Politica

di Federica Paparelli Thistle

L’InaugurationDay visto da laggiù

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Arrivo alle tredici sulla Pennsylvania Avenue e non è affatto scontato. Da settimane sui media di ogni genere rimbalzavano annunci di proteste nel giorno dell’inaugurazione, una vera e propria campagna intimidatoria nei confronti di chi voleva semplicemente partecipare a una grande festa americana e salutare il proprio presidente.

Dire che i toni erano accesi è poco: il partito democratico, che a dispetto del suo nome mal tollera la democrazia, dal giorno dell’elezione di Donald J. Trump non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco della divisione e alimentare il dubbio sulla legittimità del presidente neoeletto. Se prima del voto si è cercato di minare la sua credibilità con scandali sessuali, accuse di frode fiscale e varie altre piacevolezze, dopo l’elezione la sinistra americana ha provato a giocare l’ultima carta che le era rimasta, quella delle email hackerate dal pc di John Podesta, l’uomo di punta della campagna elettorale della Clinton, e travasate sul sito Wikileaks, sembrerebbe ad opera dei russi. Tanto sarebbe bastato, sempre secondo i dem, a spostare il voto americano verso il candidato dei repubblicani, una tesi ancora tutta da provare e che dimostra l’abisso che separa l’establishment della sinistra dai suoi elettori, ai quali, invece, per decidere che era ora di cambiare aria sarebbe semplicemente bastato ricevere, due settimane prima delle elezioni, le lettere che comunicavano gli aumenti stellari delle tariffe dell’Obamacare.

Ma tutto questo sfugge ai candidati democratici, in particolare a quel pugno di rappresentanti che hanno deciso di disertare la cerimonia del giuramento, un gesto divisivo fatto solo per aumentare la loro visibilità personale. E certamente sfugge al deputato John Lewis, considerato un’icona dei diritti civili (quelli veri) per aver lottato a fianco di Martin Luther King jr.: in un’intervista alla NBC ha dichiarato di non poter considerare Trump un presidente legittimamente eletto, aggiungendo che non avrebbe assistito all’insediamento del nuovo POTUS per la prima volta dalla propria elezione, nel 1986. Una dichiarazione inutile al resto del mondo tranne che a lui stesso, e neanche troppo originale, visto che aveva detto la stessa cosa in occasione dell’elezione di George W. Bush.

Andando alla stazione della metropolitana, ascoltavo alla radio la diretta dal Campidoglio e le parole del portavoce della minoranza, il democratico Chuck Schumer, mi hanno fatto salire la nausea: «Qualunque sia la tua razza, religione, orientamento sessuale, identità di genere, che tu sia immigrato o nativo, che tu viva o no con una disabilità, che tu sia ricco o povero, siamo tutti eccezionali nella nostra devozione per questo paese». In poche parole, una sintesi perfetta della visione del mondo della sinistra americana: una visione parcellizzata, divisa in categorie (alcune delle quali inesistenti, come le 51 identità di genere), espressione di una incapacità di vedere l’individuo semplicemente come persona, ma solo come una sua parte, utile a farne uno strumento politico. Una visione così concentrata sul particolare da perdere di vista l’essenziale: la necessità di fare ripartire l’economia, di creare nuovi posti di lavoro, di dare ai propri figli un’educazione ed anche un futuro, strangolato da un debito pubblico che, dai 10.6 trilioni di dollari lasciati dal presidente Bush, è passato ai 19.9 trilioni durante la presidenza Obama. Quasi il doppio.

Ma principalmente, ed è questa la parte più nauseante, una visione che vuole l’essere umano solo, sganciato da ogni struttura, sociale o politica che sia. Trump, al contrario, nel suo discorso si è rivolto sostanzialmente a due soggetti: all’“American people”, al popolo americano senza distinzioni, e alle famiglie. Ho trovato che fosse questo l’aspetto più rincuorante di tutto il suo discorso programmatico: sì, abbiamo bisogno di sicurezza economica per far ripartire il paese, solo così potremo garantire assistenza sanitaria ed istruzione per tutti; sì, abbiamo bisogno di proteggere i nostri confini, solo così avremo maggiore sicurezza nelle nostre città; sì, dobbiamo combattere il terrorismo islamico, solo così potremo tornare a vivere liberi dalla paura. Ciò che ci serve di più, tuttavia, è ripartire dalla famiglia: «Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, sull’immigrazione, sulla politica estera sarà fatto a beneficio delle famiglie americane». Non degli americani in generale ma delle famiglie. Un vero e proprio punto di rottura con la visione rigidamente individualista della precedente amministrazione.

Alle tredici esco dalla metro e, nonostante il previsto acquazzone, non piove affatto. Fa freddo, ma per una città che a gennaio può arrivare a -18°, sei gradi è da considerarsi una bella concessione. Il cuore della città ha qualcosa di alieno, tutti gli uffici sono chiusi e il centro è inaccessibile al solito traffico congestionato: D.C., non sei la stessa senza il suono dei clacson. Arrivo al check point della sicurezza e la fila è ancora lunga. I venditori di magliette con la facciona di Trump si fanno avanti, ce n’è anche uno che vende una T-shirt che dice “CNN lies”, la CNN mente, e sono tentata di comprarla. L’oggetto più acquistato: il cappellino rosso con la scritta a lettere d’oro “Make America great again”, il motto di Trump in tutta la sua campagna elettorale.

