato, che apparentemente sembra volersi scaricare da ogni responsabilità limitandosi ad essere un mero esecutore della volontà privata, donde tutta la retorica sul «diritto di scelta», sulla «libertà individuale», ecc.

Ma è questo stesso Stato che attraverso politiche di «family planning» e organismi da lui sovvenzionati non disdegna affatto di orientare le scelte individuali senza proporre delle vere alternative all’aborto. Il motivo è principalmente economico, fa osservare Gaultier Bès: sul breve periodo far abortire una donna pesa decisamente meno sul bilancio pubblico che non aiutarla a far nascere e crescere un figlio in strutture d’accoglienza per ragazze madri e donne in difficoltà. I discorsi pubblici e l’evoluzione legislativa, nonostante il saldo negativo di nascite in Francia rispetto al 2015, testimoniano a sufficienza la vera priorità della politica: facilitare l’accesso alla IVG anziché cercare di ridurre il numero impressionante di aborti. Ogni discorso alternativo all’aborto viene anzi perseguito a norma di legge (non serve che pensare la soppressione dei giorni di ripensamento prima di abortire o alla delirante faccenda del «delitto di ostacolo digitale») e si cerca di inculcare l’idea che l’aborto sia un normale atto medico normale (minimizzando, o perfino negando in ogni modo il fenomeno, che eppure è sempre meglio documentato, della sindrome post-aborto).

La partigianeria di Stato è tanto più evidente se commisurata agli sviluppi normativi. Se nel 1974 Simone Veil affermava davanti all’Assemblea nazionale che «se [la legge] non vieta più, essa non crea alcun diritto all’aborto», in appena quarant’anni l’aborto è passato dallo statuto di «male necessario» o «extrema ratio» a quello di «diritto fondamentale». Oggi per la legge dello Stato l’eccezione di un tempo è diventata la regola.

Per contrastare questa deriva tuttavia non basta un antibortismo unicamente «repressivo», come sosteneva il filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri in «Abortismo libertario e sadismo» (Scotti Camuzzi, Milano 1976). Non è sufficiente avallare la repressione penale e la riprovazione morale lasciando che le conseguenze dolorose della scelta per la vita ricadano solo sulle madri o sulle famiglie, quasi fossero una specie di «danno collaterale» o il prezzo da pagare per un bene superiore: la salvaguardia dei princìpi. È la posizione, tipica di certa destra politica, che potremmo caratterizzare come farisaismo: una purezza mortifera, che schiaccia l’uomo sotto il peso di una legge che non ha la forza di osservare.

Non è questa la via, insiste Gaultier Bès. Una ecologia davvero a misura d’uomo esige la realizzazione di un «ecosistema politico e sociale solidale, dal quale nessuno sia escluso», né le madri in difficoltà né i nascituri. È impensabile continuare a opporre la libertà delle donne alla dignità dei nascituri, due realtà che non vanno contrapposte quanto piuttosto coniugate.

Senza per questo disattendere la battaglia politica e legislativa, occorre anche favorire incondizionatamente la nascita del concepito promuovendo ogni forma di solidarietà con lui e i genitori da parte della società civile, i singoli e le istituzioni (da questa esigenza nacquero del resto i Centri di Aiuto alla Vita). La debolezza del movimento pro-life discende talora dalla contrapposizione di questi due poli di un unico impegno, in specie quando si tende ad appiattre tutto sulla solidarietà sacrificando - magari sul meschino altare dei piccoli compromessi - la necessaria attività di opposizione politica.

Serve un’agenda pro-life unificata, capace di dispiegarsi lungo due direttrici: una negativa, di contrasto; l’altra positiva, di costruzione. È la summa di quel che sempre Lombardi Vallauri definisce «antiabortismo umanitario», che non ammette l’aborto in alcun caso ed esige una qualche forma di sanzione, in forma variamente graduata, per tutti i casi di aborto volontario, ma che deve, per esigenze minime di coerenza, anche operare per un’attività di prevenzione e facilitare in maniera fattiva l’orientamento solidale di tutta la comunità. La sanzione svolge qui una funzione analoga a quella evocata da Chesterton in «Ortodossia», laddove lo scrittore britannico parla di un muro di cinta tanto più duro quanto più ispirato dalla tenerezza per la fragilità delle vite da proteggere. Il muro, cioè la sanzione, è uno strumento di prevenzione, tanto più giustificato quanto più raramente operante per via dell’orientamento dell’intera comunità a una crescita solidale che renda pressoché impossibile l’andarvisi a scontrare.

Scrive GKC: «La dottrina e la disciplina cattolica possono essere dei muri, ma sono i muri di una palestra di giuochi. Il Cristianesimo è la sola cornice in cui sia preservata la gioia del paganesimo. Immaginiamoci dei fanciulli che stanno giocando sul piano erboso di qualche isolotto elevato sul mare; finché c’era un muro intorno all’orlo dell’altura, essi potevano sbizzarrirsi nei giochi più frenetici e fare di quel luogo la più rumorosa delle nurseries; ora il parapetto è stato buttato giù, lasciando scoperto il pericolo del precipizio. I fanciulli non sono caduti, ma i loro amici, al ritorno, li hanno trovati rannicchiati e impauriti nel centro dell’isolotto, e il loro canto era cessato. […] La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. […] Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro».

Marciare per la vita vuol dire marciare per la gioia contro la disperazione. E già solo questo, crediamo, ne fa un impegno giusto e generoso.

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21/01/2017
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