Infilo la dodicesima e raggiungo la Pennsylvania avenue, proprio davanti al Trump International Hotel, il corrispondente della Trump Tower qui a Washington e quindi meta della gran parte dei contestatori in città. Un posto tranquillo, insomma. Sono tutti lì, con i loro bravi cartelli: “Not my president”, “Illegitimate president”, i più elaborati dicono che dobbiamo amare tutti indistintamente - ma questo chiaramente non si applica al presidente Trump -, i più disgustosi mostrano il presidente di spalle che afferra le parti intime della statua della libertà. Trump il molestatore di donne, Trump il presidente illegittimo. Sbadiglio.

Il cordone della polizia è impressionante: c’è un agente ogni metro, ma sono certa che, contando quelli in borghese fra il pubblico, ce ne sono molti di più, compresi i cecchini in cima ai tetti che vedo scrutare fra la gente con i binocoli. Trovo un posto sul marciapiede non troppo distante dalla transenna, sono arrivata tardi e mi devo accontentare. Mancano due ore al passaggio della parata presidenziale e passo il tempo guardandomi in giro: chi è venuto per protestare è una sparuta minoranza, i cappellini rossi di Trump sono tantissimi (e non sono solo i bianchi a portarli), davanti a me vedo una famiglia con due bambini, una signora di origini coreane, dei militari, tanti giovani, molti ancora con i brufoli – e questo a dispetto di chi vuole il GOP un partito di vecchi babbioni. Molte di queste persone hanno viaggiato a lungo per essere qui: sento una signora raccontare di venire dal Texas, chi dal Kentucky, i due ragazzi che stanno fra me e la transenna mi dicono di essere arrivati qui dalla California. Ogni tanto, come una folata maleodorante, passa un piccolo corteo urlante che lancia i suoi slogan odiosi. La gente risponde scandendo “U-S-A! U-S-A!”, che altro vuoi dirgli?

Ad un certo punto, assisto ad una scena che ho trovato davvero illuminante: una giornalista, con il suo iPhone, sta registrando un’intervista a una signora che tiene in mano uno striscione pro-Trump e, mentre viene inquadrata, un ragazzetto di colore si mette a ballarle alle spalle, mimando l’atto sessuale in modo esplicito. Eccolo qua, il liberal-pensiero in azione: fanno la marcia delle donne il giorno dopo l’insediamento del presidente, danno a Trump del sessista e del maniaco sessuale, accusano il partito repubblicano di aver intrapreso una “war on women”, e basta che tu non la pensi allo stesso modo che subito il loro politicamente corretto va a farsi benedire. Quelle due forse non erano donne?

Cade un po’ di pioggerellina, ma non tutta l’acqua che i venditori di ombrelli speravano venisse giù. Con i vicini condividiamo lo spazio sotto agli ombrelli e ci scambiamo generi di conforto, le patatine fritte sono un must, una signora ci offre delle caramelle all’arancia. Un gruppetto di ragazzi si piazza dietro di noi, hanno in mano un cartello fatto con il cartoncino, sopra a lettere cubitali una parola oscena rivolta a Trump. Un signore si ferma e gli fa notare quanto ci sia di sbagliato in questo, che ci sono famiglie con bambini che passano, che ci sono altri modi per protestare: inutile, gli ridono in faccia. Sommessamente con i ragazzi californiani commentiamo che la bocca parla dall’abbondanza del cuore. Il più alto dei due si muove a compassione e mi cede il posto davanti a lui: «La mia mamma è più o meno della sua altezza, per cui capisco il problema». Che tenerezza.

E proprio quando iniziavamo a perdere la sensibilità alle dita dei piedi, ecco arrivare la limousine del presidente ed è tutto un inalberarsi di smartphone: alcuni salutano, molti esultano, qualcuno fischia. È un attimo, il presidente non scende a salutare come aveva fatto in altri due punti, ma dal finestrino si riconosce la sua figura con il pollice alzato. Siamo felici, ci siamo fatti sentire, anche noi ci siamo stretti intorno al nostro presidente. Ci salutiamo e ci avviamo verso la stazione della metropolitana.

Girato l’angolo, ci si para davanti una testuggine della polizia in assetto anti-sommossa, alzo lo sguardo e vedo salire in lontananza una colonna di fumo nero. “Hanno dato fuoco a una limousine”, ci dice una ragazza. Mentre passo accanto allo schieramento, incrocio lo sguardo inquieto di un poliziotto di colore, non avrà più di venti anni. Già nelle ore precedenti erano circolate notizie di vetrate spaccate, quelle di un McDonald e di una filiale di Bank of America. Anche io, nel 2012, la prima volta in cui ho votato in un’elezione presidenziale, ho provato la cocente delusione di non vedere il mio candidato eletto, ma mi sono limitata a sfogare la mia frustrazione con un post su Facebook. Quella devastazione, quegli occhi impauriti, quegli americani che attaccano altri americani per affermare la propria idea sono la conferma che Trump è stata la scelta giusta.

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24/01/2017
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Il primo colpo di scena, al di là delle Alpi si è già avuto. Nikolas Sarkozy è già fuori dalla competizione non avendo superato l’ostacolo delle primarie.
Alla vigilia del voto in pochi avrebbero creduto a tale evento ma, l’accaduto è l’ennesima riprova del fatto che i cittadini hanno bisogno di vedere volti nuovi, meno politici e sempre più leader in grado di risollevare un andazzo generale sempre più proiettato verso lo sbando.
Chi vi scrive in passato ha avuto simpatie per Sarkozy: un francese di discendenza ungherese, un personaggio alla Napoleone che ha commesso però alcuni errori che hanno devastato la sua carriera politica. Uno su tutti? La decisione di deporre ed eliminare Gheddafi dalla Libia con tutto quello che ancora oggi ne consegue…. e chi vota non dimentica e questo lo sa bene anche Renzi in italia.

 


 

 

 


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